Il coronavirus, la noia, la solitudine e l’incertezza di un futuro tutto da inventare

Perché dopo questi rivolgimenti nulla sarà come prima

Questo è quello che può essere definito uno dei periodi più complessi e ansiogeni che la nostra memoria ricordi, negli ultimi 50 anni o forse anche oltre. 

Ci siamo trovati dentro fino al collo, in una situazione surreale che, soltanto pochi mesi fa, sarebbe sembrata inimmaginabile.

In realtà quasi nessuno aveva ipotizzato un epilogo simile, perché, diciamolo sinceramente, all’inizio, complici anche le rassicurazioni di taluni scienziati, esperti del settore, si è ampiamente sottovalutata quella che invece sarebbe diventata una delle pandemie più temibili di tutti i tempi, per l’azione diretta del fantomatico e insidioso covid 19.

Da una settimana circa, le restrizioni governative ci hanno imposto, a scopo preventivo, delle regole di vita estremamente rigide, a cui tutti responsabilmente (salvo le dovute eccezioni) ci stiamo adattando. 

Scuole con attività didattiche sospese, negozi, bar, ristoranti, cinema e teatri chiusi, ma soprattutto limitazioni severe della possibilità di spostarsi liberamente, se non per lavoro, salute o necessità primarie. Le città semi-deserte appaiono spettrali e non si sa ancora quando potremo intravedere una fioca luce in fondo al tunnel.

Detto questo, ci stiamo, chi più chi meno, abituando a una vita da reclusi, che solo una manciata di giorni fa avremmo preventivato alla stessa stregua con cui si può preventivare un’invasione di marziani. 

All’inizio, accompagnati da una mesta rassegnazione e da una cospicua dose di paura, abbiamo fatto la lista mentale di tutti i buoni propositi da porre in essere durante i nostri giorni ai domiciliari forzati. 

Sono comparse, prima timidamente poi via via con sempre maggiore energia, le prime iniziative collettive, i flash-mob musicali, i balconi trasformati, ad orario, in palcoscenici improvvisati, con la recondita finalità di voler mescolare i destini personali di ciascuno, indirizzandoli verso un unico destino comune, verso un’unica storia da raccontare. #Distantimauniti è l’hastag del momento attraverso cui scoprirsi più buoni, più empatici, più patriottici, il tutto direttamente dal divano di casa propria. 

Rimane il fatto che siamo e restiamo fisicamente distanti gli uni dagli altri, confinati nelle nostre quattro mura, a cercare di lavorare in modalità smart working o di trascorrere il tempo, recuperando hobby dimenticati. 

La vitalità esplosiva dei flash-mob canori e delle iniziative da quarantena (lettura, film, Netflix, pulizie straordinarie, cucina), dopo l’entusiasmo iniziale, pare stia scemando, cedendo il passo a una certa noia cupa e serpeggiante, avamposto preoccupante per possibili scenari collettivi ai limiti della depressione. Quella noia di cui un pochino ci si vergogna, perché se si sta bene e ci si trova al sicuro, tra le mura domestiche, non si può fare altro che ringraziare il fato per una situazione certamente anomala ma pur sempre comoda.

In tale circostanza anche i social rappresentano lo specchio del repentino cambiamento di abitudini, diventando dei veri campionari delle più svariate attività casalinghe come antidoto alla noia: pizze fatte in casa si alternano a foto di libri letti a manetta, armadi ordinatissimi a immagini di improbabili performance artistiche, improvvisate da terrazzi e balconcini.

Le attività domestiche sembrano avvicendarsi compulsivamente per dare un senso al vuoto cosmico che ha inghiottito le nostre vite frenetiche, in una voragine di terrore e immobilismo. Soccombere alla noia diventa, quindi, un problema da risolvere nei modi più disparati. Qualora, però, la reclusione si dovesse protrarre ancora a lungo, la definitiva resa al tedio diventerebbe, a questo punto, inevitabile. Anche in tale circostanza Facebook diventa una sorta di termometro sociale: da una parte chi posta articoli apocalittici sull’emergenza, chi diffonde foto dalla ligia reclusione casalinga in un tripudio di torte fatte in casa e scaffali iper-ordinati e, infine, chi fa il segugio social e il delatore dei comportamenti incoscienti di ipotetiche persone refrattarie alle regole.

