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Cultura

L’Abbazia dei cento monaci

L’origine e il significato di un luogo sacro, simbolico, regale e prezioso “contenitore” che accoglie dentro di sé l’universo divino e il mondo umano

Pubblicato il 13 novembre 2016

L’Abbazia dei cento monaci

Monreale, 13 novembre 2016 – Quello che segue è un documento pubblicato nell’ambito dell’inserimento del DUOMO di MONREALE nell’itinerario Arabo – Normanno, dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità.

Parte prima

Poco è dato sapere riguardo ai monaci venuti a popolare l’abbazia di Monreale, se non che l’abate Benincasa di Trinità di Cava nell’anno 1174 si era premurato di inviare due monaci al monastero di Monreale per far sì che il monastero fosse dotato delle cose necessarie e che, trascorsi due anni, Guglielmo II re di Sicilia chiedesse all’abate Benincasa di Trinità di Cava, di inviare a Monreale un ulteriore congruo numero di monaci.

          Sappiamo inoltre che cento monaci, con a capo l’abate Teobaldo, insieme ai ministri del re, partiti dall’abbazia di Cava si imbarcano a bordo della triremi reale ed approdano in Sicilia il 20 marzo dell’anno 1176, vigilia della festività di San Benedetto, accolti con tutti gli onori da re Guglielmo che consegnò loro il monastero. 

          <<Cento, numero perfetto, il quadrato di 10, ritenuto “magico, divino”, dalle religioni e dai Pitagorici>>. Cento monaci, né più, né meno, provenienti dall’abbazia di Santa Trinità di Cava, in Campania, osservanti la Regola Benedettina, Cluniacense, scelti personalmente dall’abate Benincasa, per doti e capacità, che prendono possesso di un monastero, ancora probabilmente in fase di completamento, che da lì a qualche anno, sarà considerato il maggiore centro religioso della Sicilia.

Un monastero, in un certo senso, all’”avanguardia”, orgoglio e vanto della Chiesa di Roma e della monarchia Normanna, che vedrà nella sua conduzione, (dal 1176 al 1230) tre monaci del Sacro Ordine Benedettino Cavense: Teobaldo il primo, abate – vescovo, “noto in vita per la sua fama di santità”, (1176 – 1178), Guglielmo abate, consacrato arcivescovo per mano di Alessandro III Papa (1182 – 1188), e Caro, suo successore, arcivescovo di Monreale (1194 e il 1230?).

Per Guglielmo, aver portato a “compimento” un’opera così importante assunse un valore, un significato di non facile comprensione per l’uomo moderno, anni luce distante dal modo di pensare di quel tempo, da quel sentimento religioso “astratto”, difficile da essere compreso ed interpretato poiché a prevalere era l’invisibile sul visibile, il sogno sulla realtà.

          In Guglielmo, il sogno è mezzo, tramite, tra il mondo divino e la realtà umana, motivo che lo ha indotto a compiere un’azione di mediazione in cui egli stesso è esecutore “materiale” del messaggio celeste, manifestato all’Onnipotente, all’umanità, tramite il figlio dell’Uomo, Gesù Cristo, il Salvatore, inviato sulla terra a redimere l’uomo dal peccato.

          In verità Guglielmo, non fa altro che rendere “visibile” un “mondo” misterioso, al quale intende dare forma e consistenza. Il suo intento è glorificare Dio, sostenere la fede in Cristo, avvicinare l’uomo a conoscere e vedere il Volto umano del Padre, attraverso l’immagine di Cristo, vero Dio e Vero uomo: il Pantocratore.

Motivo che porta Gugliemo a realizzare un progetto straordinario e speciale: la monumentale Ecclesia di Monreale, un gigante di pietra, maestoso, imponente, solenne, nel quale perpetuare il culto divino eucaristico, (simbolo della fede cristiana). Un progetto che fa riferimento a sincretismi stilistici, di matrice culturale diversa, di derivazione Romanica, Bizantina, Islamica, chiamati ad interpretare in chiave “rinnovata” il culto cristiano Cattolico, nel segno della tradizione liturgica Bizantina.

