“Capire la Mafia”, presentato al Museo Salinas il libro di Amelia Crisantino: “I siciliani sempre stati bravi a vendere la loro fedeltà”

Nino Caleca: “La mafia avrebbe aiutato gli americani per sbarcare in Sicilia? È una bufala. Il libro offre spunti storici nuovi e dissacra alcuni convincimenti”

PALERMO – È stata presentata ieri mattina, all’interno del Museo Salinas di Palermo, l’ultima fatica della Prof.ssa Amelia Crisantino, “Capire la Mafia – Dal feudo alla finanza”, edizioni “Di Girolamo”.

Alla presenza di un folto pubblico, la Crisantino è stata accompagnata nel racconto sulle origini e sull’evoluzione del fenomeno mafioso in Sicilia da due esperti della materia. Il prof. Aurelio Angelini, che vanta numerose pubblicazioni sul tema e che negli anni si è battuto attivamente contro il fenomeno mafioso, e l’avvocato penalista Nino Caleca, nominato nel 2018 nel Consiglio di Giustizia Amministrativa.

Il libro compie un’operazione difficile, quella di sintetizzare la storia della mafia fino ai tempi nostri, e raggiunge l’obiettivo di spiegare, con grande capacità di sintesi, la struttura culturale e la presenza invasiva e storicizzata della mafia nella società siciliana.

Il Prof. Aurelio Angelini

“Giovanni Falcone – ha spiegato Angelini – parlava della perfetta simbiosi tra siciliani e fenomeno mafioso, un’affermazione pesantissima, che riguarda l’ontologia, il modo di essere, di individui che attraverso il comportamento ripetono in maniera coattiva le influenze che il fenomeno ha generato nella nostra società. Ma questa presenza immanente della cultura e dell’agire mafioso diventa un fatto quotidiano.

Ma Falcone diceva che la mafia è un fenomeno, e come tutti i fenomeni dovrà finire. Assegna a un tempo storico la possibilità di liberarci di questo fenomeno”.

Per Angelini ancora manca nella cultura siciliana il rispetto delle regole, anche se negli ultimi anni qualcosa è cambiato: “C’è una parte sempre più significativa della società siciliana che cerca soluzioni seguendo le vie ordinarie e non rivolgendosi a quelle dell’altro potere strutturato della società siciliana. È un fattore che ci conforta, ma abbiamo montagne da scalare prima di raggiungere l’obiettivo”.

Caleca ha sottolineato l’importanza dell’opera della Crisantino perché si tratta di un “libro onesto, che tenta di ricostruire la verità, senza inchinarsi a consolidate rappresentazioni storiche. Anzi, offre spunti storici nuovi e dissacra alcuni convincimenti”. 

L’avv. Nino Caleca

“Intanto spiega che c’è stato un periodo in cui la mafia in Sicilia non c’era. La Mafia è nata in un momento storico ben preciso, poiché c’erano particolari condizioni favorevoli, c’era una struttura economica fondamentale, quella della masseria, e intorno ad essa nasce la mafia”.

Un’affermazione in controtendenza presente nel libro riguarda l’aiuto che la mafia avrebbe dato agli americani per sbarcare in Sicilia. “È una bufala. È invece stato un modo per la mafia di raccontare se stessa e per legittimare la sua presenza in Sicilia dopo lo sbarco”.

“Nel corso della storia – continua Caleca – la Sicilia ha avuto sempre un ruolo subalterno al resto dell’Italia. La politica siciliana è stata sempre brava a raccogliere consenso, ed è un meccanismo che viene ancora realizzato. L’esempio è quello dei fondi europei. La Sicilia è la prima regione italiana per agricoltura ecologica, i nostri territori sono a vocazione biologica, ricevono contributi dall’Europa per 1 miliardo 300 milioni di euro per l’agricoltura, soprattutto per quella biologica. Ma si tratta solamente di una distribuzione di soldi, come è avvenuto in passato per l’industria, che non sviluppa una classe imprenditoriale. Solo contributi a pioggia, che vedono la classe politica fare da intermediario. Tra 5 anni si concluderà l’obiettivo 1 e verranno tagliati i contributi senza che intanto sia stata creata una industria capace di rimanere nel mercato. È quello che è successo negli anni in Sicilia. L’humus di cui si rafforza la mafia.

