Lorenzo Salamone, da operaio a imprenditore a giornalista, una testimonianza vivente del ‘900 monrealese

88 anni, il giornalismo, la guerra, la sua città: “Ho vissuto appieno la vita perché ho sempre voluto conoscere e fare nuove esperienze”

Il Signor Lorenzo Salamone è un tipo silenzioso, elegante e composto, un vero gentleman d’altri tempi. Frequenta il circolo “Cultura Italia”, nella piazza del paese, dove lo possiamo trovare mentre legge un giornale o una rivista.

Accurato osservatore, ancora a 88 anni suonati, capta tutto ciò che d’importante e significativo esiste nella nostra meravigliosa terra, in particolar modo nello scenario folcloristico e, per certi versi, anche teatrale che solo la cittadina di Monreale può offrirci coi suoi profumi, i suoi colori, i suoi monumenti ultracentenari. Come si diceva una volta: “se vai e torni da Palermo devi necessariamente conoscere anche Monreale altrimenti ignorante eri e ignorante rimarrai – Chi va a Palermo e non va a Monreale parte “sceccu” e ritorna maiale…”

Lorenzo Salamone, che io affettuosamente ho definito “Dottore” (anche se lui con grande umiltà, conscio di non avere mai conseguito la laurea in giornalismo, si guarda bene da accettare tale titolo), rappresenta una pietra miliare del giornalismo locale. Ho voluto intervistarlo per rivivere, attraverso la sua figura, gli aneddoti cardine che hanno caratterizzato l’Italia e, nella fattispecie, la Sicilia tra il primo e il secondo dopoguerra: un paese rurale che poi si appresterà ad adattarsi all’epoca del consumismo e, quindi, del boom economico sulle macerie di quello che rimase dell’epoca post fascista.

D: Da quando effettivamente pratica questa lodevole professione e soprattutto quali sono stati gli input che già fin da piccolo lo hanno spinto a scegliere di fare il divulgatore delle storie di cronaca, ma che lo hanno portato anche a diventare lei stesso un bagaglio storico,”oserei dire patrimonio” per Monreale e Palermo?

R: Io da giovane facevo ben altro mestiere. Ultimati gli studi liceali, nel 1948 mi arruolai in marina.  Essendo stato sempre un uomo dallo spirito libero decisi di cambiare completamente lavoro inoltrando, nel 1954, la richiesta al cantiere navale di Palermo come operaio. Mentre vi lavoravo, da macchinista, tra un lavoro ed un altro, osservavo, in un luogo nelle vicinanze, come si effettuava la torrefazione del caffè. Realizzai che in fondo a Monreale non esisteva un luogo dove artigianalmente veniva prodotto il caffè e decisi di diventare imprenditore aprendo una torrefazione nel paese che poi, in tempi più recenti, divenne anche un emporio. 

Mentre lavoravo cominciavo a scrutare in modo diverso tutto quello che mi circondava, affinando il mio spirito d’osservazione, praticando la clientela che andava e veniva dal mio negozio. Fu così che iniziai a collaborare col giornale “Lampo”, una testata sportiva palermitana; ero un corrispondente, telefonavamo e trasmettevamo la cronaca della partita la sera stessa, e i giornali riportavano i risultati della schedina (all’epoca non esisteva né fax né internet). Poi passai al Giornale di Sicilia, occupandomi di piccole notizie sul territorio. Per esempio, ricordo i miei primi articoli incentrati sullo sfatare la tesi riguardo l’autocombustione della foresta di S. Martino delle Scale (anni ’50). Negli anni novanta compii cinquant’anni di giornalismo e venni premiato con una targa commemorativa, dall’allora Sindaco di Monreale Gullo e dal neo Direttore del Giornale di Sicilia Pepe.

D: Ha un ricordo particolare del periodo della seconda guerra mondiale, considerando il fatto che lei lo visse in prima persona ?

R: Io sono nato il 10 Giugno del 1931.

Quando compii nove anni, Mussolini, come regalo di compleanno, entrò in guerra. La guerra è una cosa brutta e ricordo i bombardamenti a Palermo. 

I Francesi avevano delle falle nel colpire punti strategici. Con gli americani invece le cose cambiarono. Sorvolando i cieli, a 10.000 metri di altezza, erano irraggiungibili dalla contraerea. Bombardavano case, chiese. A Monreale tantissimi sfollati, alloggiati sotto il portico del Duomo, o nella galleria ferroviaria incompiuta (la tratta Monreale/Corleone) che fungerà da ricovero.

L’arrivo degli americani a Monreale

 

La folla saluta gli americani

D: Perché Monreale rimase incolume dai bombardamenti?

R: Perché non c’era motivo…intanto l’Arcivescovo di Monreale, Mons. Eugenio Ernesto Filippi, collaborava sottobanco con le forze alleate e ne facilitò lo sbarco in Sicilia. E poi era risaputo che c’era un ufficiale, un certo “Paoletti”, che fu proprio ospitato in questo circolo dove, sotto false spoglie di turista, per confondersi tra la popolazione. Quando giunsero gli americani a Monreale si spogliò degli abiti in borghese svelandosi per quello che era, “un soldato americano”.

L’Arcivescovo di Monreale Mons. Eugenio Ernesto Filippi
L’ufficiale Paoletti dopo che son giunti gli alleati
Il soldato americano in incognito

D: Quale messaggio vuole dare a chi la leggerà fra qualche giorno?

R: Ho da poco compiuto 60 anni di matrimonio, ho vissuto appieno la vita perché ho sempre voluto conoscere e fare nuove esperienze, un approccio che ho applicato al giornalismo. Questo per me è il nettare della vita, di ciascuno di noi come uomini. Invito i giovani a coltivare sempre degli interessi, specialmente legati alla nostra cultura, e a divulgare l’amore per la cosa pubblica che poi in definitiva è casa nostra, il nostro territorio, le nostre origini.

Il ricovero oggi
La galleria Monreale Corleone, incompiuta, poi divenuta ricovero
Gli sfollati

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