L’allentamento delle misure restrittive nella Fase 2, tra slanci eccessivi e timori

Fare tesoro dell’esperienza emergenziale nell’ottica della ripresa graduale

Il recente DPCM dello scorso 17 maggio, che prevede il graduale seppur parziale allentamento delle misure restrittive nell’ambito della protezione e riduzione del rischio di contagio da Covid-19, ha disposto la ripartenza di alcuni settori dell’economia italiana, quali il commercio al dettaglio, nonché i servizi alla cura della persona, seppur con l’obbligo di perseverare nella opportuna adozione di ogni misura di distanziamento e contenimento del contagio, attraverso l’uso ragionevole di dispositivi protettivi. 

Durante l’osservanza della quarantena, gli italiani si sono confrontati quotidianamente con la consapevolezza dell’importanza dell’assunzione del giusto senso di responsabilità, esperendo la frustrazione indotta dall’isolamento sociale, reso necessario per ridurre quanto più possibile il rischio di contagio. 

Sebbene il periodo del lock-down si sia contraddistinto per i vissuti della paura della trasmissione del virus, per l’incertezza del futuro socio-economico, la noia legata all’inevitabile inattività,  l’ansia dettata dal timore di non potere riprendere la propria attività produttiva e lavorativa, la solitudine e la frustrazione per via delle necessarie limitazioni osservate, paradossalmente quelle restrizioni hanno avuto per noi la funzione di veri e propri punti cardinali, coordinate a cui aggrapparci saldamente per orientarci nel buio dell’incertezza del domani. 

La consapevolezza della attuale riduzione del numero di morti e contagiati a causa del Coronavirus non ha contenuto del tutto le preoccupazioni che maggiormente ci investono e che hanno a che fare principalmente con le paure legate ai rischi di esposizione alla malattia ed ai conseguenti problemi economici e socio-lavorativi.

Nella cosiddetta  fase 2 infatti, a questo costante perenne e snervante stato di attivazione e tensione, si aggiunge oggi il bisogno incombente di riprendere la propria vita sociale e lavorativa, accompagnato altresì da tutta una serie di vissuti tipici dell’avvenuto attraversamento di quel mare in tempesta che in termini psicologici chiamiamo Disturbo post traumatico da stress e che si caratterizza da sintomi talvolta invalidanti quali insonnia, disturbi psicosomatici, ansia, angoscia, panico e vissuti depressivi. Da una recente indagine effettuata dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli  Psicologi (CNOP), si evince infatti come diffusi siano i disagi psicologi ed emotivi vissuti dalla popolazione: forme di stress e stati di malessere che evidenziano una certa difficoltà a riprendere le abituali funzioni vitali, lavorative e socio-relazionali, una sorta di blocco, in un pressante presente dalle tinte ancora troppo oscure, quasi a volerci rammentare dei rischi ancora esistenti seppur attenuati. Tale anomala sospensione spazio-temporale si manifesta con comportamenti contraddittori per lo più irrazionali: due facce della stessa medaglia che mostrano da un lato l’assunzione di condotte irresponsabili all’insegna del “Liberi tutti”,  messi in atto da parte di una seppur limitata fetta di popolazione, evidentemente incurante dei rischi associati all’inosservanza delle misure protettive e contenitive; dall’altra il dispiegarsi di atteggiamenti di vera e propria chiusura al mondo, caratterizzata dalla necessità di rimandare quanto più possibile la ripresa dell’esposizione al contesto sociale e relazionale.  In quest’ultimo caso ci troviamo di fronte a quella che viene opportunamente definita Sindrome della Capanna, una forma di difesa protettiva che denota sfiducia nei confronti del mondo che ci attende fuori e che ci intimorisce per la sua inedita ed odierna imprevedibilità: un vissuto che si caratterizza dalla paura di lasciare serenamente quella casa che ci ha protetti e difesi dalle insidie e dai pericoli del contagio del nemico invisibile. Occorre sottolineare che in particolare tale risposta sia da considerare quale fisiologica reazione alla condizione di isolamento e restrizione psicosociale che abbiamo vissuto nel corso di questi mesi di quarantena; la sfiducia nei confronti del futuro, gli stati d’ansia, la mancanza di stimoli e di motivazioni, l’angoscia che può investirci sull’uscio di casa nell’attimo stesso in cui stiamo per varcarlo, quel senso di forte insicurezza che può travolgerci inaspettatamente mentre siamo per strada, ci parlano della nostra non immediata disponibilità e prontezza nel riprendere la vita che abbiamo dovuto porre in modalità stand-bye, se non con l’incertezza e la paura di chi non sa che cosa ci attenda. 

Di fronte a tale resistenza a distaccarsi dalla condizione di confinamento occorre sapere attendere, rimandando ad un secondo momento la ripresa delle abituali attività. Sarebbe infatti altrettanto innaturale passare bruscamente dallo stato di limitazione socio-relazionale che ha caratterizzato il lock-down ad una repentino e forzato ripristino del precedente stile di vita, tanto più se dai tratti bulimici. Una ripresa graduale della propria quotidianità, attraverso un’auspicabile e opportuna progettualità a breve o medio termine sarebbe funzionale alla gestione di stati emotivi ansioso- depressivi o psicosomatici; seppur di natura prettamente fisiologica, in quanto conseguenti alla condizione di quarantena vissuta, questi disagi potrebbero richiedere un’opportuna presa in carico, nell’ottica del graduale ritorno alla quotidianità. Tali fenomeni clinici così recentemente registrati ci inducono necessariamente a prendere consapevolezza dell’insufficiente attenzione mostrata dalle istituzioni governative in merito agli aspetti prettamente psicologici ed emotivi legati alla pandemia epidemica; le recenti misure governative anti Covid-19 infatti si sono centrate sulla protezione dal pericolo biologico, non investendo in maniera altrettanto consistente sul rischio psicopatologico. 

