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Cultura

Quando un gesto di coraggio e d’amore si specchia nel visino di M., un bambino piccolo che ha origini lontane

L’inizio di un legame forte e indissolubile, attraverso due mani che si sovrappongono: una mano bianca, grande e protettiva, e una piccola manina color cioccolato che crescerà piano piano

Pubblicato il 29 giugno 2019

Quando un gesto di coraggio e d’amore si specchia nel visino di M., un bambino piccolo che ha origini lontane

Da alcuni mesi mi barcameno tra l’intenzione di scrivere la breve storia che oggi finalmente racconterò e il titubante freno a scriverla, dovuto a ciò che, solitamente, uso definire “mancata ispirazione delle giuste parole”, ovvero la preoccupazione derivante dal rischio di banalizzare ciò che serbo nella mia mente e nel mio cuore con frasi poco ispirate o parole che non riescono ad interpretare bene situazioni, fatti e circostanze nella loro autenticità e naturalezza. 

Ho attraversato parecchi periodi senza “l’ispirazione delle giuste parole” che, di fatto, ogni volta, si traduce in un drastico e improvviso blocco di idee.

Poi succede che una situazione, apparentemente distante dalla storia che ho in mente e che vorrei trasformare in narrazione, mi colpisca così tanto da riattivare rapide connessioni, offrendomi le parole che cercavo, perché le parole rappresentano le idee e una parola rappresenta meglio una determinata idea rispetto ad un’altra. 

La parola che oggi, quasi per caso, mi ha illuminata è “consapevolezza”.

Essa rappresenta quel modo di essere che dà forma all’etica, alla condotta di vita, alla disciplina, ai valori più profondi, rendendoli unici e autentici. Consapevole è colui che sceglie di “essere” invece che di “apparire”, di agire invece che di criticare, di concretizzare ciò che dichiara invece di parlare invano o di aspettare gli eventi, al di là di ogni giudizio o eventuale conseguenza. 

Ad esempio, è di qualche giorno fa l’azione di una donna “consapevole” che mi ha fatto molto riflettere, un gesto definito da alcuni coraggioso e da altri scellerato…il gesto ardito di Carola Rakete, capitana delle Sea Watch, nave con a bordo 42 migranti, che attende, da un po’ di tempo, di poter attraccare nel porto di Lampedusa. Il comandante Carola, appurata la degenerazione delle condizioni igienico-sanitarie dei passeggeri a bordo, decide “consapevolmente” di forzare il blocco e il divieto all’attracco, violando il decreto sicurezza e rischiando, ancora una volta, “consapevolmente”, pene severe.

Quest’azione eclatante mi ha condotta verso la parola più giusta per la mia narrazione, la parola che cercavo e che mi ha ispirata, ovvero “consapevolezza”, oltre che a quella immediatamente riferibile all’evento, ergo “umanità”. Ma non è questa la storia, ormai iper conosciuta che mi preme raccontare. La mia storia riguarda una tipologia di “consapevolezza” legata a un fatto più intimo, meno eclatante, abbastanza  normale nella sua inusuale specificità e infinita dolcezza. 

Nel mio racconto la parola consapevolezza sa diventare altro…diventa la storia di un bambino e della sua mamma affidataria: la storia di Paola e di M.

Paola è una donna, una mamma, ma anche un’insegnante molto apprezzata nel suo ambiente con alle spalle una bella e solida famiglia. Un marito, ex fidanzato storico, tre figlie, ormai grandi, e quella realizzazione personale generata da una professione impegnativa ma meravigliosa: è, infatti, una tra le migliori prof di inglese della sua cittadina, oltre che una persona sensibile e con un rigore morale che profuma di empatia e di umanità. Lei è la classica persona che si può definire di spessore ma soprattutto d’azione. Paola è una donna forte e “consapevole” della realtà circostante, che decide di fare qualcosa di importante e che alla fine fa veramente qualcosa di importante.

