Storie di donne vittime di violenza. Oggi raccontiamo quella di Barbara Bartolotti

Una serie di storie incredibili, di donne che hanno saputo trasformare i segni fisici in medaglie per rivendicare la propria rinascita

Monreale, 26 marzo 2019 – Del termine “femminicidio” esistono numerose specificazioni. Personalmente trovo corretta la definizione che ci offre Roberto Lodigiani che lo paragona ad un Olocausto. Tale analogia non risulta esagerata o paradossale, data la percezione che si ha della reale portata di questo dilagante fenomeno, protagonista, tra i reati più efferati, di una cronaca ormai quasi quotidiana.

Un vero e proprio bollettino di guerra, un elenco sconcertante e che si aggiorna quotidianamente. Donne colpite fisicamente, annientate psicologicamente, persino uccise da uomini della stessa famiglia o della stessa cerchia di amicizie, spesso con modalità oltremodo crudeli.

Vittime che frequentemente ottengono solo le briciole di una giustizia che dovrebbe in realtà punire i carnefici in modo più che esemplare.

La violenza sulle donne non ha una collocazione geografica circoscritta né un particolare contesto sociale ove si manifesta con più frequenza. Essa è trasversalmente presente in ogni luogo e in qualsiasi contesto, sia nelle forme più esplicite che in quelle più occulte e subdole.

Un’arrogante tracotanza in nome di quella sorta di sovrastruttura ideologica (di matrice patriarcale), fondata sulla tradizionale idea di una tacita subordinazione e di un sottile assoggettamento fisico o psicologico della donna all’uomo.

Per questo motivo è importante contribuire alla costruzione di una coscienza civile, soprattutto nelle nuove generazioni, volta a comprendere e a prevenire il fenomeno.

Una prevenzione che deve essere trasmessa con ogni mezzo e ovunque: in famiglia, a scuola, nelle piazze.

Diventa, infatti, importantissimo fare conoscere ogni singola storia che rappresenti le lacrime, il sangue, la forza, il coraggio, i volti sfregiati di quelle donne che ogni giorno sfidano la loro sorte avversa, ovvero quella di aver incrociato la propria esistenza con quella dell’uomo sbagliato.

L’esempio educa più di tanti sermoni, per tale motivo quando sei una giovane donna e ti affacci alla vita, può diventare necessario che qualcuno ti faccia conoscere storie autentiche che educhino dal profondo, storie che sottolineino il cammino impervio di troppe donne. Donne di tutte le età e condizioni sociali che hanno attraversato esistenze dure, sofferte, fuori dagli schemi, ma che hanno saputo trasformare il dolore in lotta, le atrocità subite in forza e determinazione, i segni fisici in medaglie per rivendicare la propria rinascita.

Il sacrificio di chi si è piegata sotto il peso di una gretta violenza maschilista senza spezzarsi mai, deve poter indurre ogni ragazza a considerare intollerabile qualsiasi tipo di aggressione: dal permettere a un uomo di manipolare la propria vita all’essere minacciata o colpita, dal subire disparità e ingiustizie di ogni genere, allo starsene zitta.

Il diritto e il dovere di denunciare tutto ciò che di sbagliato può essere inflitto da un uomo a una donna diventa l’unico riscatto possibile. 

Questo preambolo per introdurre la narrazione di una serie di storie incredibili che hanno come comune denominatore la “Forza” di donne che sono state oltraggiate nel corpo e nell’anima, ma che non si sono mai sentite sconfitte, né si sono mai arrese.

Donne che hanno lottato e che lottano a testa alta e con orgoglio per sé stesse e per tutte le altre donne. 

La storia che sto per raccontare risale al 2003 è ha come sfondo luoghi a noi familiari poiché è ambientata a Palermo. È una storia che sconvolge e indigna, la narrazione di una malvagità che è difficile da spiegare con le parole: un concentrato di atroce violenza e di palese ingiustizia.

Barbara Bartolotti, una bella ragazza moglie e madre felice, lavora come contabile in una ditta di Palermo. Insieme a lei lavorano altri colleghi, tra cui Giuseppe, un bravo ragazzo, riservato, dall’aspetto e dai modi rassicuranti. 

Un rapporto di cordiale colleganza, di collaborazione e nulla di più.

Barbara, già mamma, aspetta da pochissimo un altro bimbo, e vive questa gioia come ogni giovane donna che sente le proprie spalle protette da un matrimonio sereno e appagante.

Un giorno il suo giovane collega la chiama dicendole che vuole parlarle e, visto che dal suo paese deve recarsi a Palermo, chiede di incontrarla in città per qualche minuto. Barbara non trova nulla di strano in quell’invito: sono colleghi, vanno d’accordo, si rispettano e si stimano reciprocamente, sono amici e lui è un “bravo ragazzo”…semplicemente. 

Si danno appuntamento, si incontrano, Barbara sale sull’auto del giovane, ha poco tempo da dedicargli: a casa l’aspettano i suoi bambini e suo marito. Si salutano, la ragazza lascia la sua macchina ed entra in quella del suo collega, di quel “bravo ragazzo” che condivide parte del suo tempo con lei, ogni giorno…l’amico con gli occhiali da intellettuale e i modi gentili.

Si avviano, Barbara si aspetta un determinato tragitto verso il centro cittadino, ma il “bravo ragazzo”, al contrario, va da tutt’altra parte: imbocca la strada che conduce all’aeroporto…una piccola stranezza che accende in Barbara il tarlo dell’inquietudine.

