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Cultura

Contro “l’inverno dello spirito”. Riflessioni su Andrea Camilleri

Uno scrittore eccezionale, depositario di una cultura atavica risultato di un’indole naturale incline al ragionamento

Pubblicato il 20 luglio 2019

Contro “l’inverno dello spirito”. Riflessioni su Andrea Camilleri

Riflessioni su Andrea Camilleri

Scrivere su Andrea Camilleri? Pallido tentativo, certamente banale, incompleto, riduttivo “riddiculu”. Ci si può limitare a scrivere un aspetto della sua vita, uno dei tanti geniali pensieri, quello che magari più di tutti gli altri ha aiutato la vita di ciascuno di noi, la propria crescita spirituale, intellettuale. 

Tutte parole azzeccate le sue, tutti pensieri non buttati lì per caso, tutti passati al setaccio della mente, del ragionamento, dell’esperienza, della vita, vera, vissuta. Difficile non scrivere qualcosa che non “rompa i cabbasisi” e basta, per dirla con il Maestro.

Credo che non si possa parlare di lui soltanto come di uno scrittore eccezionale, ma come depositario di una cultura atavica risultato di un’indole naturale incline al ragionamento, alla metabolizzazione corretta degli eventi storici e di vita personale vissuta con l’intento di capirne le ragioni, i “perché” più spinosi. Oltreché la grande capacità di fermarsi davanti agli interrogativi imperscrutabili, davanti a quelli a cui non si può dare risposta: accettazione intelligente e consapevole della finitezza umana.

A cominciare dalla morte: “Alla nascita ti danno il ticket in cui è compreso tutto: la malattia, la giovinezza, la maturità e anche la vecchiaia e la morte. Non puoi rifiutarti di morire perché è compreso nel biglietto. O l’accetti serenamente e te ne fai una ragione o sei un povero coglione”.

E sono frasi come queste, e ce ne sono a centinaia, che fanno di Camilleri, il saggio filosofo alla maniera greca del termine, di quelle persone che staresti lì ad ascoltare per ore senza mai stancarti, come se si sentisse il bisogno fisico ed intellettuale di resettare la mente e ripulirla dalle “piccolezze della vita”, dalle sciocchezze di cui ci circondiamo quotidianamente, per saziarci finalmente, famelici di “sustanza”, di pietanze nutrienti. In questo consiste la grande perdita subita dall’umanità lo scorso 17 luglio 2019; è la perdita di un grosso punto di riferimento del mondo culturale italiano, ma non nel senso elitario del termine, ma in quello più accogliente e sensato che possa esistere. La cultura per Andrea Camilleri non è, e non può essere un fatto elitario: “Il sapere chi ce l’ha lo deve seminare, come si fa con il grano. Il sapere non deve essere un’èlite”.

Una volta la scrittrice Margherite Yourcenar, nel suo romanzo Memorie di Adriano del 1951, scrisse: “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire’’. Questo il senso della cultura, questo il senso di “Far cultura’’ di un uomo che ha intessuto dentro di sé, tra il sangue, le ossa e lo spirito, la voglia di capire, di non fermarsi alla vile apparenza, ed è andato tanto in profondità da non distinguersi più in lui, l’autore, il personaggio, l’uomo, l’intellettuale, il professore, il discente. Processo che rende manifesto nel suo ultimo lavoro pubblico al Teatro Greco di Siracusa, Conversazioni su Tiresia, in cui il maestro fonde il personaggio omerico Tiresia con la sua persona: “Chiamatemi Tiresia, sono qui di persona personalmente!”. Se all’inizio del suo spettacolo Camilleri interpreta l’indovino Tiresia, guidando, con un affascinante monologo, il suo pubblico in un viaggio lungo tanta letteratura, poi Camilleri e Tiresia si identificano. Ed ecco che il maestro parla della cecità come una opportunità per vedere meglio la vita, “Da quando non vedo più, io vedo meglio, vedo con più chiarezza. Nella mia gioventù siciliana, i miei compagnucci accecavano i cardellini perché sostenevano che da ciechi cantassero meglio”. Un uomo quindi che riusciva a riflettere e a cogliere il meglio da ogni vicissitudine della vita, nonostante la sofferenza ed il disagio, intendo un “meglio” non vacuo di senso riguardo agli eventi della vita, ma pregnante, prepotentemente reale, anche se a volte imponderabile.

