“Itaca e dintorni”……  Mito, filosofia, riflessione e conoscenza: stereotipiche immagini di donne

L’autrice ha tessuto insieme una serie di fili fatti di mito e filosofia, per creare la tela esplicativa di un fenomeno culturale ed antropologico, che porta in sé le immagini stereotipiche al femminile

Complesso e delicato è scrivere su un argomento, al contempo di annosa ed estremamente attuale problematicità, provando a non generare parole vuote di significato, ridondanti, a non enucleare retoriche frasi prive di ricaduta pratica.

Ma forse ciò che occorre è semplicemente, da donna, guardare alla vita quotidiana, proprio a quel viaggio giornaliero nel mondo; un mondo che a tutt’oggi, in barba a tutti i discorsi ‘’vacui’’ sulla parità, (ammesso che parità sia il termine corretto), continua inesorabilmente ad essere ‘’maschile’’.  Sono solo timidi tentativi, celebrazioni appannaggio di un mondo maschile, anche nella sua componente femminile, che ‘’benevolo’’ dà prova d’impegno, senza sostanziale cambiamento di pensiero e di azioni.

È per questo che comincio il discorso dagli interventi conclusivi della pregevolissima mattina trascorsa allo Steri, in occasione della presentazione di questo libro importante, e finalmente utile, sull’argomento, di Maria Rita Fedele.

La prof. Andò principia il suo intervento dicendo quanto sia stato importante scrivere questo libro e quanto sia importante leggerlo, soprattutto per i più giovani, nelle cui teste albergano ancora indisturbati i tradizionali stereotipi della donna.

E continua, affermando che il patriarcato non è affatto morto e che l’unica cosa importante è la consapevolezza. Ciò che serve è proprio la cultura. È appunto un percorso come quello della Fedele che serve a CAPIRE da dove il concetto di supremazia dell’uomo sulla donna abbia avuto origine e come ancora ad oggi questo stereotipo della donna “muta e sottomessa” possa essere vigoroso quasi come alle origini.

Ed è proprio dalle parole commosse dell’autrice che è emersa la consapevolezza concreta di una domanda, che credo all’inizio di questo suo percorso abbia affondato le radici nel mondo, guardato con gli occhi di donna, madre, moglie, insegnante, studiosa e soprattutto filosofa.

Maria Rita Fedele infatti dedica questo scritto soprattutto alla madre e alla figlia: “Agli amici e ai miei familiari tutti, in particolare mia madre e a mia figlia, Barbara, cui ho dedicato questo libro, nella nostra condivisa genealogia femminile, perché nello sguardo prospettico dei loro occhi vedo cose meravigliose, segno di una ineliminabile e preziosa differenza”.

Ed è a questa “preziosa differenza” che tutti gli interventi hanno mirato, scandagliando al contempo la fonte della nascita degli stereotipi femminili, da questa così distanti.

La storia delle donne è fatta di emarginazione, disuguaglianza, violenza, ma anche di lotte e di conquiste. Comincia da un’isola molto lontana, Itaca, dove racconti mitologici, filosofie, poesie e storie, s’intrecciano come tanti fili che creano quell’orizzonte di senso e di significato in cui il femminile è codificato. Partire da quelle storie, più in generale dall’immaginario culturale del femminile tipico dell’Antica Grecia, è l’obiettivo della riflessione che viene proposta in questo saggio, in cui la scrittura, aprendo lo spazio della narrazione, intende dare voce al coraggio, alla pazienza e alla determinazione, con cui le donne, col tempo, hanno tentato di guadagnarsi un posto nel mondo”; così è dichiarato nell’introduzione ad Itaca e dintorni.

Ed è da questo assunto che sabato mattina ha preso avvio la dissertazione per la presentazione di questo scritto, a cui sono intervenuti, oltre naturalmente all’autrice Maria Rita Fedele, il Sindaco di  Monreale, Alberto Arcidiacono, il prof. Andrea Limoli, la prof. ssa Valeria Andò, la prof. ssa Maria Teresa Russo, il prof. Giorgianni e il prof. Palumbo, i quali hanno dato ciascuno il proprio interessante contributo, sugli spunti di riflessione verso cui la scrittrice ha condotto i propri lettori.

