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Cronaca

“Prima del calcio d’inizio recitano il Corano e il Padre Nostro”. È la Virtus Monreale, la più giovane squadra interculturale della Sicilia

“Non siete persone, siete animali”. “Sporco negro”. Una storia di intolleranza ma anche di integrazione, nella squadra di calcio voluta da Don Nicola Gaglio

Pubblicato il 13 febbraio 2019

“Prima del calcio d’inizio recitano il Corano e il Padre Nostro”. È la Virtus Monreale, la più giovane squadra interculturale della Sicilia

Monreale, 13 febbraio 2019 – “Prima del calcio d’inizio ci riuniamo in preghiera. Tutti assieme, abbracciati”. I ragazzi musulmani cominciano a leggere alcuni versetti del Corano. Poi tocca ai loro compagni italiani recitare il Padre Nostro. Quindi l’abbraccio si scioglie e i ragazzi della Virtus Monreale scendono in campo. “Giochiamo per vincere”. Ma su una decina di partite ne hanno vinta soltanto una.

La Virtus è costituita da 20 giocatori, tutti tra i 16 e i 23 anni, iscritti nel campionato di Terza Categoria, girone 1 – Palermo. Alcuni provengono dal Senegal, dal Gambia, dalla Tunisia. Risiedono nei centri di accoglienza di Palermo con regolare permesso di soggiorno. I loro migliori amici sono i compagni di squadra, ragazzi di Palermo e di Monreale. Molti di loro provengono da storie familiari difficili. Per tutti il calcio è un gioco, un divertimento.

L’intuizione di creare una squadra multietnica era venuta al parroco della Cattedrale di Monreale, Don Nicola Gaglio, che ha riconosciuto nel calcio un formidabile strumento di riscatto sociale, un metodo per avviare un percorso di integrazione e rispondere all’emergenza educativa diffusa nel territorio. Ne aveva parlato con Giuseppe Guercia, un passato da professionista nel mondo del calcio, che aveva accolto immediatamente e con entusiasmo la proposta. Guercia diventa così il presidente e l’allenatore della Virtus Monreale.

La squadra comincia a giocare. Ma un campionato, anche se di Terza Categoria, comporta dei costi. Iscrizioni, tute, scarpe, palloni. Il grosso del contributo arriva dalla parrocchia del Duomo di Monreale. I ragazzi si allenano in campi di fortuna, senza spogliatoi. Vi si recano a piedi o in bicicletta. E la sera rientrano nelle case di accoglienza sudati, senza avere avuto la possibilità di farsi una doccia. Le partite “in casa” si giocano in un campo affittato per l’occasione. Durante i match l’allenatore viene aiutato dal padre e da un altro amico, anche lui dirigente della squadra, Giuseppe Compagno.

“In sei mesi abbiamo raggiunto molti risultati”, spiega il mister. Ma non si riferisce tanto a quelli calcistici quanto a quelli umani. Tanti sono gli ostacoli, tante le delusioni sul campo, ma la voglia di giocare prevale. La squadra collabora, sta bene insieme. Ma in campo i punti sono pochi, “e non perché gli avversari siano sempre più bravi di noi”, dichiarano i giocatori.

Quasi ad ogni partita vengono presi di mira dai cori razzisti dei tifosi delle squadre avversarie e, sul campo, dalle frasi ingiuriose degli avversari. Il sabato pomeriggio gli insulti legati al colore della pelle non sono un’eccezione: “Non siete persone, siete animali”. “Sporco negro”. “Tornatevene a casa vostra”.

I loro racconti sono un pugno allo stomaco. Storie di violenze verbali e a volte fisiche, di ingiustizie subite sul campo da gioco. Quasi mai riescono a guadagnare i tre punti e rimangono in fondo alla classifica. Nella penultima partita l’ennesimo insulto, un pugno sferrato da un avversario. “Da vittime siamo stati giudicati colpevoli”. Ed è arrivata la squalifica per sette giornate per il mister, per cinque giornate per alcuni giocatori. “Noi che ci eravamo distinti come la squadra più disciplinata del girone. Abbiamo subito un’ingiustizia da parte di chi deve garantire la giustizia”.