Il capitolo “immigrati = fulcro di tutti i mali” sembra essere stato momentaneamente accantonato a favore di un’altra tipologia di odio social legato all’emergenza da covid 19. Perché chi ha sempre odiato non smette neppure dinnanzi a un virus potenzialmente letale, sposta l’odio altrove: inizia a non trovare più così gradevoli i dj set condominiali, punta il dito, con foto postate trionfalmente come prova documentale, su chi si trova in strada, senza neppure chiedersi se quella gente stia passeggiando senza criterio oppure stia raggiungendo il posto di lavoro, la farmacia, il supermercato. Disprezza e rimprovera da un pulpito più immaginario che reale, quando invece dovrebbe tener in mente quanto sintetizzato da De André in un indimenticabile verso: “anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. 

Lo strazio di un mondo in affanno ci appare in tutta la sua crudele evidenza e in questo mega-contesto sofferente, i buoni continuano ad essere buoni, i cattivi continuano a odiare, gli individualisti a fregarsene…il tutto amplificato da un’impressionante evolversi di eventi senza precedenti. E noi, italiani medi, continuiamo a cercare di sopravvivere in una bolla surreale, per la nostra salute, bene comune preziosissimo, cercando di non darla vinta alla noia. Ma quando avremo terminato le quotidiane attività lavorative, per molti diventate ormai virtuali, quando avremo dato fondo a tutte le ricette possibili, quando inizieremo a lievitare come mongolfiere con l’incubo costante della bilancia, quando avremo letto pure gli elenchi telefonici dal 1997 in poi, quando avremo circumnavigato il globo in cyclette, ci troveremo impotenti dinnanzi alla nostra solitudine e all’incertezza di un futuro tutto da inventare, malgrado, in un passato recentissimo, sembrava che esso scorresse su binari rassicuranti.

La noia, tanto temuta, può indurci a pensare, può generare riflessioni nuove e diverse su chi siamo e su ciò che desideriamo essere, perché dopo questi rivolgimenti nulla sarà come prima.

Questo concetto, però, voglio ribadirlo a conclusione di queste mie considerazioni, con delle parole che io non riuscirei mai a trovare, ovvero con i versi potenti di Mariangela Gualtieri nella sua strabiliante:

Nove marzo duemilaventi

“Questo ti voglio dire

ci dovevamo fermare.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti

ch’era troppo furioso

il nostro fare. Stare dentro le cose.

Tutti fuori di noi.

Agitare ogni ora – farla fruttare.

Ci dovevamo fermare

e non ci riuscivamo.

Andava fatto insieme.

Rallentare la corsa.

Ma non ci riuscivamo.

Non c’era sforzo umano

che ci potesse bloccare.

E poiché questo

era desiderio tacito comune

come un inconscio volere –

forse la specie nostra ha ubbidito

slacciato le catene che tengono blindato

il nostro seme. Aperto

le fessure più segrete

e fatto entrare.

Forse per questo dopo c’è stato un salto di specie – dal pipistrello a noi.

Qualcosa in noi ha voluto spalancare.

Forse, non so.

Adesso siamo a casa.

È portentoso quello che succede.

E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.

Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.

C’è un molto forte richiamo

della specie ora e come specie adesso

deve pensarsi ognuno. Un comune destino ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.

O tutti quanti o nessuno.

È potente la terra. Viva per davvero.

Io la sento pensante d’un pensiero

che noi non conosciamo.

E quello che succede? Consideriamo se non sia lei che muove.

Se la legge che tiene ben guidato

l’universo intero, se quanto accade mi chiedo non sia piena espressione di quella legge

che governa anche noi – proprio come ogni stella – ogni particella di cosmo.

Se la materia oscura fosse questo

tenersi insieme di tutto in un ardore

di vita, con la spazzina morte che viene a equilibrare ogni specie.

Tenerla dentro la misura sua, al posto suo, guidata. Non siamo noi

che abbiamo fatto il cielo.

Una voce imponente, senza parola

ci dice ora di stare a casa, come bambini che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa, e non avranno baci, non saranno abbracciati.

Ognuno dentro una frenata

che ci riporta indietro, forse nelle lentezze delle antiche antenate, delle madri.

Guardare di più il cielo,

tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta il pane. Guardare bene una faccia. Cantare piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta stringere con la mano un’altra mano sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.

Un organismo solo. Tutta la specie

la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta di un palmo col palmo di qualcuno a quel semplice atto che ci è interdetto ora – noi torneremo con una comprensione dilatata.

Saremo qui, più attenti credo. Più delicata la nostra mano starà dentro il fare della vita.

Adesso lo sappiamo quanto è triste

stare lontani un metro.”m

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