Si fa tardi, Barbara pensa alla sua famiglia, pensa che potrebbe ritardare, chiede al “bravo ragazzo” di accostare, vuole scendere, vuole avvertire il marito.

E in quel luogo, lungo la via Cristoforo Colombo, accade l’inimmaginabile: il “bravo ragazzo” mostra la sua “dark side”, la sua parte nascosta, oscura e ossessiva. Come Alex, il protagonista del celebre film di Stanley Kubrick “Arancia Meccanica”, dà sfogo a una violenza assurda, tanto improvvisa quanto mostruosa.

Barbara sta telefonando, in un’interminabile frazione di secondo sente un dolore sordo, un tonfo: barcolla intontita, incredula… “ma cosa succede?”

Una martellata, e poi un’altra e un’altra ancora… alza la testa dolorante, gli occhi vitrei che guardano una realtà nebulosa, incrociano lo sguardo del suo aguzzino. L’espressione mite del “bravo ragazzo” è ora un ghigno sadico mentre una voce senza umanità ripete: “se non posso averti…meglio ucciderti”.

Barbara si rende conto di essere da sola, in balìa delle folli allucinazioni di quel “bravo ragazzo” che si stanno concretizzando sulla sua pelle.

Riceve una coltellata che le trafigge il grembo, quel grembo che da pochissimo ospita l’embrione del suo bambino. Cade, percepisce la fine, ma spera ancora di poter sfuggire a quella furia, non intende arrendersi a un martirio assurdo, vuole salvarsi ad ogni costo.

Il carnefice si avvicina alla sua auto…dal portabagagli estrae una tanica di carburante, la versa sul corpo già martoriato di Barbara e le dà fuoco. La donna brucia, lui torna in macchina, la guarda per non perdersi quegli attimi atroci che compendiano il carico tossico della sua ossessione criminale: “se non posso averti…meglio ucciderti”.

Il “bravo ragazzo” decide di andare via, crede che lo spettacolo sia finito…Barbara però non muore, sente il dolore e lo strazio della sua carne che brucia, della sua pelle che diventa piaga, del suo sangue che sgorga…ma è viva. In quel delirio folle che, col fuoco, sta scrivendo l’epitaffio della sua giovane vita, Barbara ha un rigurgito di forza, l’ultimo “scuotimento” che riesce a farla reagire. Cerca di ammansire le fiamme che l’hanno trasformata in una torcia umana, barcolla, chiede aiuto e per fortuna lo riceve. Il seguito sembra un video moviola: la corsa in ospedale, la lotta contro il tempo, il nome del “bravo ragazzo” pronunciato con forza prima di crollare in un coma profondo e senza dolore, davanti agli occhi increduli dei medici.

Sei mesi di cure intensive, il centro grandi ustioni di Palermo che diventa una seconda casa, la sua seconda famiglia. E Barbara risorge a nuova vita. Con fatica, tra depressione e cicatrici indelebili, Barbara trova il coraggio di ricostruire la sua esistenza, mattone su mattone.

Denuncia con determinazione il suo carnefice. Egli avrebbe dovuto scontare 25 anni di carcere per tentato omicidio, aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà, e invece di anni gliene danno solo quattro, grazie agli sconti di pena. Per la legge, infatti, risulta incensurato, reo confesso e in più sceglie il rito abbreviato. Di questi quattro anni, grazie all’indulto, non ne sconta neppure uno. L’epilogo: il collega dai modi gentili, rassicurante e riservato, il crudele aguzzino celato dietro quel volto da “bravo ragazzo” viene assunto in banca, si sposa e diventa padre.

Barbara porterà per sempre sul viso e sul corpo cicatrici devastati, ma questa dura consapevolezza non l’annienta, non scalfisce la voglia di giustizia e l’intenzione di ritornare ad una vita piena, un’esistenza degna di essere vissuta fino in fondo e che diventi un esempio per gli altri. Non le manca il conforto delle persone più importanti della sua vita, l’amore dei suoi figli e di suo marito e una tosta caparbietà. 

Contro ogni più buia previsione Barbara riesce a diventare nuovamente madre: nasce una bambina bellissima che sancisce definitivamente la sua rinascita.

Inizia a farsi sentire, divulga al mondo la sua storia, fonda l’associazione “Libera di vivere” per aiutare le donne vittime di violenza e gira le scuole, emozionando e mostrando le foto del suo terribile calvario. Ascoltarla é come ricevere uno schiaffo in piena faccia, che non lascia di certo indifferenti.

La sua capacità di coinvolgere è immediata e contagiosa, alla luce di una giustizia avvilente, edulcorata e blanda che, malgrado tutto, non l’ha mai confinata in seno a una mesta rassegnazione, ma, al contrario, l’ha ancora di più spinta a offrire il suo costante contributo di ostinata determinazione in nome proprio di quella medesima giustizia che le ha voltato le spalle. 

Spera che la sua storia faccia da monito a tutte le donne che incontra, durante il suo instancabile impegno, affinché esse abbiamo un’ulteriore opportunità per fermarsi a riflettere. Perché non è mai troppo tardi per pensare che, a volte, basta davvero molto poco per rimanere impigliate nella rete della violenza, per ritrovarsi vittima di un carnefice, per diventare il gioco perfido di un mostro “normale”, un mostro con gli occhi da “bravo ragazzo”.

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