Parlando in un’intervista con Teresa Mannino spiega: “L’ideale della mia scrittura è di farla diventare un gioco di leggerezza, un intrecciarsi aereo di suoni e parole. Vorrei che somigliasse agli esercizi di un acrobata che vola da un trapezio all’altro facendo magari un triplo salto mortale, sempre con il sorriso sulle labbra, senza mostrare la fatica, l’impegno quotidiano, la presenza del rischio che hanno reso possibili quelle evoluzioni. Se la trapezista mostrasse la fatica per raggiungere quella grazia, lo spettatore certamente non godrebbe dello spettacolo’’.

Conoscitore dell’animo umano, per esperienza vissuta, comprendeva il bisogno del lettore e faceva dell’accoglienza e dell’affetto l’incipit dei suoi discorsi. Luigi Lo Cascio in un’intervista rilasciata su Andrea Camilleri afferma: “Quando io torno stanco o c’è qualche cosa che non va, io mi vado a rivedere una qualsiasi intervista fatta a Camilleri. Uno fa il pieno di intelligenza, di sapienza, di desiderio di raccontare. Al di là di tutto, non è soltanto una persona che racconta e che è un grande affabulatore, un grande inventore di storie dove c’è sempre una profondità, dove al centro c’è sempre l’uomo. Ma c’è sempre prima un abbraccio, cioè ti abbraccio, ti saluto e ti racconto una storia. In questo senso il suo primo insegnamento è la sua grandissima affettuosità in generale verso il lettore, l’ascoltatore”.

Interessante a proposito di affettuosità, confidenzialità e desiderio di leggerezza, parlare della sua scelta linguistica.

La scelta linguista che è anch’essa la forza dei suoi romanzi. “Vuoi scrivere? Scrivi, ma racconta la storia così come l’hai raccontata a me, parlando!”, così si espresse il padre di Andrea Camilleri, grande appassionato di Gialli Mondadori, davanti alla volontà del giovane Andrea di scrivere romanzi. Il suo linguaggio, così poco apprezzato dai numerosi scrittori prima di lui, come Sciascia, il cui italiano era “affilato con la spada”, che a detta proprio di Camilleri gli sconsigliò di perseguire con tale stile, risulta ad oggi direi unico. È una scrittura ibrida: italiano, dialetto siciliano e parole a volte, quasi inventate. Ed a Sciascia che gli faceva i suoi appunti sulla lingua scelta, Andrea Camilleri rispondeva: “io non ho altro modo di scrivere”. L’italiano è la lingua più distaccata, adatta per il racconto oggettivo, il dialetto siciliano è la lingua dell’intimità; ed è proprio questo miscuglio linguistico, la lingua con cui “ci esprimevamo in casa”, rammenta Camilleri, il quale aggiunge in un’intervista: “Mi capita di usare parole dialettali che esprimono compiutamente, rotondamente, come un sasso, quello che io volevo dire e non trovo l’equivalente nella lingua italiana. Non è solo una questione di cuore, è anche di testa. Testa e cuore”. Ed è proprio per questa originalità che l’Accademia della Crusca, custode della purezza della lingua italiana, rende omaggio ad Andrea Camilleri, nella persona dell’accademico Ugo Vignuzzi il quale firma un articolo, in cui si parla del successo delle opere di Camilleri anche in relazione alla lingua utilizzata, “la lingua è certo uno dei fattori principali: si tratta a nostro parere proprio di una scelta linguistica originalissima, variamente definita con le etichette di “misto”, “ibrido”, “meticciato” (e così via) che mescola variamente italiano, dialetto e forme regionali. Queste diverse componenti della “cucina” di Camilleri per di più appaiono al loro interno ulteriormente stratificati e complicati: non solo quindi forme assolutamente locali (dialetto vero e proprio) forme di incontro tra lingua nazionale e usi locali e regionali (dialetto più o meno italianizzato e italiano più o meno regionale), ma pure italiano popolare (soprattutto nella parodica imitazione della lingua dei semicolti), e infine letterarietà più o meno scopertamente esibita (si pensi solo alle non infrequenti clausole ritmico-metriche di cui la prosa camilleriana è non casualmente trapuntata)”.

