La memoria e le celebrazioni della Shoah antidoto insufficiente contro l’indifferenza e l’odio serpeggiante che si sta trasformando in malattia sociale

Come mai una testimone preziosa della Shoah come la senatrice Liliana Segre, che dovrebbe essere la nostra guida autorevole, è costretta a vivere sotto scorta?

Gli ultimi superstiti dell’Olocausto sono ormai un numero infinitesimale. Tra un po’ non ci sarà neppure un testimone che potrà narrarci, per averli provati sulla propria pelle, gli atroci traumi di quella scellerata pagina di Storia.

È questa una delle ipotesi che temo di più e che ho sempre temuto.
Il vuoto pneumatico di una memoria depotenziata, una memoria non più vigile, una memoria che tende a identificarsi pericolosamente in una data annuale, il 27 gennaio, buona per commemorazioni e celebrazioni routinarie, sempre meno coinvolte da quella dolorosa potenza evocativa che, solo pochi anni fa, ci accomunava tutti, indipendentemente dalle idee e dall’appartenenza politica, e ci univa nella condivisione della volontà di ripudiare l’odio antisemita, trasmesso, come una epidemia, come un virus letale anche contro omosessuali, disabili, rom e oppositori politici, in un forte, chiaro e definitivo “mai più” che oggi, nel 2020, incredibilmente tende a traballarre ancora una volta.

Si scrivono fiumi di parole e si organizzano un numero enorme di iniziative su ciò che rappresenta la Shoah per la storia dell’Umanità, come è giusto che sia, ma tali iniziative si scontrano contro il muro sempre più elevato dell’indifferenza quotidiana e del qualunquismo smemorato.

In questo periodo, complesso e, per certi versi, parecchio inquietante, la memoria degli atti celebrativi, ogni anno più stanchi e retorici, pare non sia più sufficiente, come antidoto concreto all’odio serpeggiante, che, diffondendosi a macchia d’olio, si sta trasformando in malattia sociale.

Forse oltre a studiare le date e i personaggi e le storie della pagina più buia e vergognosa della Storia, ci si dovrebbe soffermare, un po’ di più, sul come, sul quando, ma soprattutto sul perché tutto è iniziato. Bisognerebbe rileggere attentamente la Genesi dell’Olocausto e confrontarla con l’indifferenza e la superficialità del nostro tempo. Bisognerebbe riflettere e far riflettere su un fatto che è il padre di tutte le inquietitudini odierne, una domanda che compendia la ratio stessa di questo odio serpeggiante e pericolosissimo: come mai una testimone illustre e preziosa della Shoah come la senatrice Liliana Segre, che dovrebbe essere il nostro orgoglio e la nostra guida autorevole, è costretta a vivere sotto scorta?
Ciascuno si dia la sua risposta.

“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti”.

Primo Levi

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