Dopo i sentiti ringraziamenti dell’autrice rivolti in primis al Rettore dell’Università degli studi di Palermo, Fabrizio Micari, ma anche a tutti gli intervenuti che a vario titolo hanno dato il proprio contributo alla stesura del suddetto lavoro editoriale, interviene il sindaco di Monreale, che si mostra orgoglioso per il lavoro svolto con magistrale perizia da una cittadina del territorio  che egli rappresenta.

Ed è a questo proposito che la prof. Maria Teresa Russo, dell’Università degli Studi Roma 3, dichiara la complessità di questo lavoro e la sua natura collaborativa, perché così concepita dall’autrice, la quale, come dichiara, non è una studiosa che “lavora in una torre d’avorio”, ma al contrario, guarda alla ricerca come un percorso di arricchimento in primis della sua persona.

Interessante il contributo della prof. Russo che parla “tessitura”, dichiarando come l’autrice abbia tessuto insieme una serie di fili fatti di mito e filosofia, per creare la tela esplicativa di un fenomeno culturale ed antropologico, che porta in sé le immagini stereotipiche al femminile.

La studiosa romana, mettendo in evidenza la centralità del racconto, metafora linguistica della vita stessa dell’uomo, individua due nodi tematici principali a cui poter ricondurre le immagini cristallizzate di donne: Itaca e il corpo.

E passando per il mito, ripercorrendo le pagine del libro della filosofa monrealese, delinea figure mitologiche di donne, di particolare pregnanza.

Ed ecco che gli astanti hanno potuto vedere concretizzarsi davanti ai loro occhi donne come Tacita Muta, privata della parola e della dignità che sta dietro alla parola, come essere pensante e avente un posto nel mondo.

Pressante e concreta si è profilata la dicotomia tra logos e phonè, tra òikos e agorà, tra soma e psychè.

Quindi tra il discorso portatore di senso, prerogativa degli uomini e il suono, privo di contenuti, delle donne; per esempio delle Sirene omeriche, prima donne uccello, capaci di parola, pur forse priva di contenuti, ma non di seduzione, e poi donne pesce, private del tutto della parola.

O la differenza tra lo spazio deputato proprio alla donna, la casa, e lo spazio pubblico, degli uomini; o la differenza tra l’anima e il corpo, nonché la impossibilità delle donne di partorire idee, quindi di praticare l’arte  maieutica, come fa Socrate con gli uomini; al contrario della possibilità delle donne di partorire corpi: ’’Donne che, generando figli, sono ritenute feconde nel corpo, ma non nell’intelletto, come dice Platone nel Teeteto, dove distingue la fecondità noetica, che appartiene agli uomini (i filosofi), da quella corporea che appartiene alla donna’’.

Passando per il mito, la filosofia greca e poi anche per la rivoluzione cristiana, grazie alla quale il concetto di corporeità subisce una vera e propria rivoluzione “Il Verbo si fece Carne”, giunge, tramite molteplici processi antropologici e filosofici, che qui sarebbe fuori luogo ripercorrere, all’odierna “analisi della differenza” e quindi al Gender, offrendo agli spettatori un quadro completo del libro della Fedele.

Altrettanto interessante l’intervento del prof. Lemoli, il quale definisce la differenza tra i due sessi dismorfismo, e pone nella realtà dei fatti, da una parte l’uomo che, dimentico della donna dalla quale è nato, succhia il nutrimento da quest’ultima fino allo stremo e dall’altra la donna che cerca di rifuggire dal ruolo che la società le impone da secoli.

Il professore Giorgianni ha invece fermato la sua attenzione sulla negazione della parola pubblica alla donna.

Citando il personaggio di Antigone, ricorda come la donna, dopo aver preso parte alla vita pubblica, perda la sua femminilità e quindi il suo essere donna.

