A lezione dall’Arcivescovo. Tra Chiesa e società. Mons. Pennisi risponde alle domande degli studenti

Potere temporale e potere spirituale, il ruolo del vescovo nel passato e nella società di oggi, il suo impegno sociale, ma anche la sua giornata tipo. Mons. Pennisi non si sottrae alle domande dei ragazzi

Monreale, 5 novembre 2018 – Potere temporale e potere spirituale, il ruolo del vescovo nel passato e nella società di oggi, il suo impegno sociale. Ed ancora l’ingerenza della Chiesa su temi attuali, il tentativo di incidere sulle scelte politiche, per passare poi a questioni più personali, ad aneddoti sulla vita di un vescovo. Sono tanti gli argomenti affrontati per un paio di ore dai ragazzi della I C dell’Antonio Veneziano di Monreale con un docente d’eccezione, Mons. Michele Pennisi.

L’Arcivescovo di Monreale ha accolto martedì scorso all’interno del palazzo Arcivescovile gli studenti accompagnati dalla docente Maria Luisa Li Manni. Prima un breve tour del palazzo e la descrizione degli ambienti e delle opere d’arte custodite al suo interno, per poi rispondere alle domande dei ragazzi. Partendo dalle origine del potere temporale e mettendo a confronto la chiesa di oggi con quella del passato, con un’ampia finestra su quella siciliana e monrealese in particolare. 

Un excursus storico per spiegare come la Chiesa, a partire da Papa Gregorio II, nel 728 dopo Cristo, cominciò ad assumere un ruolo politico sempre più preminente, di governo del territorio, fino a giungere alla nascita dello Stato Pontificio e alla figura del Papa Re, che si relazionava da Capo di Stato con le famiglie nobili che governavano sulle altre regioni. Così come avvenne in molti territori della penisola dove, per l’assenza di un governo centrale, si giunse ad un maggiore riconoscimento dell’autorità del vescovo.

“Era – spiega Mons. Pennisi – un Papa quindi molto impegnato anche nella costruzione di strade, di fontane, nell’emettere ordinanze, proprio come farebbe oggi un capo politico. Era un Papa Re.

A Monreale, re Guglielmo e i successivi regnanti riconobbero un potere politico al vescovo che governava in nome del re. In Sicilia si era verificata una situazione unica. Mentre in altri luoghi il Papa si faceva rappresentare dai vescovi, qui i Normanni, riconquistata l’isola in nome della chiesa cattolica, ricevettero dal Papa un privilegio unico. I re erano nominati legati pontifici, nunzi apostolici, godevano di uno status superiore a quello del vescovo anche dal punto di vista ecclesiastico. Erano Re Papa, approvavano i catechismi, entravano nel cuore della vita della chiesa”.

“Nel 1860, con Pio IX tutto finisce, quando si passò alla separazione del potere temporale da quello spirituale”.

“E oggi di cosa si occupa oggi Lei”, chiedono i ragazzi, molto interessati a conoscere meglio il loro vescovo.

“Non mi occupo di strade o di costruire fontane, ma visito le comunità dei paesi che rientrano nell’Arcidiocesi di Monreale. Negli ultimi tre anni li ho visitati quasi tutti, rimanendovi per due o tre giorni di volta in volta. Incontro le scuole, le amministrazioni comunali, gli operai, i commercianti, le confraternite, visito gli ammalati nelle case. Ma a volte devo occuparmi anche di cose materiali. Per esempio contribuisco ad affrontare il problema delle termiti al Duomo”.

Pennisi racconta ai ragazzi tanti episodi in cui gli è stato richiesto un intervento dai stessi cittadini, come a Pioppo nel 2017, in seguito al vasto incendio che devastò il bosco. “Mi fu chiesto di partecipare alla manifestazione, in quell’occasione condannai gli artefici del gesto”.

Il Vescovo ricorda anche altre occasioni in cui intervenne per evitare momenti di forte tensione sociale, come a Gela. “Allora ero vescovo di Piazza Armerina. La Procura aveva sequestrato tutti i serbatoi dell’ENI, lasciando senza occupazione circa 5.000 lavoratori. Il mio intervento con il GIP permise di gestire l’emergenza riducendo al minimo i costi sociali”. Ed ancora quando, alla morte dei mafiosi Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, dispose che non venissero svolti i funerali in chiesa, coordinandosi con il questore e il prefetto.

Quanto è opportuno che la Chiesa entri nel dibattito politico: “Il compito della Chiesa – replica Pennisi – è di dare un insegnamento morale e su questo genere di questioni, quali la famiglia, la vita, interviene, anche se ci possono essere influenze politiche”.

Inevitabile a questo punto ricordare l’esempio di Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare. “Partito laico di ispirazione cristiana – spiega Pennisi -. Nel suo appello ai liberi e forti, Sturzo espose il suo programma che trattava di famiglia, scuola, educazione, lavoro, sanità, politica internazionale. Per diventare prosindaco di Caltagirone ottenne un permesso provvisorio dal Vescovo e dal Papa, anche se quell’esperienza politica durò ben 15 anni”.

Le domande incalzano, i ragazzi vogliono conoscere anche l’aspetto umano di un vescovo. “È mai stato fidanzato? Le dispiace non avere figli?”  E Mons. Pennisi non si sottrae, ricordando il suo rapporto con la famiglia, con i fratelli persi in tenera età, l’ingresso in seminario all’età di 11 anni. La sua formazione nata in seno alla famiglia con un padre presidente dell’azione cattolica che da piccolo lo conduceva a visitare i poveri assistiti dalla società “San Vincenzo de paoli”. Ed ancora il trasferimento a Roma all’età di 18 anni.

“Quali momenti ricorda come i più belli della sua vita?”

“Certamente l’ordinazione sacerdotale e quella di vescovo, ma anche gli incontri con papa San Giovanni Paolo II, che mi invitò più volte a cena, una volta con mia mamma, e l’incontro con madre Teresa di Calcutta. Ma anche gli incontri con altre persone per le quali è in corso la causa di beatificazione: Giorgio La Pira, Don Giuseppe Dossetti”.

Tanti aneddoti vengono fuori da questo incontro con i ragazzi, seduti intorno al vescovo, chi in poltrona, chi per terra. La procedura per diventare vescovo, l’offerta che gli giunse di lasciare la diocesi di Piazza Armerina per quella di Monreale “diocesi difficile, per l’estensione, per la sua storia, per il fenomeno mafioso presente in alcuni paesi, per la varietà delle problematiche da gestire, non ultima quella del Duomo di Monreale, monumento molto complesso”. Ed ancora la giornata tipo di un vescovo, che si divide tra “la preghiera e l’incontro con le persone”. Degli studi fatti in seminario ricorda: “fui rimandato in latino, che poi conobbi molto bene, perché a Roma studiavamo su testi in latino”.

“Mi sento un uomo normale – risponde l’arcivescovo con il sorriso alle domande dei ragazzi -, pur se abito in questi palazzi che devo mantenere, che non sono miei ma del popolo e che son tenuto a custodire. Duomo significa casa, di Dio e del Popolo”.

Al termine della lunga e coinvolgente lezione tenuta nella bellissima Sala Rossa, tra gli affreschi della volta che raccontano la storia dei comuni della Diocesi, i ragazzi hanno donato al Vescovo una mitra, e hanno cercato di strappargli la promessa di potere andare, insieme, da Papa Francesco.

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