Da non sottovalutare è anche la scelta dell’ironia nei suoi scritti e nella sua vita, caratteristica quasi propria dell’essere siciliano. Ma nel suo caso chiaramente ben concertata ed equilibrata. La sua ironia è la capacità di smorzare i toni, è nella comicità di un personaggio che crolla goffo, anche partendo con le migliori prospettive di successo personale; l’ironia rende vere e pragmatiche le sue frasi filosoficamente più complesse, riuscendo, grazie ad essa ad arrivare più vicino ai suoi lettori e, in alcune occasioni, a velare con un sorriso, ciò che sarebbe troppo duro da accettare per l’essere umano.

Ironia di cui è pervaso il suo Montalbano, opera che mette insieme magistralmente il racconto giallo, di cui tanta esperienza aveva fatto Camilleri in Rai, insieme con i fatti di cronaca contemporanea. Il Commissario Montalbano è, come dice lo stesso Maestro, l’italiano medio. Ispirato da Maigret, di cui Camilleri era stato produttore, Montalbano porta in sé anche tratti distintivi della personalità del padre di Andrea. È l’uomo messo davanti a delle scelte da compiere, è l’uomo che svolge con tutto sé stesso il suo dovere, ma che non di rado ha dei dubbi; ma soprattutto è l’uomo che vuole comprendere gli eventi e che davanti a questi eventi, compie delle scelte, sempre di onestà. L’uomo che, se da una parte gode delle cose belle della vita, al contempo vede la sofferenza dell’altro che non considera in alcun modo diverso da sé: “Non bisogna mai avere paura dell’altro, perché tu rispetto all’altro sei l’altro”. 

Un giorno Camilleri parlando dell’amico Leonardo Sciascia, a 25 anni dalla sua morte, affermò in un’intervista realizzata dal Centro sperimentale di cinematografia di Palermo, presieduto dal regista Roberto Andò nell’ambito del progetto “La strada degli scrittori”, che dalla morte del “maestro di Regalpetra”, in Italia era rimasto un “buco” e ciò che più gli mancava, non erano i suoi romanzi, perché poteva rileggerli quando ne sentiva il bisogno, ma ciò di cui realmente si sentiva il vuoto, era “la risposta di Sciascia alle domande di oggi, l’incisività dei suoi interventi, la sua lucidità di giudizio”.

La stessa identica cosa, credo, mancherà all’intero consorzio umano dopo la morte di Camilleri: la capacità di arrivare al nocciolo del problema, senza passare per la vacuità di parole inutili, il suo giudizio critico sui fatti politici e soprattutto umani che permeano la vita italiana ed europea e soprattutto il coraggio delle risposte.

Coraggio di esprimere le proprie idee. Parlando ai giovani dice: ‘’Non demordete mai dalle vostre idee, se ne siete convinti, mantenetele fino all’ ultimo. Devo citare Julien Benda: ‘’ Che le vostre risposte siano, si , no. E soprattutto non cercate di spiegare il si e il no, perchè ogni spiegazione è già un compromesso’’.

Non può essere passata sotto silenzio, la sua opinione riguardo agli immigrati, al loro bisogno di accoglienza e al nostro dovere morale, prima di tutto filantropico, di assistenza, di amore, di fratellanza verso uomini, donne e bambini che si avvicinano alle nostre coste ‘’per trovare rifugio’’. E spesso racconta di quanti disperati, nei tempi passati avevano trovato riparo in Sicilia, mettendo in evidenza che ‘’prima c’era più cuore’’, che si agiva seguendo l’istinto d’amore, non tenendo fede ad assurdi ed inumani giochi politici. E sempre tenendo alto il baluardo della umanità, fatta di braccia aperte, di comprensione, di accoglienza, viste non come doti particolari e da acquisire, ma come facenti parti delle viscere dell’essere umano, si esprimeva con toni seri, contro il fascismo. Benchè anche lui, come tanti avesse trascorso una infanzia immerso nel fascismo e fosse cresciuto in una famiglia, con un padre aderente al partito, fosse con il tempo approdato a posizioni assolutamente avverse a tale pensiero politico, attento critico, come era, ad ogni tipo di comportamento autoritario e ad ogni forma di xenofobia in politica. In una intervista diceva appunto. “Avrei potuto e dovuto dire un no più convinto al fascismo, ma a essere onesti ci sarebbe voluto un coraggio inumano. Ho detto no, ma tardi, dopo averci creduto come tutti. A guardami indietro ora ai miei occhi appaio come uno che ci è cascato e questo mi fa tanta rabbia”. Il fascismo affermava: “E’ un virus mutante, può anche non essere una dittatura, ma una mentalità fascista”. Per questo era critico, allo stesso modo, nei confronti di ogni sfumatura, comportamento e parola che, nella politica odierna, richiamasse alla memoria qualsiasi tipo di regime autoritario. 