Allo stesso modo ricorda ai presenti la storia di Procne e Filomena, due sorelle; Procne sposa Tereo, il quale violenta la sorella Filomena e per far sì che non parli dell’accaduto, le taglia la lingua. Ma Filomena, forte del potere della donna di ordire piani astuti, tesse una tela nella quale è rappresentata la violenza subita da parte del cognato. Le due sorelle allora, si alleano e si vendicano, imbandendo all’uomo le carni del proprio figlio Itis.

È il caso in cui la parola si fa immagine per ovviare al problema della sua negazione. 

O il mito di Fedra, nell’Ippolito coronato di Euripide, in cui Fedra Innamorata del figliastro Ippolito, non ricambiata, prima di suicidarsi, scrive un biglietto in cui dichiara la falsa violenza carnale del figliastro su di lei, scatenando le ire del marito e padre del ragazzo.

Anche in questo caso, spiega il prof. Giorgianni, la scrittura prende il posto della  parola negata.

Ma il libro della Fedele, come ricorda Giorgianni, riporta, al contrario, esempi di antistereotipi, come Diotima, che è una figura magistrale e sapienziale di donna, che Platone introduce come maestra di Socrate sul concetto di Eros. Tale figura sembra poi contrapporsi completamente a quella di Penelope, la quale è sottoposta perfino al figlio.

Il prof. Palumbo invece, pone l’accento sul sessismo contemporaneo e sulla sua pacificata presenza nella nostra vita di tutti i giorni, soprattutto nella pubblicità, tramite la quale, dice “l’animo simbolico si cala nell’economia e perpetra l’idea di Oikos-casa, come luogo deputato alla donna e polis-spazio pubblico, all’uomo.

Spesso, oggi, si discute sulla possibilità, per l’uomo, della riflessione; della possibilità di  potersi fermare e cercare le cause reali di certi meccanismi dentro i quali ci troviamo necessariamente a girare, come “criceti in una ruota”.

Spesso questa possibilità di riflessione ci è negata o piuttosto, direi, siamo incapaci di opporci all’impossibilità di attuarla.

Credo che l’incontro di sabato mattina, nella splendida cornice di un luogo, come la Sala delle Capriate di Palazzo Steri, in occasione della presentazione di questo saggio, Itaca e dintorni, ci abbia comunicato non solo la reale possibilità per l’uomo contemporaneo della riflessione, ma anzi la sua necessità.

Le indagini, la riflessione, la conoscenza, la cultura, rimangono gli unici mezzi per comprendere un fenomeno complesso come questo, e per poter cambiare dall’interno i meccanismi che ad esso sottendono, guidandoci come burattini privi di volontà, in un mondo che della logica patriarcale è ancora inesorabilmente vittima, nelle piccole e nelle grandi cose, e che produce ancora giornalmente, delitti più o meno eclatanti, oltreché, lacrime dell’anima, invisibili, inaccettabili e impunite.

È la pacatezza con cui la trattazione è condotta, come dicono i relatori, che contribuisce al suo obiettivo.

Maria Rita Fedele non cerca un colpevole, non procede con “rabbia”, ma studia, indaga e ci porge gli strumenti della riflessione filosofica, anche tramite l’arte, la musica e la poesia, che ha scelto come compagne di questa percorso. 

L’artista palermitana Ilaria Caputo ha infatti realizzato l’immagine di copertina, dal titolo Sospensioni, e le altre opere proiettate in sala; gli studenti del Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo hanno eseguito il brano Por una cabeza, un popolare tango argentino composto nel 1935 da Carlos Gardel, presente nel film Profumo di Donna; Silvia Puglisi ha eseguito a cappella il brano Bread and roses ; e la prof. ssa Lo Presti ha recitato versi tratti dal libro XII dell’Odissea, sul canto delle Sirene e una poesia sul tema.

Un percorso interdisciplinare, fatto di mito, Filosofia, arte, musica recitazione, asservito alla cultura, quella che si apprende, metabolizza e reiveste nel mondo del reale.

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