Sabato l’assassinio di Hevrin Khalaf, paladina curda dei diritti delle donne

Una vita spesa per realizzare un sogno, l’agognata pacificazione e relativa convivenza fra curdi, cristiano-siriaci e arabi. La sua una fine annunciata, una fine che non ha sorpreso nessuno

Nei luoghi martoriati del pianeta, dove ogni infinitesimale anelito di libertà ed equità sociale affoga miseramente nel sangue di coloro i quali, attraverso la lotta e il dialogo diplomatico, tentano di ribaltare le sorti di sistemi politici ingiusti e liberticidi, le donne si distinguono spesso per un protagonismo e un coraggio encomiabili. Solitamente le rivoluzioni imponenti cambiano il modus vivendi di uomini e di donne che anelano alla giustizia e alla libertà. Queste ultime, non di rado, manifestano, nella lotta, una sorprendente forza e un coraggio tali da risultare fondamentali alla causa.

Nel processo di conquista dell’autonomia e della libertà da parte di popoli costantemente logorati dal sopruso, due punti sono imprescindibili: non si può fare la rivoluzione senza la collaborazione paritaria tra uomini e donne e non esistono principi, valori, lotte, sacrifici ed emancipazioni senza il contributo fondamentale di quella parte di umanità che viene intesa comunemente come l’altra metà del cielo.

È di sabato la notizia dell’assassinio di Hevrin Khalaf, paladina curda dei diritti delle donne. Intellettuale simbolo di quel dialogo diplomatico, ritenuto potenzialmente pericoloso e per questo motivo fortemente osteggiato, essa fa parte dei nove civili trucidati in un agguato delle milizie filo-turche nel nord-est della Siria.

Trentacinque anni, ingegnere, politica del Rojava, Segretaria generale del Partito del futuro siriano (Future Syria Party) ha manifestato un impegno costante, profuso senza sosta per costruire la tutela e la pace del suo popolo.
Una vita spesa per realizzare un sogno dalla valenza imponente, ovvero l’agognata pacificazione e relativa convivenza fra curdi, cristiano-siriaci e arabi.

Hevrin era una giovane donna colta e volitiva, apprezzata da tutti. Possedeva notevoli competenze in ambito diplomatico che la rendevano protagonista negli incontri con le delegazioni straniere, attraverso la sua presenza gradevole, la sua intelligenza, il suo sorriso dolce, il suo fare sicuro, la sua cultura.
Una vera combattente dallo sguardo fiero e determinato, impegnata a costruire un progetto democratico di tutela dei fondamentali diritti umani, in una delle zone più pericolose della Terra.

Hevrin era da tempo nel mirino degli integralisti islamici, e, malgrado fosse consapevole dei pericoli a cui si esponeva, continuava imperterrita la sua lotta diplomatica alla luce del sole. Una ragazza che non ha mai negato il proprio contributo tenace, fino a quest’ultimo fatidico fine settimana, questo sabato tremendo che ha decretato, in un atroce martirio, l’interrompersi definitivo della sua giovane esistenza. Una fine annunciata, una fine che non ha sorpreso nessuno.

L’ennesima morte ad opera di una politica infame e disumana, quella messa in atto del presidente Erdogan, un’azione crudele che ha reso un’intera regione simile a una grande polveriera.
Col viso premuto nella polvere impastata di sangue di una triste strada senza più ritorno, se ne va una donna esemplare, una donna giovane a cui nessuna mano minacciosa è riuscita, in vita, a tappare la bocca. Scaraventata, esanime, sul selciato della sua terra offesa, una terra vilipesa come il suo cadavere, una terra dove gli echi di pace soccombono tra il terrore di bombardamenti scellerati e il grido di dolore di un popolo inerme e martoriato, Hevrin è il simbolo delle donne volitive che tentano di ribaltare i destini di tanti, troppi esseri umani schiacciati dal delirio della sopraffazione e dell’ingiustizia. Questa stessa terra di sangue, di morte e di speranza, che, accogliendola per l’ultima volta e celebrandola in nome di quel sogno meraviglioso chiamato LIBERTÀ, forse le sarà finalmente lieve.

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