Afferma perentoriamente: “Stiamo educando una gioventù all’odio, perchè abbiamo perso il senso dei veri, valori della vita”…. ‘’proprio in questo momento è una fortuna esser ciechi. Non veder certe facce ribbuttanti, che seminano odio, che seminano vento e raccoglieranno tempesta. Le parole della senatrice Segre sono parole sofferte e tutte da sottoscrivere….Stiamo perdendo la misura, il peso, il valore della parola. Le parole sono pietre, le parole possono trasformarsi in pallottole, bisogna pesare ogni parola che si dice e soprattutto far cessare questo vento dell’odio, che è veramente atroce, lo si sente palpabile attorno a noi, ma perché, ma perché, ma perché, l’altro è diverso da me, l’altro non è altro che me stesso allo specchio’’.

Ed è al Teatro Greco di Siracusa che il Maestro ci dà l’ennesimo spunto di riflessione, condividendo con un pubblico nutritissimo, l’affascinante interrogativo dell’uomo sull’eternità. Importante in tal senso già la scelta, dice, di un luogo in cui l’eternità è tangibile: lo splendido teatro siracusano. Tiresia–Camilleri afferma di non volere capire cosa sia l’eternità, perché sarebbe davvero troppo, ma vorrebbe ’’intuire l’eternità, quell’eternità che ormai sento così vicina a me’’. In questo consiste la genialità di Camilleri, un uomo di 93 anni, ateo, intellettuale, che continua a pensare, a sperare, a far cultura, a parlare a tutti indistintamente con il cuore e con la mente,  a essere così fermo nelle sue posizioni, ad insegnare, pur non essendo un insegnante, “Il vero insegnante è quello che non lo dà a vedere’’ come dice lui stesso; a credere nella centralità dell’uomo e forse anche nella sua eternità, dice infatti di essere ateo, ma di appartenere a quella fetta di persone che non crede che l’essere umano possa esaurirsi nell’acqua, nel sangue, nelle ossa. E soprattutto, contravvenendo ad una legge quasi scontata di pessimismo, stanchezza, sfiducia, disillusione propria degli uomini che hanno vissuto tanti anni, dimostrandoci una apertura mentale straordinaria,  un uomo che crede fermamente, ancora, negli uomini e nella forza dei giovani. 

“Io sono combattuto, al mio paese si dice ‘’haiu un cori d’asinu e unu di leuni’’; certe volte prevale il cuore di leone, certe volte prevale il cuore d’asino. Io faccio tutto il possibile perchè non voglio morire male, male significa con ‘’l’umor nero del tramonto’’, come diceva Alfieri. Non voglio avere il pessimismo, voglio morire con la speranza che i miei figli, i miei nipoti, i miei pronipoti, perchè ne ho due, vivano in un mondo di pace. Bisogna che tutti i giovani si impegnino, perché il futuro sono loro, ce l’hanno loro, nelle loro mani, non siamo più noi ad avere in mano il loro futuro, noi siamo già sepolti, se Dio vuole. Spero molto nelle generazioni giovani, moltissimo, non disilludetemi’’.

Non resta che fermarci e riflettere.

Questa la grande forza di Andrea Camilleri, questo il pensiero che ha messo in atto durante la sua esistenza e che lo ha reso il saggio, il SENEX, per dirla con i nostri amici romani di un tempo, mai vecchio: “La vita, la si impara soltanto vivendola“.

Grazie Maestro

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