Una chiesa in cui lo spazio è pensato come sequenza d’immagini ordinate, (ricchezza spirituale, culturale, storica) narranti episodi Biblici, leggende sacre e profane. Un raccontare, attraverso il linguaggio dell’arte musiva, la tradizione dei Padri della Chiesa, la cultura Sinodale, mostrare Gesù di Nazareth, bambino, giovane, uomo adulto. Spazio ove la parola tace, cede al silenzio e si affida all’immagine, capolavoro musivo, scultoreo e architettonico, unico e straordinario, di una perfezione e una compiutezza mai vista prima.

 

01-sezione-longitutudinale-navata-centrale-verso-sud    Compendi, “fotogrammi” di pietra viva dai sfavillanti colori, che narrano la storia della Chiesa, dalle origini al tempo di edificazione della cattedrale. Quadri da considerare autentiche “sceneggiature” musive, con viste interne ed all’aperto, paesaggi terrestri e marini, alberi, palme stilizzate, animali avvolti da ornati geometrici e rappresentazioni floreali.

Un luogo ove ogni cosa risponde ad un preciso significato, fa riferimento a tradizioni religiose e culturali ebraiche e cristiane, il cui filo conduttore, è il trionfo dell’immagine, dell’iconografia sacra che insieme alla parola scritta, giunge a scaldare l’animo umano con il dono della Fede.

          Una moltitudine di figure in mosaico dal contenuto simbolico su fondo d’oro ricoprono le pareti della Basilica, col manto generoso dei mosaici colorati. Episodi biblici invitati a proclamare Parole di Verità, diffondere Amore, suscitare saggezza, trasmettere Fede, speranza e concedere misericordia.

Un corpus straordinario di figure composte, solenni, di scenari terreni “paradisiaci” di una bellezza tale da togliere il fiato, animare il respiro, imprimere nella memoria, nel ricordo, il messaggio salvifico di Gesù di Nazareth.

Non è un caso se Guglielmo ricorra a modelli e sistemi spaziali gerarchizzati  “classici”, ponendo, una accanto all’altra, la pianta a croce greca e la pianta basilicale a croce latina: accostamento ideale e perfetto, considerato il risultato raggiunto.

E’ nel modulo che si ripete il “miracolo”, compiuto che genera proporzione, misura, dispone geometrie, attribuisce allo spazio maggiore tridimensionalità, diffonde armonia, aggiunge bellezza a bellezza.

Il risultato è una felice combinazione tra area sacra del Santuario, spazio della liturgia, delle sacre cerimonie, dell’adorazione, della divinità Sacramentale e il corpo di Cristo. “Cielo, e Terra”: insieme lo spazio “laico – profano”, l’aula della basilica,  luogo dell’assemblea e raduno del Popolo di Dio.

planimetria-chiesa

La Chiesa quindi si appalesa come una irripetibile fortezza con annesso monastero Benedettino, complesso fortificato, frutto di egemonie culturali – storico, artistiche di tradizione islamica, bizantina, romano antica, centro del potere politico con funzione religiosa, con finalità ed esigenze feudali, imponente opera da gestire e governare nella sua interezza, motivo che porta re Gugliemo II a popolare l’abbazia, con i monaci benedettini di Santa Trinità di Cava e non con monaci appartenenti ad altri ordini religiosi.

Questa in sintesi la chiave di lettura che ci fa comprendere il motivo che induce Guglielmo a realizzare un complesso chiesastico, importante ed autorevole come quello di Monreale. Luogo sacro, simbolico, regale e prezioso “contenitore” che accoglie dentro di sé l’universo divino e il mondo umano.

Krönig 1965, T.1. Aus: N 5488 (RARO): Descrizione del real tempio, e monasterio di Santa Maria Nuova, di Morreale : vite de'suoi arcivescovi, abbati, e signori ; col sommario de i privilegj, della detta santa chiesa ; con le osservazioni sopra le fabriche, e mosaici della chiesa, la continuazione

Un complesso edilizio religioso, funzionale e moderno al quale conferire  piena autonomia, importante e fondamentale per la gestione ed il governo di un territorio vasto, abitato da genti in prevalenza di fede islamica, di religione musulmana, portatrice di culture e valori islamici, un progetto attuabile solo attraverso la presenza autorevole della Chiesa cristiana latina d’Occidente.

