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Cronaca

Mafia di San Giuseppe Jato e Monreale. Condanne per oltre 2 secoli di carcere I NOMI e FOTO

I membri dei clan di Cosa nostra, decimati dalle operazioni antimafia Quattro.Zero e Montereale, sono stati processati con il rito del giudizio abbreviato

Pubblicato il 24 aprile 2018

Mafia di San Giuseppe Jato e Monreale. Condanne per oltre 2 secoli di carcere I NOMI e FOTO

Palermo, 24 aprile 2018 – Il giudice Ferdinando Sestito del Tribunale ordinario di Palermo – sezione del Giudice per le indagini preliminari, ha emesso sentenze di condanna per più di due secoli di reclusione per i presunti appartenenti al mandamento mafioso di San Giuseppe Jato e alla famiglia di Monreale. I membri dei clan di Cosa nostra, decimati dalle operazioni antimafia Quattro.Zero e Montereale, sono stati processati con il rito del giudizio abbreviato. I 29 imputati erano accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento e intestazione fittizia di beni.

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I pubblici ministeri Francesco Del Bene, Siro De Flammineis e Amelia Luise hanno cercato di ricostruire la stagione di violenza e di lotta per il potere dei vertici mafiosi locali di San Giuseppe Jato e Monreale. I mafiosi di Monreale provarono ad alzare la testa. E quelli di San Giuseppe Jato, dove da sempre ha sede il mandamento, reagirono con forza. Dalle minacce accompagnate dalle teste di capretto si arrivò ai pestaggi. Le regole andavano rispettate all’interno del mandamento e chi si ribellava doveva essere punito.

Nell’ambito delle indagini sviluppate sino alla fine del 2014, era emerso che nella zona di San Giuseppe Jato la fazione di Gregorio Agrigento, coadiuvato nella gestione del sodalizio mafioso, tra gli altri, da Ignazio Bruno, Antonino Alamia, si era imposta, anche con la forza, dopo un preoccupante periodo di fibrillazione e contrapposizione, sul gruppo costituito da Giovanni Di Lorenzo, e da altri affiliati arrestati nelle stesse operazioni.

I carabinieri della compagnia di Monreale erano riusciti a documentare la riorganizzazione della famiglia mafiosa di Monreale al cui vertice era designato Giovan Battista Ciulla che si avvaleva della collaborazione di soggetti pericolosi spregiudicati come Onofrio Buzzetta, Nicola Rinicella e Giuseppe Giorlando. Le indagini svolte dagli inquirenti hanno registrato in presa diretta, mediante l’ascolto delle conversazioni telefoniche ed ambientali intercorse tra gli affiliati all’interno delle autovetture o nei luoghi ad essi a disposizione, l’evoluzione delle dinamiche interne all’organizzazione mafiosa di San Giuseppe Jato e della famiglia di Monreale in particolare, con la successione al vertice della reggenza della medesima e l’insediamento in particolare di Francesco Balsano e Salvatore Lupo. È emerso infatti che è in considerazione dell’aggravarsi delle condizioni di salute di Gregorio Agrigento più volte ricoverato nei mesi di ottobre e novembre 2014, anche per l’età avanzata, presso l’ospedale Civico di Palermo, Ignazio Bruno ha ricoperto la reggenza del mandamento di San Giuseppe Jato, assumendo decisioni importanti sia nella ridefinizione dell’organigramma interno delle varie famiglie famose che lo compongono, in particolare, quella di Monreale che continuava a vivere un periodo di fibrillazione interna, sia partecipando ad incontri e riunioni con esponenti di altre articolazioni territoriali di Cosa nostra, segnatamente del mandamento mafioso di Corleone.

Un caso particolare venne fuori dalle indagini dei carabinieri monrealesi. Era emerso come gli affiliati del clan di Monreale avessero iniziato una campagna di riscossione del pizzo nei confronti dei gestori delle bancarelle installate a Monreale durante la festa del SS. Crocifisso. In una conversazione telefonica intercettata all’interno dell’auto di Salvatore Lupo veniva detto che Giovan Battista Ciulla, insieme a Onofrio Buzzetta, chiedavano una “messa a posto” di 100 euro alla bancarelle.

I condannati
Gregorio Agrigento (14 anni), Ignazio Bruno (14 anni), Francesco Balsano (12 anni e 6 mesi), Onofrio Buzzetta (12 anni e 4 mesi), Antonino Alamia (12 anni), Giuseppe D’Anna (12 anni),
Salvatore Lupo (12 anni), Giovan Battista Ciulla (11 anni e 8 mesi), Giovanni Di Lorenzo (11 anni), Giuseppe Giorlando (10 anni e 4 mesi), Giuseppe Tartarone Buscemi (10 anni e 4 mesi), Girolamo Spina (9 anni e 8 mesi), Giuseppe Riolo (9 anni e 4 mesi), Sergio Denaro Di Liberto (9 anni e 4 mesi), Alberto Bruscia (9 anni), Andrea Di Matteo (8 anni e 8 mesi), Giovanni Pupella (8 anni e 8 mesi), Salvatore Billetta (8 anni e 4 mesi), Nicola Rinicella (8 anni e 4 mesi), Giovanni Battista Inchiappa (8 anni), Salvatore Terrasi (8 anni), Giovan Battista Licari (8 anni), Antonino Giorlando (3 anni e 8.200 euro di multa), Domenico Lo Biondo (2 anni e 4 mesi e 4mila euro di multa), Sebastiano Andrea Marchese (2 anni), Pietro Canestro (1 anno e 10 mesi), Umberto La Barbera (1 anno e 10 mesi), Tommaso Licari (1 anno e 8 mesi, 2.200 euro di multa), Ettore Raccuglia (1 anno e 8 mesi, 400 euro di multa). Confiscate anche quattro aziende e i rispettivi capitali.

Gli assolti
Vincenzo Ferrara, Pietro Mulè, Andrea Marfia, Giuseppe Serbino (difeso dagli avvocati Tommaso De Lisi e Teresa Todaro), Domenico Lupo, Antonino Serio (difeso dall’avvocato Antonio Turrisi), Piero Lo Presti (difeso dall’avvocato Giuseppe Pipitone), Carlo Montalbano. In particolare Giuseppe Serbino, difeso dall’avvocato Tommy De Lisi, era accusato di essere il capomafia di Altofonte. Per lui è andato prescritto il reato di intestazione fittizia dei beni ma è stato assolto dai reati. Serbiono è stato scarcerato e è stata dissequestrata la sua azienda edile di Altofonte. Ordinata la scarcerazione – se non detenuti per altra causa – di Tommaso Licari, Domenico Lupo, Antonino Serio e Pietro Lo Presti.

I risarcimenti
Riconosciuto un risarcimento danno di 10mila euro per il comune di Monreale. Stessa cifra per il comune di San Giuseppe Jato e per quello di San Cipirello.

Ricevi tutte le news
Cinquemila euro di danni sono stati decisi dal giudice Sestito per le altre parti civili: “Centro Pio La Torre”, “Associazione nazionale per la lotta contro le illegalità e le mafie Antonino Caponnetto”, “Solidaria”, Sos Impresa”, “Confcommercio Imprese per l’Italia”, “Confesercenti”, “Associazione antiracket e antiusura coordinamento delle vittime dell’estorsione, dell’usura e della mafia”.

Francesco

In questo mega processo mancava la classe politica. Chissà come mai…

12 gennaio 2019 | 11:44 | Rispondi

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