Dagli insulti razzisti al “Non ero in me”. La triste Italia che non ha più parole per parlare

Quando le parole puzzano di razzismo e xenofobia, nascondono il peggiore degli animi umani

“Le parole sono importanti” gridava Nanni Moretti, rimproverando la sua interlocutrice, nel film “Palombella rossa”. Il grande Gianni Rodari dedicò un’intera filastrocca, musicata poi da Sergio Endrigo, proprio all’uso che facciamo delle parole.
Infine “Parole, parole, parole” cantava una suadente Mina.

Le parole sono l’involucro esterno con cui rivestiamo i nostri pensieri. Non esiste pensiero che non sia legato alla parola e non esiste parola senza un pensiero che la supporti. Più le parole appaiono lineari, appropriate e chiare più il pensiero risulta coerente, equo e corretto. Viceversa parole aggressive, cattive e gratuite svelano un pensiero frammentario, tossico e vigliacco.

L’esempio più classico di pensiero incoerente e pretestuoso, veicolato da un linguaggio aggressivo e umiliante, è quello discriminatorio tipico dei razzisti. Essi, spesso, hanno l’abitudine di spararla grossa, di usare in modo pessimo le parole, lanciando il sasso per poi nascondere la mano.

Qualche giorno fa l’Italia perbene ha ascoltato, attonita, gli incredibili audio prodotti da una signora lombarda contro una giovane ragazza, diffusi dalla stessa vittima del paradossale sopruso. La tizia. con parole sprezzanti e violente, apostrofava la suddetta ragazza, nata a Foggia e quindi colpevole di essere semplicemente meridionale. La “terrona” (da ingiuriare) aveva pattuito con la figlia della suddetta cittadina padana l’affitto di un appartamento in possesso della stessa loquace signora.

Quest’ultima, accorgendosi delle origini extra-padane della malcapitata affittuaria, decide prontamente di mandare a gambe per aria ogni barlume di equa concretizzazione della promessa di locazione. Essa, con la stessa classe di un orso bruno in una gioielleria, in meno di dieci minuti, dà l’avvio a una valanga di parole, una più ingiuriosa e scriteriata dell’altra, che travolgono letteralmente la chat dell’incredula ragazza.

Una sorta di erinni scatenata che con freddezza e convinzione evidenzia il suo essere razzista al cento per cento, fedelissima della politica salviniana e pertanto motivata ad avvalorare posizioni intransigenti contro l’emblema della propaganda e della discriminazione razzista per eccellenza, ovvero neri, rom e meridionali.

L’intollerante signora non si aspettava, però, la capillare divulgazione dei suoi inqualificabili audio da parte della ragazza foggiana. Le reazioni di condanna da parte della maggioranza delle persone probabilmente la stordiscono e la fanno indietreggiare.

L’olezzo di eventuali, sacrosante azioni legali inizia a diventare troppo pesante. Il tribunale social si trasforma in un’agorà oltremodo impegnativa per l’imprudente e impulsiva signora. A poco a poco le sue parole, così forti e veementi, iniziano a vacillare e con esse anche i pensieri che così strenuamente le sottendevano: “Non ero in me”, “Ero sclerata“, “Non sono razzista”, “Non so cosa mi è preso”, “Voglio chiedere scusa”.

Ecco come nuove parole disconoscono precedenti parole, decretando ufficialmente il ritiro di quella manina che aveva lanciato un sasso pesantissimo, il quale ha successivamente deciso di invertire la sua traiettoria e di colpire la stessa lanciatrice.

Le parole sono il nostro patrimonio più grande e ci connotano più di ogni altra azione umana. Esse, quando puzzano di razzismo e xenofobia, nascondono il peggiore dei animi umani… quello imbrattato di vigliaccheria e di paura. La paura ha, però, una sua utilità, la vigliaccheria non ne ha affatto. La fragilità può esser un dono. La codardia è sempre una colpa.

Le parole del razzismo aizzano l’odio ma anche una rabbia sottile da parte di chi non si identifica in esse. La classica rabbia che ci prende quando siamo di fronte alla debolezza umana, alla vigliaccheria altrui. La sottile paura di esternare una debolezza, questa volta tutta nostra, che possa trasformarsi in altrettanta vigliaccheria, attraverso parole superficiali, parole ingiuste, parole inadeguate. Ecco perché le parole sono importanti… esse riescono a dare voce al meglio e al peggio di noi, anche quando noi stessi non ci facciamo neppure caso.

“Abbiamo parole per vendere
parole per comprare
parole per fare parole
ma ci servono parole per pensare.
Abbiamo parole per uccidere
parole per dormire
parole per fare solletico
ma ci servono parole per amare.
Abbiamo le macchine
per scrivere le parole
dittafoni magnetofoni
microfoni telefoni.
Abbiamo parole
per fare rumore,
parole per parlare
non ne abbiamo più”

G. Rodari

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