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Cultura

Omosessualità: pregiudizi, scherni, coming-out, scuola, diritti. L’intervista a Marcello Pupella e a Lorenzo Canale

Intervista a 360° sull’omosessualità: la confessione alla famiglia, l’integrazione sociale, l’ostentazione al Pride. E i consigli ai ragazzi che vogliono vivere la propria sessualità alla luce del sole ma non trovano il coraggio di sfidare la “gogna” di certi contesti familiari e sociali

Pubblicato il 19 ottobre 2018

Omosessualità: pregiudizi, scherni, coming-out, scuola, diritti. L’intervista a Marcello Pupella e a Lorenzo Canale

Monreale, 19 ottobre 2018 – Il cammino verso l’affermazione e la tutela dei diritti e quindi della relativa piena inclusione sul piano personale, sociale e anche normativo di chi manifesta un orientamento sessuale che non si conforma a ciò che per molti rappresenta l’unica opzione naturale, cioè l’eterosessualità, oltre a non essere semplicissimo, può diventare un percorso lungo e tortuoso. Non di rado un po’ tutti siamo incappati (e ancora incappiamo) in diversi ostacoli: i più complessi sono sicuramente i pregiudizi che la società ed una certa mentalità ci hanno inculcato in relazione alle persone omosessuali, a partire dalla nostra infanzia. I pregiudizi, infatti, germogliano male nell’immaginario di certa gente e spesso si concretizzano in atti discriminatori, in scherni da bar, in azioni persecutorie, a volte, senza neppure un barlume di consapevolezza del danno, in alcuni casi devastante, che possono produrre in un ragazzo o in una ragazza che scopre la propria omosessualità. Anche i commenti superficiali o dispregiativi dei genitori, di qualche insegnante, dei compagni, dei sacerdoti e dei mezzi di comunicazione che spesso rappresentano i gay utilizzando preconcetti irrispettosi o colpevolizzanti, che non si addicono alla delicatezza e alla sensibilità di personalità in formazione, quindi ancora fragili e disorientate.

Abbiamo chiesto a Marcello Pupella e al suo compagno Lorenzo Canale, conosciuti nel territorio e apprezzati per la coerenza e l’attivismo, di raccontarci degli stralci di vita vissuta, in relazione al loro percorso di auto-consapevolezza, alla loro militanza a sostegno del movimento LGBT e alle ragioni che sottendono certe manifestazioni, nella fattispecie i Pride, per la tutela dei diritti delle persone omosessuali e transessuali, nel quadro più ampio di tutti i diritti umani e civili. 

D: Siete una coppia consolidata e affiatata, diciamo una vecchia coppia. Avete mai pensato di “istituzionalizzare” il vostro rapporto, dato che la legge Cirinnà regolamenta, ormai da più di due anni, l’unione civile tra persone dello stesso sesso?

L.C. e M.P.: Per quanto ci riguarda non intendiamo avvalerci dell’istituto introdotto dalla legge detta Cirinnà.

Pur riconoscendola come una grande conquista per la società italiana, poiché ha previsto forme di tutela a nuclei familiari preesistenti, fintantoché in Italia (cosa che è già realtà in altri paesi) non sarà istituito il matrimonio egalitario, al quale è possibile accedere indipendentemente dal sesso, dall’età, dalla religione etc. etc., non sentiamo nostro questo istituto, in quanto non lo riteniamo una reale e piena vittoria del movimento LGBTI. 

D: Siete originari della provincia di Palermo, cresciuti in due diversi contesti, ma entrambi avete respirato la dimensione di “paese”. La provincia e soprattutto il fatto di vivere al sud sono stati “limitanti” per il vostro personale percorso di auto- consapevolezza e di valorizzazione e tutela della vostra identità sessuale e dei diritti che ne conseguono?

L.C. e M.P.: Questa crediamo sia un’idea legata a una sorta di pregiudizio abbastanza radicato: anche noi, all’inizio della nostra consapevolezza e del nostro attivismo, ritenevamo che un contesto provinciale e del sud, rispetto a quello decisamente più urbano delle grandi città del nord Italia, fosse abbastanza limitante. Col tempo abbiamo avuto modo di appurare come in realtà il sud abbia una capacità di inclusione e di comprensione molto più elevata rispetto, ad esempio, al nord-est italiano, alla provincia milanese o torinese e, per certi versi, persino a queste stesse città considerate, nell’immaginario
collettivo, come le grandi metropoli inclusive. C’è anche da dire che, probabilmente, scegliere di spostarsi, di andare a vivere altrove, al netto delle motivazioni di lavoro, a volte, rappresenta una sorta di fuga da sé stessi, dall’incapacità di affrontare il contesto dove si è nati e cresciuti

D: Entrambi attivisti per i diritti civili, potreste sintetizzare l’iter del vostro impegno umano e politico?