Non c’è rabbia nelle loro parole, ma la consapevolezza di doversi confrontare con persone vittime del contesto culturale in cui vivono, sociale e sportivo. Anche gli arbitraggi a volte vengono condizionati dall’aria pesante che si respira sul campo da gioco e dal pressing delle tifoserie. “Ma trovo nei miei ragazzi la forza di non mollare e di andare avanti”, spiega il mister. 

Quella della Virtus è in realtà una bella storia di integrazione tra giovani di culture e con storie differenti. Una di quelle che non genera titoloni a caratteri cubitali sui giornali, ma che lascia un segno positivo nella società italiana. Ed è una storia di amicizie.

“Ci incontriamo anche al di fuori del campo, usciamo e ridiamo insieme” – racconta Rosario. Lui è monrealese. A volte i ragazzi si riuniscono presso i locali della chiesa del Carmine di Monreale per momenti di convivialità, per guardare un film, per discutere sul valore dell’amicizia.

Anche alcune ragazze liceali monrealesi partecipano a queste attività o seguono la squadra in trasferta. Luisa è l’esperta di social e ha creato la pagina Facebook “ASD Virtus Monreale” per condividere le gesta della squadra. “Con la pagina Facebook abbiamo raccolto tante adesioni di aspiranti calciatori”.

“A Luglio scorso avevamo lanciato l’idea e subito erano giunte molte richieste”, racconta l’allenatore.

I giovani sono arrivati da soli. Gli “ultimi”, extracomunitari o italiani con grossi problemi familiari, tenuti ai margini della società, sono stati accolti in questo progetto dove si privilegia l’aspetto educativo. 

Così è nata la Virtus Monreale, una squadra unica nel suo genere. La più giovane e interculturale tra quelle iscritte alla FGCI. Ma soprattutto una nuova famiglia per chi la famiglia d’origine l’ha lasciata a migliaia di chilometri di distanza oppure non l’ha mai avuta. Don Nicola Gaglio e mister Giuseppe sono i nuovi punti di riferimento per questi giovani. “Non importa la differenza religiosa” – spiega Ansou, un giovane del Senegal – “mi affido ai consigli di Don Nicola come se lui fosse mio padre. O a quelli del mister. La squadra mi ha dato fiducia, amicizia, ha dato tanto alla mia vita. Appena arrivato sono stato accolto come un fratello”. Ansou frequenta una biblioteca, fa il facilitatore alla Zisa, traduce in Mandinga o in francese.

“Per noi il calcio è fondamentale – racconta Rosario – è l’essenza della vita. L’arrivo dei ragazzi extracomunitari in squadra è stata una cosa bella. Sono diventati subito nostri fratelli. Le frasi offensive rivolte nei loro confronti hanno colpito anche me. Chi tocca loro, tocca me”.

Ogni ragazzo porta con sé il peso di un vissuto difficile, spesso tragico. “Viviamo ogni loro singola storia come se fosse la nostra – racconta il mister -. Li aiutiamo, ma sono loro ad essere da esempio per noi”. 

La Virtus nasce come progetto sociale. “Questa esperienza mi sta facendo crescere molto dal punto di vista umano. La nostra vera vittoria sta nel vedere come sono cambiati questi ragazzi nel corso di questi mesi, persone prima anonime e che adesso fanno parte di una realtà come questa. Ma è un messaggio che all’esterno non viene accolto sempre volentieri”.

“Dobbiamo portare avanti il campionato e dimostrare agli altri che si sbagliano” gridano in coro i ragazzi. 

“Nonostante le dieci sconfitte non hanno mai perso il morale – racconta ancora il mister -. Vedere questo coraggio, questa tempra, nonostante tutte le difficoltà, mi dona una grande forza. È un percorso che ci porta a soffrire, anche ingiustamente, ma sono disposto a prendermi insulti, squalifiche, a fare ulteriori sacrifici. Sono ragazzi con un forte spirito di sopravvivenza. Stare con loro, vedere un ragazzo che sorride dopo quello che ha vissuto, mi sta aiutando tanto a superare le ferite che mi porto dentro”.

E sabato scorso, con la squadra decimata dalle sospensioni arbitrali, è giunta una bella vittoria. La Virtus si è imposta contro il Collesano per 3 a 1.

“I ragazzi sono stati fantastici, hanno avuto una reazione non indifferente. Nonostante le difficoltà e le 6 squalifiche hanno mostrato carattere” – racconta con un sorriso mister Guercia.

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