La «mano nera» su San Cipirello: parentele, amicizie, connivenze con Cosa nostra

Sul comune «incombe un contesto criminale» che sarebbe facilitato per una serie di motivazioni

È stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la relazione di oltre 260 pagine del Prefetto di Palermo relativa allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di San Cipirello, una città, su cui – scrive il Prefetto – «incombe un contesto criminale» che sarebbe facilitato per una serie di motivazioni tra cui alcuni rapporti di parentela o di amicizia di amministratori e dipendenti comunali con soggetti vicini ad ambienti mafiosi o interessi economici.

Il Prefetto porta l’esempio dell’aggiudicazione con procedura illecita di un appalto per il micro nido comunale. La coop affidataria in questo caso avrebbe assunto familiari di alcuni pregiudicati mafiosi tra i quali Giuseppe Caiola, Giuseppe Rumore  e della sorella di Vito Brusca, attualmente sottoposto al carcere duro. Ombre ci sarebbero anche sull’occupazione di un capannone da parte di una ditta in odor di mafia e sull’affidamento del servizio rifiuti.

Nella relazione viene analizzata  la figura del sindaco Vincenzo Geluso in cui viene evidenziato il suo trascorso giudiziario da minorenne. Da giovane ricevette una condanna per il reato di furto continuato, porto d’armi, violazione della disciplina sugli stupefacenti nonché detenzione illegale di armi e munizioni. «Tutti reati – si legge nella relazione – commessi ancora minorenne in concerto con altri soggetti, anch’essi condannati, alcuni dei quali successivamente uccisi o fatti scomparire per lupara bianca».

Al centro ci sarebbe anche la sua candidatura nel 1996 nella lista «Polo per San Cipirello», insieme a Giuseppe Simone Vitale, condannato per mafia e divenuto collaboratore di giustizia. E poi le frequentazioni con criminali locali, come Giuseppe Brusca, e il «bacio sulla guancia» con il boss Salvatore Mulé, davanti il seggio elettorale nel 2008, in occasioni delle elezioni politiche.  

Sindaco, alcuni assessori e alcuni consiglieri comunali parteciparono anche all’inaugurazione di una attività commerciale, gestita formalmente dal figlio di un condannato per mafia, in alcuni capannoni realizzati abusivamente, oggetto di controllo da parte della polizia municipale solo dopo la pressione dei carabinieri. Le foto dell’inaugurazione vennero pubblicate su Facebook.

C’è anche un assessore, responsabile di una ditta la cui proprietà è di due fratelli conosciuti come imprenditori di riferimento dei Brusca e il cui nonno, da parte della madre, è stato condannato per mafia. Nella relazione viene evidenziato come una donna consigliere comunale sia cognata di un noto prestanome del boss Gregoria Agrigento. Un altro consigliere di maggioranza è cugino di due fratelli che annoverano frequantazioni con soggetti pregiudicati per mafia come Giuseppe Caiola, Salvatore Mulè e Antonino Alamia. Il marito di un’altra consigliera avrebbe frequantazioni con Giuseppe Brusca detto «Pepp a briosc», fratello di Giovanni, condannato per mafia, figlio di Salvatore.

Ci sarebbe anche una persona, cognato di quel Foma che è stato condannato a 30 anni di carcere per aver collaborato alla detenzione del piccolo Di Matteo e la cui sorella ha fatto da testimone di nozze a Enzo Brusca, figlio del vecchio boss Bernardo legato a Totò Riina, fratello di Govanni ed Emanuele, responsabile del sequestro e dell’uccisioone del bambino. Questa figura sarebbe stata collocata dal sindaco Geluso subito dopo l’elezione in un ruolo di responsabilità.

La relazione parla poi di procedure gara poco trasparenti e talvolta illegittime come quella del servizio rifiuti o i lavori abusivi all’interno del cimitero comunale. Anche abusi edilizi sarebbero stati controllati in maniera tardiva dall’ente locale e solo dopo l’interessamento dei carabinieri. Tra questi vi è anche la realizzazione di uno spazio espositivo di un’attività commerciale.

Ampio spazio si dà nella relazione alla mancata riscossione dei tributi, evidenziando che tra i beneficiari figurerebbero «soggetti appartenenti alle locali famiglie mafiose, imprenditori favoriti dall’amministrazione comunale nell’affidamento di lavori e servizi, nonché amministratori e dipendenti». Insomma si tratta di indizi che indicano come – secondo la Commissione – l’amministrazione comunale di San Cipirello si sia piagata ai voleri della locale criminalità organizzata.

Commenta la notizia

L'indirizzo email non verrà pubblicato.