L.C. e M.P.: È vero, con modalità differenti siamo entrambi impegnati attivamente per la salvaguardia e la difesa dei diritti civili.

Marcello: Io con meno “intensità” rispetto a Lorenzo perché ho iniziato a lavorare a tempo pieno molto presto, a diciassette anni, e questa cosa mi ha un po’ limitato, dal punto di vista del tempo a disposizione, nel dedicarmi completamente all’attivismo. In ogni caso sono sempre stato presente e recettivo verso qualsiasi protesta che ritenessi giusta non solo per me, ma per la società civile. Detto questo non ho mai smesso di partecipare con impegno attraverso il mio voto, la raccolta di sostegno nei vari “banchetti”, appositamente organizzati, per determinate cause che ho sempre sentito particolarmente vicine alla mia visione del mondo, la partecipazione ai cortei, alle manifestazioni, ai pride. La vicinanza di Lorenzo che, al contrario, ha vissuto intensamente sin da ragazzo la contestazione attraverso anche la partecipazione a movimenti studenteschi, universitari etc., ha implementato ancora di più il mio attivismo.

Lorenzo: La mia militanza segue un percorso più articolato. Premetto che la scoperta della mia omosessualità è stata piuttosto tardiva, intorno ai diciannove anni. Provenendo da un paesino ero abbastanza condizionato da un equivoco di base che sovrapponeva il o la transessuale all’omosessuale e, d’altra parte, dallo stereotipo tutto massmediatico dell’omosessuale “macchietta” (alla Malgioglio per intenderci) ed il fatto di non identificarmi in queste figure, ha rallentato il mio percorso di auto-consapevolezza. Ho iniziato a leggere molto, a documentarmi, ma la rivelazione è avvenuta quando ho deciso di recarmi presso la vecchia sede dell’Arcigay di Palermo, prima della sua scomparsa e della ricomparsa nel 2009. Lì ho incontrato persone di cui non avrei mai ipotizzato l’omosessualità, persone come me, che pur rivendicando, con fermezza e orgoglio, il proprio “status” di omosessuale, non avevano nulla dello stereotipo, che per anni aveva albergato nel mio immaginario e questa cosa ha chiarito, in modo definitivo, a me stesso l’ancora irrisolto processo di auto-consapevolezza, fugando ogni dubbio residuo. Attenzione, non parlo di persone “eteronormalizzate” ma di persone in equilibrio con se stesse e, da lì, ho conosciuto la questione gay, lesbica, transessuale con un approccio non pregiudiziale. Il secondo step che ha conferito forza e slancio alla mia militanza è stata la “confessione” a mia madre. Il mio coming-out è avvenuto in maniera “indolore”: in modo sorprendente mia mamma, pur vivendo in un contesto provinciale ed essendo priva di istruzione, appurato con sollievo quanto il fatto di dichiararmi omosessuale non facesse di me un dissoluto dedito a droghe o perversioni varie (è buffo ma lei associava l’omosessualità alle droghe), ha accettato di buon grado, manifestando un’insperata immediata accettazione del mio orientamento sessuale, puntualizzando soprattutto che esso non avrebbe condizionato nulla in termini di affetto e rispetto, ma piuttosto che la cosa più importante fosse che io mi sentissi realizzato e che fossi felice. L’essere stato accettato da mia madre, nel rispetto di ciò che sono realmente, mi ha offerto ulteriore linfa per portare avanti, con sempre maggiore impegno, il mio attivismo civile e politico. Il primo passaggio fu con il “Centro d’Arte e Cultura Gay” di Bagheria prima di approdare a Palermo dove decisi di frequentare Arcilesbica (di cui credo fui l’unico maschio in Italia ad avere la tessera nonostante lo statuto lo vietasse). Di Arcilesbica ho subito apprezzato la coerenza politica e le dinamiche di lotta per la tutela dei diritti, entrambe molto incisive e molto ben condotte. Successivamente ho fatto parte di diverse realtà, dal coordinamento GLBT di Palermo fino ad Arcigay – Palermo, dove milito tutt’ora e dove ho avuto modo di conoscere tantissime realtà interessanti. Per un certo periodo ho anche militato in “Articolo 3”, un’associazione, il cui statuto traeva ispirazione dall’art. 3 della Costituzione, per la tutela di tutte le minoranze, contro le discriminazioni. Per concludere ho fatto anche parte, per alcuni anni, del coordinamento Palermo Pride, che si occupa della creazione di momenti di crescita culturale, di valorizzazione delle differenze e dell’organizzazione dei Pride nel capoluogo siciliano. 

