Morire di speranza: Il 30 luglio in Fattoria a Danisinni preghiera per quanti muoiono nel viaggio intrapreso verso l’Europa

Appare paradossale che spostarsi per far soldi, come accade in Occidente, venga additato quale diritto e migrare per sopravvivere sia condannato come una colpa da espiare anche a costo della vita

Palermo, 28 luglio 2018 – Si muore di speranza quando l’umanità cerca di ridurre la speranza al calcolo consegnando il proprio futuro alla tecnica, al mercato o alla scienza. Ad essa sarebbe deputata la dimostrazione di ogni fenomeno riducendo l’agire umano ad una serie di nessi strutturati su cause ed effetti.

Si muore di speranza quando si appartiene al popolo degli esclusi, dei senza diritto, cioè di quanti vengono etichettati e additati stranieri e, proprio per questo, non conosciuti!

Mi chiedo come possiamo parlare così tanto di qualcuno se non lo conosciamo. L’Occidente pare coltivare l’incognito e perciò la paura, la paura del diverso, del differente da sé che, con tale visione, diventa “nemico”.

Si ha paura della precarietà insita nel futuro e quale soluzione si privilegia l’istante, il segmento attuale, cercando gloria e realizzazione in quel che si riesce ad ottenere ora, al di là delle conseguenze di poi.

L’esperienza del momento, infatti, diventa criterio discriminante per le proprie decisioni. L’indice è dato dal potere e dal profitto che se ne può avere. Il più forte è ammirato, la competizione è presa ad esempio e, secondo tale logica, il capitale seduce la brama ed il desiderio di vita.

Ma è questa la libertà che cerchiamo? La pienezza che ciascuno ambisce realizzare nella propria esistenza?

Simile prospettiva, crediamo, non lascia spazio a criteri di legalità e di giustizia sociale. La dignità di una persona, così facendo, sarebbe legata alla necessità del momento e la libertà verrebbe ridotta a dipendenza dall’avere.

I flussi migratori, piuttosto, esprimono il grido di popoli che osano uscire da estreme condizioni di precarietà, di degrado e di violenza. Riscattare la propria dignità, rivendicare il desiderio di vita anche a costo di annegare è l’anelito che dirige gli attuali movimenti migratori.

Eppure in questo scenario il ministro Salvini controbatte prima al sindaco Orlando e poi all’arcivescovo Lorefice spostando l’attenzione sul primato da dare ai poveri italiani rispetto ai “poveri” immigrati!

Tale replica mostra a chiare lettere il piano della questione secondo l’attuale politica italiana: l’accoglienza determina maggiore povertà, cioè le risorse non basteranno per gli italiani che già soffrono una grave povertà occupazionale.

Eppure il discorso di don Corrado, pronunciato durante la festa di Santa Rosalia, aveva avuto toni ben differenti. Il pastore della Chiesa palermitana aveva sottolineato che l’esclusione determina una maggiore povertà perché si perde la speranza, il tratto di umanità, il desiderio di vivere e di comunione. Denunciava, dunque, un processo di disumanizzazione che porta all’ostilità verso quanti per lunghi decenni sono stati depauperati dal continente europeo.

Il principio legato all’accoglienza dei profughi sta già nel diritto ad emigrare, così come ricorda il Concilio (Gadium et spes n. 65), per stabilirsi ove è possibile realizzare le proprie aspirazioni e prospettive di vita. Appare paradossale che spostarsi per far soldi, come accade in Occidente, venga additato quale diritto e migrare per sopravvivere sia condannato come una colpa da espiare anche a costo della vita.

Riteniamo, allora, che la questione non è sull’accogliere o respingere i flussi migratori ma su come affrontarli. Questa premessa è indiscutibile per entrare in una riflessione vera e non stare ancora a dimenarci su posizioni antagoniste analoghe a chi un giorno fece assordante silenzio durante i rastrellamenti e le deportazioni nei campi di concentramento.

Certo la politica rendendosi conto che non si tratta più di un’emergenza sta timidamente iniziando a prospettare che bisognerebbe sostenere i migranti nelle loro terre d’origine ma, di fatto, in tali contesti l’Occidente “civilizzato” continua a saccheggiare sfruttando ogni sorta di risorsa. 

Si ammette, ancora, che manca una vera classe dirigente capace di gestire risorse e servizi per sostenere la crescita di un luogo, eppure si continua ad appoggiare uno dei generali di turno in modo da garantire dittature e ricavarne proventi di mercato. Certo il commercio con l’Africa non è mai cessato!

Nel mentre lunedì 30 luglio alle ore 21.00 in Fattoria a Danisinni la Comunità parrocchiale insieme alla Consulta delle Aggregazioni laicali e ad i fratelli Valdesi del Centro Diaconale “La Noce” si ferma in preghiera per quanti muoiono di speranza nel viaggio intrapreso verso l’Europa. Chiaramente saranno accolti tutti gli uomini di buona volontà che desiderano sostare per pregare.

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