L’autrice Amelia Crisantino durante la presentazione del libro

 

Oggi la maggiore presenza della mafia è nell’agricoltura, perché è un settore che attira grossi flussi di denaro. Il 70 % delle misure di prevenzione e di sequestri dei beni avviene su beni agricoli, campi e pascoli, lì si radica e si rafforza la mafia”.

Caleca spiega come la crescita della mafia sia stata legata a scelte politiche ben precise “che hanno nomi e cognomi”, ad errori fatti nel corso della storia.

L’avvocato spiega anche che Cosa Nostra sta cambiando, “si sta infilando in affari che non conosciamo, nei Bit Coin, nel mondo dell’informatica, entra in mondi che scopriremo tra qualche anno. E questo libro ci aiuta a comprendere in che modo non dobbiamo lasciarci sorprendere da Cosa Nostra”.

Nel corso del dibattito anche Angelini si è soffermato sulla mancanza di impresa in Sicilia, una regione che ha il 10% della popolazione nazionale, ma la cui impresa incide per l’1%: “Non c’è imprenditoria ma ci sono prenditori di denaro pubblico, attraverso la mediazione del sistema politica. Avviene oggi come avveniva con Andreotti che in Sicilia garantiva trasferimenti di denaro pubblico tra i suoi referenti nella classe politica regionale, con lo scopo di mantenere il potere politico nazionale”.

L’analisi della mafia siciliana non poteva che intrecciarsi con l’analisi del grande malato siciliano che è la pubblica amministrazione.

“Nel libro – commenta Caleca – si legge che dal 1946 al 1962, quando nasce la regione, non si è fatto un concorso pubblico, ma che tutti i dipendenti regionali furono chiamati per chiamata diretta. Capite il livello di potere in mano ai politici? Quando nel 1962 divennero obbligatori i concorsi pubblici, in Sicilia si riuscì a superarli con il precariato, e si continuò ad assumere personale senza concorsi, per chiamata diretta da politici con nome e cognome”

“Negli ultimi 25 anni non ci sono stati più concorsi – aggiunge Angelini -, ma si veniva assunti per una scelta clientelare. Questo ha comportato che non vi fossero adeguate competenze professionali necessarie per l’amministrazione ordinaria della regione”.

“Non tutti i siciliani sono uguali, quelli che si legano alle cordate clientelari sono più uguali degli altri. È questo il pessimo messaggio che passa – spiega Crisantino -. Il clientelismo non può accontentare tutti. Se sei obbediente, bravo a sottometterti, potrai ottenere qualcosa, se non sei obbediente è sicuro che non otterrai nulla. Manca il concetto di diritto, e il capitalismo di mediazione può andare avanti”.

“In questo libro cerco di spiegare le condizioni che hanno reso possibile l’affermazione di un metodo, quello mafioso. La Sicilia è terra di frontiera, lo è da secoli. Leggere la storia della Sicilia ci permette di capire perché qui avvengono cose che altrove non sono avvenute e sarebbero state represse. In Sicilia non è importante cosa si può produrre ma cosa si può garantire. E alla base di tutto c’è la violenza, che diventa la trama sulla quale affonda qualsiasi fenomeno che prova ad emergere.

I siciliani sono bravi a vendere la loro fedeltà, è una loro competenza secolare, sono stati bravi a venderla ai re di Spagna, sono bravi a venderla ad Andreotti, si pongono sempre come interlocutori privilegiati. Sono distributori di risorse verso il popolo siciliano e garantiscono la fedeltà ai loro padroni”.

Nonostante l’enorme difficoltà nello sconfiggere la Mafia (una montagna per Angelini), l’autrice intravede nei giovani un barlume di speranza: “I ragazzi che fanno l’Erasmus tornano con una mentalità diversa, non sono più incastrati nel ricatto sicilianista che impedisce loro di vedere cosa c’è fuori e di capire cosa si sta combinando dentro. Spero nei giovani e li esorto ad una cittadinanza attiva. Se tutti fossimo attenti a cosa ci accade intorno, tante cose non potrebbero accadere”.

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