D: Siete persone colte, conosciutissime e ben inserite nella società. Negli ultimi tempi pare si sia riacutizzata la preoccupante e drammatica tendenza all’omofobia violenta, soprattutto in contesti giovanili. Quali atti preventivi ritenete possano essere necessari per arginare questo dramma e condurre i ragazzi ad una riflessione consapevole?

L.C. e M.P.:  La vera prevenzione va fatta a scuola, i docenti sono importantissimi per avviare un percorso educativo che possa prevenire, oltre al fenomeno omo-trans-fobico, ogni forma di sopraffazione e violenza tra pari ed anche di mancato rapporto di fiducia e di comunicazione tra ragazzi e adulti. Spesso le famiglie non sono in grado, per diversi motivi che affondano le proprie radici nel disagio personale, nei pregiudizi e nell’assenza di preparazione specifica, di fornire input adeguati. La scuola, invece, rappresenta il contesto adatto, in quanto diventa il luogo prioritario, ove le diverse realtà personali e sociali di ciascuno si incontrano. Ad esempio ogni attività volta alla prevenzione del bullismo può facilmente inglobare il discorso della discriminazione basata sull’orientamento sessuale, sulla parità di genere, sul rispetto profondo tra esseri umani. L’Arcigay ha portato avanti diverse attività con le scuole, anche di supporto ai docenti, che spesso chiedono di essere formati per affrontare al meglio specifici percorsi, volti all’inclusione di tutti gli studenti, soprattutto nelle scuole secondarie.  

D: Lo stereotipo sull’omosessualità spesso enfatizza l’idea dell’omosessuale come individuo “dissoluto”, volto costantemente a una vita sfrenata e sopra le righe. Questa cosa, se non fosse per il fatto di rappresentare una certa tipologia di pensiero anacronistico e fuorviante, farebbe perfino sorridere per il pregiudizio ridicolo (ma anche pericoloso) che sottende. Voi due siete la testimonianza di una vita colma di esperienze ma anche di sacrificio, di lavoro e impegno condotti già in età giovanissima. Nella fattispecie tu Lorenzo, oltre ad avere un percorso culturale e umano apprezzabile, hai un curriculum eccellente: studio, lavoro, esperienze all’estero, due lauree, conseguite con 110 e lode, dottorato etc. etc. Ma neppure Marcello scherza, gestendo con gusto e charme uno dei ristoranti più conosciuti e raffinati del comprensorio. Avete voglia di parlarci dei vostri percorsi lavorativi e delle eventuali difficoltà nel rappresentare orgogliosamente la vostra identità di persone libere, senza schemi pregiudiziali a cui aderire?

L.C. e M. P.: Prima di tutto bisognerebbe chiarire il perché di tale “stereotipo”, esso fondamentalmente affonda le sue radici nei movimenti di protesta che hanno visto la luce alla fine degli anni settanta, inizio anni ottanta. In quel periodo, infatti, la voglia di rompere gli schemi, di affermare i propri diritti frantumando e decostruendo “il pacchetto” secondo il quale una persona doveva necessariamente seguire il percorso di identità già tracciato alla nascita, in base al genere di appartenenza, un pacchetto nel quale l’omosessuale si trovava incasellato in una sorta di struttura prestabilita dall’eterosessuale stesso, che decideva, a priori, come egli sarebbe dovuto essere, ha enfatizzato un tipo di protesta “forte”, di rottura, che adesso si è purtroppo gradualmente affievolita e che risulta, quindi, depotenziata rispetto al passato, a favore di un percorso di auto-determinazione più tranquillo e rassicurante. Quegli anni rimangono, però, la pietra miliare, costituendo il presupposto essenziale per la nascita dei tanti movimenti per la rivendicazione dei diritti civili che si sono, nel tempo, avvicendati e che, talvolta, dovrebbero recuperare parte di quella carica.

