La scuola e la società, i valori impartiti si scontrano contro la cupa realtà

“Levatemelo da qua”, quando l’odio razzista non risparmia neppure i bambini

La scuola pubblica è sicuramente il cuore pulsante della nostra società. Essa riflette, per chi la sa comprendere, l’immagine di ogni contesto sociale presente nella nostra realtà e nel nostro tempo. Una comunità in divenire che dovrebbe fondarsi su variegati aspetti, tutti profondamente educativi: le prime relazioni, il senso di appartenenza, il rispetto dell’altro, l’equità nelle opportunità. 

Compito degli insegnanti è quello di far comprendere ai propri alunni quei valori necessari per stare insieme nel modo più corretto, cercando di costruire un bagaglio di princìpi giusti e comportamenti rispettosi, come antidoto contro certe brutture di talune situazioni in cui ci si imbatte quotidianamente.

A scuola come in famiglia gli adulti educano in modo più efficace, allorquando sanno diventare essi stessi testimoni credibili dei valori che intendono trasmettere. 

Ed è per questo che determinati problemi che la comunità educante tende, nel suo microcosmo, ad ovattare, possono emergere prepotentemente, allorquando tale microcosmo si interfaccia casualmente col macrocosmo-società. 

La scuola che si immerge nel mondo reale, magari per un tempo limitato, in un giorno qualsiasi, può riservare anche spiacevoli e impreviste sorprese. 

Può capitare, infatti, che per consolidare e contestualizzare i contenuti teorici, una classe faccia esperienza diretta sul territorio. Può capitare che un gruppo di maestri/e decida di accompagnare i propri alunni in uscite didattiche, appositamente progettate per esplorare, tutt’insieme, le caratteristiche fisiche, artistiche e culturali della propria città. Può capitare che si decida di servirsi dei mezzi pubblici, altro elemento che potenzia ulteriormente lo spirito di classe, ovvero quella condivisione che educa a essere persone e non singoli individui, anche attraverso  quell’entusiasmo trascinante che fa pensare a ogni bambino: “eccoci qui, tutt’insieme in un autobus, pronti a scoprire il mondo…che felicità!!!”.

Può capitare che in quell’autobus ci sia gente frettolosa e persa nei propri pensieri, tanto da non badare neppure alla presenza dei bambini. Può capitare, invece, di incontrare gente che sorride a quel gruppo eterogeneo, perché, diciamo la verità, una classe di bambini delle elementari a zonzo, capitanati da maestri/e suscita sempre un po’ di tenerezza. 

Quello che non si ipotizza neppure lontanamente di trovarci dentro quell’autobus urbano è l’odio più cupo e profondo, espresso nell’arco temporale di una normale, breve corsa. 

L’odio che si materializza all’improvviso spiazzando certezze consolidate insieme alla consapevolezza di come riuscire a fronteggiare, nel modo più adeguato, tanta barbarie senza coinvolgere i bambini…senza far notare loro quanto spregevoli possano essere i grandi. 

Genova…un mattino di una giornata qualunque: una scolaresca entra all’interno di bus di linea accompagnata da maestre attente e professionali.

Le maestre si affrettano a sistemare i bambini nei posti disponibili. Un bimbo nero con disabilità, zitto e tranquillo, viene fatto accomodare accanto a una signora.

Le maestre professionali e attente moltiplicano i loro occhi per tenere tutti i piccoli sotto controllo: nessuno deve perdersi, nessuno deve incorrere in situazioni spiacevoli. Non capiscono lo scatto spazientito proveniente da quella donna seduta accanto al bambino zitto, zitto e nero accompagnato da un borbottìo: “e poi non pagano neppure il biglietto”. È un lampo e comprendono immediatamente la lama odiosa che vuole colpire, offendere, annientare persino un bambino con disabilità, zitto, tranquillo e nero. Vorrebbero inveire contro quell’involucro inutile celato da sembianze umane, ma le maestre attente e professionali hanno una classe da proteggere e si limitano a dire: “qui tutti i bimbi hanno pagato… nessuno escluso”. 

“Levatemelo da qua” é l’incipit che apre il varco  all’abisso….Cosa fare? Non si può lasciare perdere, non si può far disperdere nel silenzio quell’atrocità. 

“Il bambino non si muove, si sposti lei piuttosto” rispondono secche le maestre, “si sposti lei”.

La signora (per modo di dire) si accomoda accanto a un’altra bambina della scolaresca, questa volta bianca…si siede e le sorride. Le maestre attente e professionali non possono permettere che quella marea di odio puro investa dei piccoli inermi e increduli, fanno alzare la piccola alunna e rintuzziscono il tiro: “signora lei merita di restare sola…guardi che il mondo non è solo suo”. Ecco il capolinea: scende la signora incupita da quell’oscurità fatta di pregiudizi, ignoranza e cattiveria. Scende e mormora alle maestre una frase sibillina quasi a suggellare la superiorità di un pensiero sempre più diffuso: “non mi avete fatto paura” è l’ultimo monito che lascia a quelle maestre, a quei bambini… al nostro futuro. 

La “signora” non si è sentita impaurita dalla civiltà e dal buon seno, a noi, invece, fa orrore questa melma pervasiva che, giorno dopo giorno, ormai non risparmia più nessuno… neppure i bambini.

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