16 Ottobre 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico Tommie Smith e John Carlos “urlano” al mondo la loro uguaglianza

Non intendevano correre in pista per poi dover strisciare nella vita. 51 anni fa il loro gesto coraggioso; diventerà indelebile nella storia della lotta alla discriminazione

Amo le biografie, le storie strordinarie di persone che, con le loro azioni, hanno voluto dire o meglio “urlare” al mondo qualcosa che avesse carattetistiche così particolari da rimanere indelebile, alla stessa stregua di un’opera d’arte, di un prezioso fossile, di un libro antico da preservare, da mostrare ai posteri, anno dopo anno…per sempre.
Questa storia narra di tre atleti di caratura mondiale e di un atto di protesta, tanto inaspettato quanto coraggioso, durante le Olimpiadi di Città del Messico del 16 Ottobre 1968, esattamente 51 anni fa. Il ’68 è considerato l’anno fatidico delle contestazioni, lo spartiacque che “sgretola il vecchio per liberare il nuovo”, che invoca equità e giustizia per il futuro delle società mondiali, l’emblema di una generazione attiva, coraggiosa, mitica e iconica come poche.
Alla fine degli anni ’60, il college di San José, in California, era soprannominato “Speed City”, perché preparava velocisti che il mondo intero acclamava.
Era frequentato da diversi atleti tra i quali spiccavano due nomi:
Tommie Smith e John Carlos.
Tommie Smith era conosciuto come “The Jet” per la sua velocità incredibile, per la poderosa falcata che lo rendeva unico e irraggiungibile.
Tommie aveva 24 anni, era altissimo e magro. Ogni volta sembrava partire quasi in sordina per poi innestare il turbo e sfrecciare leggiadro sulla pista.
John Carlos era quasi coetaneo di Tommie.
Aveva una fisicità più massiccia ed era un velocista davvero potente. Esuberante nella vita e nelle gare, amava partire subito alla grande e sfogare sulla pista la forza dei suoi muscoli imponenti.
Come ho accennato, entrambi frequentavano l’Università di San José, la celebre“Speed City”, ma le analogie tra i due terminano qui: essi, infatti, manifestano personalità completamente agli antipodi.
Tommie dimostra da subito di essere una persona tranquilla e riservata: studia Sociologia ed è anche un ottimo studente oltre a essere un superbo atleta.
John, al contrario, è un tipo sui generis, una testa calda, uno che non le manda a dire. Per questo motivo attacca bottone con chiunque e dice quello che pensa senza badare a chi si trova davanti e senza lesinare invettive e parolacce. Non è uno studente particolarmente brillante ma, d’altronde, a nessun college dell’epoca importava prendere in seria considerazione i risultati didattici dei ragazzi neri, neppure quelli eccellenti dei “bravi” come Tommie.

Chi gestiva la sala dei bottoni dei vari atenei americani di allora considerava i ragazzi neri come macchine per vincere, strumenti efficenti per collezionare coppe e medaglie. Il loro compito era esclusivamente quello di allenarsi, correre e non pensare a nient’altro.
John e Tommie invece pensano, pensano eccome, pensano molto e accarezzano un grande sogno, quasi un’utopia che non riguarda solo l’atletica, ma la loro vita, le loro idee, il loro futuro di attivisti per i diritti umani e civili.
Decidono consapevolmente di aderire al “Progetto Olimpico per i Diritti Umani”.
Si trattava di un movimento, di cui facevano parte i migliori atleti neri d’America. Un movimento che si batteva per chiedere uguaglianza ed equità non solo all’interno delle organizzazioni sportive, ma anche oltre lo sport, nella vita di tutti giorni, nella società civile.
I due ragazzi volevano offrire il loro contributo per lottare e cancellare le discriminazioni che subivano gli studenti neri dell’ultimo scorcio degli anni ’60. I due atleti non volevano esistere solamente come macchine da medaglia, come automi programmati per la vittoria, non intendevano correre in pista per poi dover strisciare nella vita.

Non volevano più essere considerati “cose”, ma “esseri umani”. Ma soprattutto pensavano che finalmente fosse giunto il momento giusto per un cambiamento radicale: non erano più le divinità da acclamare solo in pista e, nel contempo, gli “sporchi negri” della vita reale. Erano solamente persone, persone e basta.
Ma ritorniamo a quel famigerato 16 Ottobre di 51 anni fa: Olimpiadi di Città del Messico, finale dei 200 metri. I favoriti sono proprio loro: Tommie “The Jet” e John Carlos.
Come prevedibile “The Jet” parte in sordina ma immediatamente inizia a volare, dietro di lui John Carlos tiene il passo, forte dei suoi muscoli d’acciaio. Ma sul finale compare un terzo protagonista di queste gloriose Olimpiadi, l’australiano Peter Norman. “The Jet” resiste sempre in testa, ma John improvvisamente rallenta e, contro ogni pronostico, Peter, l’uomo bianco venuto da lontano, conquista la medaglia d’argento.

Ecco il podio, il momento solenne della premiazione è arrivato, ma questa non sarà una premiazione qualunque, non sarà il solito momento di orgoglio nazionale che l’America e una buona parte del pianeta si aspetta. Sono attimi, fotogrammi incredibili nei quali i tre atleti compiono un atto che li consegnerà per sempre alla storia, al di là delle medaglie, appena conquistate. Con al petto la spilla dell’Olympic Project for Human Rights, i due velocisti neri, le due schegge di “Speed City” salgono sul podio scalzi, come a voler simboleggiare gli schiavi afro-americani, a testa bassa, i pugni chiusi avvolti nei quanti neri simbolo del black power, lo sguardo fiero. Il mondo intero rimane col fiato sospeso, i fotografi increduli immortalano quell’immagine storica. Peter Norman, l’australiano venuto da lontano, l’uomo bianco che non c’entra nulla con la causa e la lotta del “potere nero”, si procura anche lui la spilla e con la dignità e il coraggio di un leone solidarizza con i suoi compagni. Sono attimi struggenti che fanno indignare metà del globo e commuovere l’altra metà.

I tre ragazzi scendono dal podio, primo, secondo e terzo, lo sguardo fiero e le carriere distrutte per sempre, compresa quella dell’australiano che per quel gesto fu osteggiato e boicottato in patria per tutta la vita. Molti anni dopo, con un infarto fulminante, morirà proprio lui, quel ragazzo bianco che spiccava tra i due colossi neri.

Nel ricordo di quella generosità e di quella solidarietà pura e disinteressata, la sua salma viene cinta, onorata, portata in spalla e sorretta proprio dalle stesse braccia che si erano levate al cielo con i pugni chiusi coperti da quegli indimenticabili guanti neri, le braccia di “The Jet” e Johnny, i corridori più veloci del mondo.

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