E se i nostri malesseri, le nostre angosce e le nostre condotte irrazionali non fossero altro che il segnale della carenza nella presa in carico dell’impatto emotivo e psicologico derivante dall’emergenza Coronavirus? Quali sarebbero le gravi conseguenze per l’equilibrio della nostra comunità se il recente Decreto Rilancio mirante ad avviare la ripresa socio-economica del nostro paese non provvedesse a garantire quanto prima anche condizioni e contesti di sicurezza mentale ed esistenziali? Sono domande lecite che occorre porsi, soprattutto nell’ottica di una graduale ripresa della qualità di vita che restituisca ossigeno alle apnee che hanno caratterizzato esperienze frustranti e destabilizzanti come il distanziamento sociale, la didattica a distanza, le invalidanti ansie e le incertezze sul proprio destino professionale e personale e non per ultime le laceranti esperienze esistenziali lungo le corsie dei reparti di terapia intensiva. 

Come fortemente auspicato dall’Associazione italiana di psicologia (AIP), occorre monitorare attentamente sugli esiti dell’emergenza pandemica, vigilando sul quelle che sono le implicazioni sul piano prettamente psicosociale, in particolare per le fasce più deboli della popolazione quali bambini e adolescenti, disabili ed anziani e soggetti particolarmente fragili sul piano psichico, affinché, attraverso l’istituzione di osservatori su scala nazionale, si possa identificare più precocemente possibile il rischio del disagio psichico derivante dalla condizioni traumatiche appena subite. 

Auspicando in un “rilancio” da parte delle Istituzioni, capace di investire finalmente oltre che in campo economico e finanziario anche sulla dimensione psicosociale, attraverso interventi strutturali e di promozione di risorse da applicare concretamente nella Sanità, nella Scuola, nel campo del Lavoro e del Sociale, nel frattempo non possiamo che ritornare a sintonizzarci verso quei suoni che le nostre corde interne producono, prendendo pieno possesso della nostra esperienza traumatica e degli insegnamenti che oggi ne traiamo, riconoscendo le potenzialità che abbiamo riscoperto in noi stessi e che abbiamo impiegato nel contesto emergenziale. 

La fase 2 ci presenta un nuovo scenario, ben differente da quello che abbiamo lasciato prima dell’osservanza della quarantena.  Sebbene la convivenza con il virus è ciò di più complesso che il nostro immaginario collettivo potesse concepire, abbiamo l’opportunità di affrontare gradualmente le nostre resistenze al cambiamento ed alla ripresa del nostro viaggio. 

Ci accorgiamo che quella che era la paura del contagio oggi è divenuta “l’ansia del poi, quel sentimento che continua a tenerci “all’erta”, che ci trattiene coi piedi ben saldi a terra e che ci riporta a proteggerci e proteggere l’altro dal rischio, per non vanificare gli sforzi messi in campo dalla collettività tutta. 

Come non mai occorrerà non bruciare le tappe del graduale allentamento delle misure protettive che stiamo adottando, affinché le fatiche di medici e di operatori sanitari che hanno sacrificato se stessi e talvolta anche le loro stesse vite vengano autenticamente riconosciute e difese; affinché lo sforzo ed il coraggio dei lavoratori rimasti attivi durante il lock-down riceva il giusto riconoscimento; affinché venga restituito senso al logorio degli studenti e opportuna dignità al burn-out dei loro preziosi e laboriosi insegnanti. 

A noi tutti dobbiamo essere grati per la resilienza mostrata di fronte a quest’esperienza così dura e violenta che potremo col tempo elaborare camminando sulle nostre stesse gambe, nonché attraverso l’aiuto di professionisti attenti ed accoglienti; un percorso alquanto tortuoso che ci restituirà un tesoro di inestimabile valore: la ripresa della libertà individuale e collettività, come direbbe sapientemente Bauman, attraverso l’osservanza delle regole sociali condivise, riscoprendo così il valore inestimabile del benessere psicofisico e socio-relazionale.

 

Bibliografia

  • American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (DSM-5). American Psychiatric Pub.
  • Bauman Z., Modernità Liquida; Editori La terza 
  • De Felice F. e Colaninno C. (2003), Psicologia dell’emergenza, Franco Angeli, Milano
  • D’urso, V., & Trentin, R. (2007). Introduzione alla psicologia delle emozioni. Roma. Laterza.
  • Freud S., 1921, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, tr. it. in Opere, 9, ed. Boringhieri.
  • Napolitani D., “Individualità e Gruppalità”, Boringhieri, Torino, 1987.
  • Plutchik, R., (1994). Psicologia e psicobiologia delle emozioni. Torino. Bollati Boringhieri. 1995.
    Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2020/05/fase2-fine-lockdown/

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