Per quanto ci riguarda riteniamo che, più dei titoli e delle attestazioni di merito dovute ai nostri percorsi personali ed alle nostre attività, a preservarci dagli scherni siano state la profonda consapevolezza di noi stessi e la caparbietà nel voler essere coerenti e autorevoli rispetto alle nostre idee e al nostro modo di essere. I titoli e il riconoscimento sociale di merito hanno rappresentato, semmai, gli strumenti per poter meglio argomentare il pensiero che ci rappresenta, ma l’auto-consapevolezza rimane la condicio sine qua non, infatti alcune persone omosessuali con titoli e curriculum eccellenti vengono schernite proprio perché non in grado di suscitare quel rispetto naturale che si prova per gli individui forti e autorevoli, in quanto pienamente risolti relativamente alla coerenza e alla consapevolezza del proprio valore e del valore delle proprie argomentazioni.     

D: Quasi un mese fa, ha avuto luogo il Palermo Pride 2018, un evento assolutamente partecipato, che quest’anno è stato definito un Pride “politico” e che ha ricevuto, come spesso avviene, anche parecchie critiche. Mi piacerebbe che esprimeste le vostre idee e opinioni su questo significativo evento, e magari anche sui pregiudizi e sulle considerazioni affrettate che spesso lo accompagnano. 

L.C. e M.P.: Il Pride di Palermo è sempre stato un Pride politico, fortemente legato all’attualità, una sorta di Casa di tutti i diritti (cit. Massimo Milani). In realtà tutti i Pride lo sono sempre stati, poiché i diritti del movimento LGBTI sono da considerarsi assolutamente trasversali agli altri diritti. Pertanto tali eventi non sono nati per rimanere chiusi o circoscritti, ma come manifestazioni aperte alla cittadinanza, ai lavoratori in quella che diventa una significativa trasversalità nella lotta, in qualsiasi lotta. Basti pensare che il Pride nasce come riproposizione annuale della rivolta di Stonewall, che è considerata simbolicamente come il momento di nascita del movimento gay di tutto il mondo e rappresenta non solo la ribellione ai soprusi da parte del movimento omosessuale, ma la lotta alle ingiustizie di un’intera comunità.

Chi ha visto il film Pride, ad esempio, è rimasto colpito dal legame di solidarietà tra il movimento omosessuale e il mondo operaio in una lotta congiunta, per la tutela di quei diritti, come quello alla propria auto-determinazione sessuale o al lavoro, che sono universali. Anche il primissimo Pride di Palermo dopo la sua rinascita datata 2010, ha ospitato un nutrito spezzone di operai metalmeccanici di Termini Imerese, perché non esiste diritto che non ci appartenga, in quanto ciò che ci sembra una situazione lontana, potrebbe un giorno essere nostra, appartenerci. Una cosa che ci ha fatto particolarmente piacere è stata quella di poter constatare come la stampa, finalmente, abbia rappresentato quest’ultimo Pride, con cinquantamila presenze, valorizzandone l’aspetto sociale e politico, piuttosto che enfatizzandone, come spesso accade, esclusivamente l’elemento trasgressivo e coreografico, che c’è e fa parte a pieno titolo del Pride.

D: Per finire, cosa direste a un ragazzo o a una ragazza che hanno voglia di vivere la propria sessualità alla luce del sole ma che non trovano il coraggio di sfidare i giudizi sprezzanti e l’umiliante “gogna” di certi contesti familiari e sociali?

L.C. e M.P.: Il coming-out, che sembra una cosa così di moda così facile, in realtà non lo è per nulla, per questo consigliamo di usare una sorta di prudente cautela, soprattutto nel comunicarlo ai genitori, che non sempre sono preparati ad accettare tale eventualità, per le aspettative che naturalmente essi ripongono nei confronti dei propri figli. Pertanto crediamo che non sia utile affrontare un coming-out in maniera traumatica, il percorso da privilegiare è, invece, quello di rafforzare se stessi, di acquisire una consapevolezza forte e autorevole, anche attraverso una capillare informazione che metta il ragazzo o la ragazza nelle condizioni di saper esporre in maniera corretta le proprie argomentazioni. Pertanto risulta utile e produttivo, dopo l’indispensabile percorso interiore di riconoscimento della propria identità sessuale, preparare in maniera corretta il genitore. Dichiarare apertamente la propria reale identità è sicuramente un bene, perché oltre ad essere liberatorio, ti rafforza come persona e ti prepara ad affrontare la società con lealtà e a testa alta, ma è necessario agire in maniera ponderata nel rispetto di sé stessi ma anche nella comprensione dei potenziali limiti culturali degli altri.

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