Monreale, 5 maggio – Cara redazione di Filo Diretto,
a distanza di qualche giorno dalla diffusione, ho avuto modo di rileggere l’ottimo articolo pubblicato dalla vostra testata in data 9 Aprile 2016 (a firma di Caterina Ganci) e con argomento la proposta di istituzione del Registro delle unioni Civili presso il nostro comune: Monreale.
Essendo già intervenuto, qui e altrove, in merito alla questione dei diritti umani e civili che vengono negati o limitati alle minoranze presenti nel nostro Paese (confermando che per lo Stato Italiano esistono cittadini di serie A e di serie B, stavolta ho preferito non intervenire subito, aspettando l’intervento di altre persone che credono nella parità di trattamento che lo stato deve ai propri cittadini o, viceversa, che sono contrarie all’istituzione di un registro comunale delle unioni civili (quasi sempre essendo contrarie all’unione tra persone dello stesso sesso, non avendo ben chiaro che un tale registro varrebbe sia per coppie eterosessuali che omosessuali).
Stavolta scavalcherò le riflessioni sul quanto è brutto l’aggettivo “uguali” attribuito alle persone se questo viene inteso come “persone uniformi e uniformate” e di quanto diversa sia, invece, la valenza dello stesso aggettivo se inteso nel segno del pari trattamento di fronte alle istituzioni, pur nel riconoscimento delle peculiarità di ogni singola persona. Stavolta supererò le riflessioni sulla bellezza dell’Articolo 3 della Costituzione Italiana così come quelle sulla risorsa delle differenze che devono essere considerate una ricchezza e dovrebbero essere messe a valore, invece di essere considerate un ostacolo o un problema. Di tutto questo si è già riflettuto abbondantemente e si può sempre riparlare in futuro.
In questa occasione vorrei affrontare due filoni di ragionamento che sono legati a doppio filo e che si integrano (lo farò in due diversi interventi per motivi di praticità e per non stancare troppo chi vorrà leggerli): il primo riguarda il valore politico di un registro delle unioni civili e il secondo riguarda la decostruzione di alcune critiche allo strumento del registro che si ripresentano ad ogni proposta di istituzione dello stesso.
Riflettiamo sul valore politico che è, per ovvie ragioni, anche un valore sociale e culturale.
Il valore politico di un registro comunale delle unioni civili è enorme sia dal punto di vista simbolico che pratico, cosa che è stata chiara da sempre seppur si sono fatti tanti e grandi passaggi concettuali in avanti da quel primo registro siciliano delle unioni civili istituito a Bagheria nel febbraio 2003, passando per il registro di Palermo del giugno 2013, fino agli ultimissimi registri istituiti in alcuni comuni dell’area delle Madonie e nei comuni di Carini e Piana degli Albanesi (2016).
Da una parte, premettevo, c’è il valore simbolico che, a sua volta, si declina in più voci:
1) un’amministrazione che riconosce che dei cittadini eterosessuali o omosessuali, cittadini cattolici, protestanti, musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, atei, agnostici o quant’altro, cittadini neri, gialli, bianchi o rossi, cittadini giovani, adulti o anziani, etc. possano decidere di volere formare una coppia, un nucleo familiare, ma vogliono farlo non passando per l’istituto del matrimonio (religioso o civile) per i più svariati motivi, è un’amministrazione che mostra di aver recepito il concetto di parità di trattamento di tutti i cittadini pur nel rispetto delle differenti scelte o nature (sarebbe complesso spiegare in poche righe il perché anche molte coppie eterosessuali decidono di non accedere al “matrimonio”, quindi al mater munus che letteralmente significherebbe “doveri della madre” e per traslato della moglie);
2) un’amministrazione attenta a tutti i suoi cittadini si rende conto che, anche quando non ci siano limitazioni culturali che impediscano l’adesione all’idea e all’istituto di matrimonio civile da parte dei contraenti poi questo istituto è accessibile solamente ad una parte di essi mentre viene negato alle coppie formate da persone dello stesso sesso (creando ufficialmente cittadini di serie A e di serie B in base all’orientamento affettivo);
3) un’amministrazione che, insieme a tante altre operazioni socio-culturali, istituisce un registro di questo tipo, trasmette ai propri cittadini l’idea che tutti loro sono realmente considerati “uguali” nel senso contenuto all’Articolo 3 della Costituzione e che l’amministrazione vuole lavorare, per quello che rientra nelle proprie competenze, alla rimozione degli ostacoli di tipo discriminatorio;
4) un’amministrazione, con una tale operazione politica, riconosce che un diritto è tale se è accessibile a tutti i cittadini in egual maniera e istituisce un registro delle unioni civili anche e soprattutto come strumento di pressione sul Governo nazionale e sul Parlamento affinché proceda al riconoscimento delle unioni di fatto o, meglio ancora, del matrimonio egualitario (con conseguente riconoscimento di diritti e doveri dei contraenti tra di loro e nei confronti della comunità).