Quel “qualcosa da fare” diventa allora un gesto consapevole di coraggio e d’amore che si specchia nel visino di M., un bambino piccolo che ha origini lontane e che diventa un altro nuovo e prezioso membro della famiglia: un bimbo di tre anni, con la pelle scurissima e gli occhi d’ebano, un concentrato di dolcezza e di intelligenza.

La possibilità dell’affido, ovvero di offrire una famiglia a un piccolino con origini e vissuti che rimandano a luoghi completamente diversi e a condizioni decisamente sofferte, ha più volte accarezzato le intenzioni di Paola e della sua famiglia, ma si concretizza davvero solo quando l’immagine, drammaticamente nota, del bambino siriano con la maglietta rossa, morto annegato e ritrovato col visino affondato nella sabbia di una spiaggia troppo triste per poter rievocare un luogo di serenità, fa il giro del mondo. Da quel momento ciò che rappresentava una possibile idea si trasforma in realtà concreta e il piccolo M., con i suoi vissuti travagliati, i suoi occhi d’ebano e i suoi tre anni, viene accolto amorevolmente da braccia solide e affettuose. Prendere in affido un bambino significa accoglierlo a casa (e nel cuore) per un periodo più o meno lungo o anche per sempre. Vuol dire offrirgli la possibilità di una famiglia vera in un segmento della sua vita in cui non potrebbe contare sul naturale sostegno e sul conforto della propria famiglia d’origine. È una scelta impegnativa che è destinata a lasciare un’impronta profonda. M. è un bimbo africano, nato in Italia, con un passato breve ma sofferto, vissuto in un contesto estremamente difficile:  una mamma naturale che, per varie vicende, non ha mai avuto accanto, e un papà che non può prendersi cura di lui. L’incontro tra M. e Paola è uno tsunami, un ribaltamento di antiche certezze, un impatto fortissimo che conduce il piccolo a chiamarla subito mamma, dopo appena un giorno che si conoscono, con una naturalezza sconvolgente.

Accogliere in famiglia un figlio color cioccolato è una gioia immensa, che pone, però, alcune domande e sottende legittimi dubbi: – saremo tutti in grado di rimetterci in gioco? Riusciremo a farlo crescere sereno, a mediare il suo essere diverso, in un contesto sociale che in qualsiasi momento, malgrado il primo, bello, accogliente e inclusivo atteggiamento da parte di tutti, potrebbe riservare discriminazioni e ostilità? Domande che qualsiasi genitore si porrebbe: domande legittime, espressioni di un’apprensione comprensibile, perché ciascuno di noi si augura il meglio per coloro ai quali vuol bene, a cui vorrebbe semplificare il cammino in un mondo che, al contrario, complica costantemente questo cammino, lo rende tortuoso, spesso senza motivazioni plausibili. 

Ci si augura che il colore diverso non costituisca mai un limite o un complesso, che non venga mai colto in senso negativo, ma come progressiva maturazione della percezione generalizzata di quanto ognuno di noi possa essere unico e diverso e, per tale motivo, speciale e irripetibile. Ed è proprio questa l’essenza più profonda dell’esperienza che Paola ha progressivamente intrapreso insieme alla sua famiglia, ovvero la scoperta di una nuova unicità con cui confrontarsi, a cui prestare attenzione, in uno scambio affettivo ed emotivo continuo e, a tratti, struggente. 

Il coraggio è il motore interiore che ci spinge a realizzare le nostre idee, anche quelle meno usuali o ritenute da molti persino bizzarre. Ma il coraggio può rimanere improduttivo se non viene supportato dalla “consapevolezza” del voler essere, del voler fare e del saper dare. La consapevolezza, in questo caso, è l’unione di due vite lontanissime che riescono a incontrarsi in un punto preciso del mondo e del cuore, quel punto fondamentale che sancisce definitivamente l’inizio di un legame forte e indissolubile, attraverso due mani che si sovrappongono, che si riconoscono e si riconosceranno per sempre: una mano bianca, grande e protettiva e una piccola manina color cioccolato che crescerà piano piano

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