“Sono nato sindaco”. Un politico “old school”. Salvino Caputo è un battitore libero, più che il vero leader di una squadra

Un grande comunicatore. I 90 minuti di domenica pomeriggio tutti incentrati nel consacrare una sola immagine, quella di Salvino Caputo

Monreale, 2 aprile 2019 – “Sono nato sindaco” è forse il messaggio più dirompente, lo slogan di maggiore effetto lanciato nel corso di questa campagna elettorale. Coniato e lanciato da chi ha sempre lavorato sulla comunicazione, ne ha fatto strumento di ogni sua campagna elettorale.

A Salvino Caputo va riconosciuta la capacità comunicativa, e l’apertura della campagna elettorale di domenica è stata programmata minuziosamente in ogni suo aspetto per lanciare un forte messaggio ai presenti, accorsi in una affollata aula consiliare. 

Un messaggio fatto filtrare attraverso l’uso sapiente delle immagini che scorrevano a beneficio dei suoi sostenitori, ma soprattutto dei curiosi e degli elettori ancora incerti su chi preferire, per essere da loro lentamente consumate, metabolizzate. E per dimostrare una sola cosa: che lui, Salvino Caputo, il sindaco lo sa fare, perché l’ha saputo fare in passato. A differenza di chi l’ha poi sostituito al governo della città.

Il filo conduttore dell’evento di apertura della campagna elettorale, l’ennesima, di Salvino Caputo, è stata l’esaltazione della figura del Caputo politico, circondato per l’occasione dai vertici siciliani di Forza Italia, tutti impegnati all’unisono ad esaltarne le capacità amministrative, ma anche a certificare, con la loro presenza, il loro personale appoggio. È stata una prova di forza. Caputo non sarà l’uomo solo alla guida della città, come lo sono stati i sindaci precedenti, ma ha una struttura alle spalle, e avrà aperte le porte dei palazzi regionali e nazionali, quelli che contano, dove andare a chiedere aiuti economici per intervenire a risolvere le numerose emergenze del paese. Un discorso semplice, chiaro, per rafforzare la figura ed esaltare le potenzialità del politico Caputo.

Quello di domenica è stato uno spettacolo, più che un comizio. Le elevate visualizzazioni registrate dalla diretta che (come per tutte le altre presentazioni dei candidati sindaco) abbiamo trasmesso sulla nostra pagina Facebook, hanno confermato la grande attesa suscitata dall’evento. Anche chi non ha voluto, con la sua presenza, contribuire a fare crescere i dati sui partecipanti, è rimasto incollato al computer o allo smartphone per tutta la durata dell’evento.

Tanta la curiosità, perché Caputo rappresenta la vera incognita di questa campagna elettorale. Ma non tanto per la capacità di riempire l’aula consiliare o di ospitarvi i vertivi politici, né per avere al suo seguito tre liste elettorali (la cui consistenza è tutta da dimostrare), ma per il carisma personale che ancora nutre in una fetta della società monrealese. E questo nonostante le vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto e la sua distanza dalla politica locale negli ultimi anni.

Perché Caputo appartiene a quella “old school” della politica capace di affrontare una campagna elettorale in ogni situazione, anche quando si trova al centro di una tempesta, capace di arringare le folle e trasformare un comizio in uno spettacolo, un’aula consiliare in uno stadio.

A risaltare, in una strategia comunicativa fatta molto di immagini, la totale assenza di quell’arma, tanto spesso utilizzata in campagna elettorale, che consiste nello screditare gli avversari, e il sindaco uscente in particolare, il cui nome, invece, domenica non è stato mai proferito. Se altri candidati hanno stigmatizzato in queste settimane Capizzi come il sindaco del dissesto, e su questo hanno strappato applausi, la strategia di Caputo è stata invece orientata nell’adombrarne la figura, sminuirne lo spessore politico, come a volerlo consegnare alla storia passata di questa città. 

Un accenno, generico, è stato rivolto a chi ha governato negli anni precedenti. “Sindaci forse anche più capaci di me”, ha dichiarato, ma solo per sottolineare come fossero incapaci di intrecciare quelle relazioni istituzionali necessarie per gestire un paese, soprattutto un paese in dissesto.

A non mancare invece le promesse. Del nuovo PRG che darà impulso all’economia del paese, delle strade asfaltate, dell’investimento in strutture sportive e del progetto della cittadella dello sport di Aquino, dell’abbattimento delle barriere architettoniche per disabili, del complesso monumentale che ospiterà mostre di grande richiamo, della rinascita turistica sotto l’egida dell’UNESCO che non deve rappresentare solamente una targhetta, di una viabilità soggetta prima alla creazione di nuovi parcheggi, dell’arrivo di finanziamenti regionali per intervenire sulle innumerevoli problematiche del paese. La promessa, insomma, che Monreale dal 29 aprile risorgerà e tornerà ai fasti del passato, quando, nonostante fosse anche allora presente lo spauracchio del dissesto, lo si è saputo tenere a debita distanza, e si organizzavano concerti di livello, si interveniva sulle strade, sull’illuminazione, si dava ascolto alle istanze sociali e dei ceti produttivi. 

Il riferimento a un passato piuttosto remoto, distanti anni luce dal presente. Allora era più facile ottenere contributi pubblici e allargare i cordoni della borsa. Oggi la situazione è molto diversa, e Caputo non ha fatto alcun accenno alla sua storia più recente di amministratore del comune di Monreale, quando, al fianco del sindaco Di Matteo, si è scontrato con le difficoltà di portare a termine alcune delle promesse che domenica ha riproposto.

Caputo si è rivelato un oratore ancora capace di percepire gli umori della folla e di sapere scegliere e dosare le risposte da dare. E gli applausi, da stadio, sono arrivati, puntuali.

Ma ha confermato di rimanere un accentratore, più che il leader di una squadra, che non ha saputo o non ha voluto dare spazio, né ha tantomeno permesso di conoscere, chi sono i 72 candidati al consiglio comunale inseriti nelle tre liste che ne sostengono la candidatura, con l’eccezione di alcuni disabili posti in prima fila e dei consiglieri comunali uscenti di Forza Italia.

Perché l’arco temporale di quei 90 minuti di domenica pomeriggio è rimasto tutto incentrato nel consacrare una sola immagine, quella di Salvino Caputo.

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