Un modo per attuare la “Re conquista” di una realtà feudale, instabile e controversa, difficile da gestire, e governare. Uno dei motivi che porterà Guglielmo ad affidare il complesso abbaziale ai monaci di Cava, sotto la Regola di San Benedetto e le “costituzioni” di Cluny, fedeli custodi della Fede cristiana, portatori di un bagaglio religioso e spirituale, detentori del “sapere della conoscenza”, provati maestri nel gestire in autonomia patrimoni fondiari vasti e complessi.

Monaci Benedettini impegnati a lavorare in condizioni non facili. Per l’abate, di Monreale signore, principe feudale delle terre dell’abbazia di Monreale, arcivescovo dal 1182 (bolla di Lucio III), un compito arduo, che lo vedrà impegnato a vigilare e controllare le proprietà feudali, le attività agricole e silvo – pastorali, a far valere la legge e i diritti feudali, ad attuare un equilibrio sociale “tollerabile”.

Se si tralascia quanto riportato dalle cronache, è la Storia a venirci incontro e a farci comprendere anche qualcosa di più. Ed allora è il caso di mettere in evidenza i primati posti in capo alla Comunità di SS. Trinità della Cava. Primo fra tutti, che la comunità Cavense è parte di una prestigiosa, consolidata e affermata “Congregazione” che sovrintende ad un gran numero di chiese, priorati, badie e monasteri, (centinaia e centinaia), parte di una rete capillare estesa che controlla buona parte delle regioni della Bassa Italia, su cui esercita il dominio diretto.

Un Ordine, “riformista”, impegnato nella mediazione politica e nell’arte della diplomazia, attento ad esercitare la giustizia sociale, diffondere la Pace, compiere azioni a vantaggio della popolazione locale e del ceto nobiliare, (baroni, Normanni, Longobardi), con profonde conoscenze nel campo agrario, botanico, economico e  commerciale, che sebbene svolga la sua attività “missionaria” entro le mura del monastero, determina la sorte ed il destino delle popolazioni.

Un Ordine monastico legato ad un luogo speciale e privilegiato: la sacra basilica di Cava dei Tirreni in Campania, nella quale si sono resi operosi eremiti e penitenti vissuti in grazia di Dio, Beati, e Santi della Chiesa Cattolica Romana. Monaci benedettini, portati a guardare in faccia la nuda realtà, amare il Prossimo, e avere grande interesse riguardo al lavoro manuale, intellettualmente attivi, dediti alla scrittura e traduzione di testi, all’arte nelle sue molteplici forme ed espressioni.

Ordine monastico strutturato gerarchicamente, devoto servitore della Chiesa di Roma, dalla quale dipende direttamente, che si avvale talune volte di servitori domestici, di condizione libera o servile, operatore di pace, impegnato ad agire per conto della Chiesa di Roma, debole, impreparata quando è chiamata ad eleggere il Pontefice, succube delle scelte di potentati nobili che, per propria convenienza, fama di potere, sete di rivalsa, si contengono il potere al punto tale da condizionare la Chiesa nell’elezione del Pontefice, attraverso i suoi cadetti.

Una potente, ricca comunità monastica che detiene ingenti tesori e ricchezze che la Monarchia Normanna ha modo di incrementare, quando se ne presenta l’occasione con donazioni a favore della Congregazione abbaziale Cavense. Altro dato a favore dell’Ordine Cavense è che esercita il controllo diretto su gran parte delle attività commerciali e produttive.

Dalla lettura di alcuni documenti storici emerge che la Congregazione curava il commercio ed il trasporto delle merci, sia per terra, che per mare, ulteriore fonte di entrate che si aggiunge alle ricchezze provenienti dalla gestione dei possedimenti. Il fatto stesso che le navi da trasporto commerciale dipendessero dall’Ordine Cavense conferma e rafforza, ancor più, il senso della questione.

di Natale Sabella – architetto all rights riserved 

 

Seguirà domenica 20 novembre la seconda parte.

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Salvo Messina

Lavoro attento e puntuale che arricchisce di notizie storiche il bagaglio culturarale di chi ama la nostra chiesa

15 dicembre 2016 | 11:04 | Rispondi

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