Il valore simbolico, quindi, è grande e va dalla consapevolezza di un’amministrazione alla pressione verso le istituzioni (nel secondo mio intervento, mi riservo di specificare sul perché serva fare pressione sull’approvazione di una legge nazionale come può essere la Cirinná e, anche in presenza di questa, perché serva avere anche una legge regionale, partita un anno fa e arenatasi non si capisce bene perché).
Accanto al valore simbolico esiste anche il valore pratico.
Il valore pratico di un registro comunale delle unioni civili sta nel riconoscere l’unione familiare di due persone e tutti i diritti e doveri che ne conseguono, di permettere l’accesso ai benefici e alle opportunità di competenza dell’amministrazione e delle sue municipalizzate in materia di diritto alla casa, formazione, scuola e asili, sanità e servizi sociali, congedi, etc. diritti oggi riservati alle sole coppie sposate e non alle tante famiglie esistenti ma non ancora riconosciute dallo Stato (un esempio pratico può essere quello del congedo “matrimoniale” che è stato riconosciuto ad un dipendente dell’AMAT di Palermo dopo l’unione con il compagno e l’iscrizione nel registro delle unioni civili).
In sintesi, l’approvazione del registro comunale delle unioni civili, accessibile a coppie formate sia da persone eterosessuali che omosessuali, è un atto di civiltà e consapevolezza da parte di un’amministrazione che riconosce la parità di trattamento dei propri cittadini e che, attraverso il registro, svolge un’azione politica di tipo simbolica e pratica che si rivolge sia ai cittadini che alle istituzioni regionali e nazionali.
Non entro nel merito delle categorie politiche di Destra o Sinistra in quanto il tema che riguarda i diritti umani e civili, non dovrebbe essere intaccato o inficiato da tali categorie che, in questo caso, non hanno senso e non stupisce affatto il fatto che a livello regionale la proposta sia arrivata da Sinistra e Movimento Cinque Stelle e che a Monreale la proposta arrivi da un consigliere del Movimento Cinque Stelle che cerca di costruire un fronte trasversale su questo tema (potrei dire anche che le leggi riguardanti il riconoscimento delle unioni civili e del matrimonio egualitario anche per persone dello stesso sesso, in Francia sono arrivate per merito di un governo di Sinistra e nel Regno Unito per merito di un governo Conservatore, quindi di Centro-Destra). Da governi e amministrazioni di Sinistra o Centro-Sinistra uno si aspetterebbe certo un’attenzione maggiore al tema dei diritti civili negati alle minoranze ma è pur vero che la storia ha mostrato quanto spesso questo non accada per motivi di opportunità politica, di direttive di partito, di paura di perdere il consenso popolare o, peggio, perché si seguono i sondaggi. Chissà perché a Monreale questa proposta pare essere finita in un cassetto pur avendo un’amministrazione di Centro-Sinistra!?!
Chiudo dicendo che qualcuno potrebbe chiedersi perché mai un cittadino qualunque si mette a dare lezioni di politica a chi la politica la fa in maniera attiva. La risposta è che qui nessuno da lezioni a nessuno, io mi limito a fare una riflessione che è certamente di tipo politica, che lo é nella misura in cui riguarda la polis (ovvero la città e la cittadinanza) e quindi ritengo quasi un dovere quello di esprimere le mie riflessioni in maniera pubblica e farle pervenire, attraverso anche questa testata, all’amministratore, alla Giunta e al Consiglio che governano la mia cittadina, la mia polis, la nostra Civitas. A loro la scelta di ascoltare i propri cittadini o rimanere chiusi tra le stanze di partito o del Consiglio.
02 Maggio 2016
Marcello Pupella
(Cittadino monrealese, siciliano, italiano)
Spero che questa riflessione venga letta sia dai cittadini comuni che da chi amministra, affinché abbia contezza di ció che puó fare crescere un Paese.