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Cronaca

Strage di via d’Amelio, per ricordare Borsellino non servono le passerelle dei politici

Dopo che la sentenza dei giudici della Corte d’assise di Caltanissetta ha confermato che dietro quella pagina di storia c’è “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, quella strada, questa data dovrebbero scuoterci

Pubblicato il 19 luglio 2018

Strage di via d’Amelio, per ricordare Borsellino non servono le passerelle dei politici

Oggi a Palermo alle 16,58 come ogni anno sarò in via D’Amelio per fare memoria di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta Agostino CatalanoEmanuela LoiClaudio TrainaVincenzo Li Muli e Walter Eddie Cosina. Avevo 19 anni quando scesi la prima volta nel capoluogo siciliano. Da quell’anno non sono mai mancato a questo appuntamento con la storia. Da cittadino, da giornalista, da maestro. È una sorta di dovere civile che sento come responsabilità e impegno.

Quel luogo dove è esplosa la bomba voluta da qualche uomo dello Stato non può restare solo qualcosa che appartiene ai siciliani. Per anni abbiamo pensato che la mafia era “roba loro”. Troppo tardi ci siamo accorti che Cosa nostra e non solo avevano messo radici al Nord e in Europa. Oggi dopo che la sentenza dei giudici della Corte d’assise di Caltanissetta ha confermato che dietro quella pagina di storia c’è “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, quella strada, questa data dovrebbero scuoterci, non lasciarci in pace. Eppure, come diceva qualcuno, gli italiani hanno la memoria che dura quanto un orgasmo.

 

Le responsabilità di questo “depistaggio di Stato” vanno cercate in via d’Amelio. In quella strada ci sono state in questi 26 anni troppe passerelle. Li ho visto ad uno ad uno passare per quella strada: Clemente Mastella, Renato Schifani, Gianfranco Fini, Gianni Alemanno, Alfredo Mantovano, Francesco Musotto, Franco Marini, Giuliano Amato, Giorgia Meloni, Carlo Vizzini, Diego Cammarata, Roberto Maroni, Italo Bocchino, Fabio Granata, Irene Pivetti. Ma anche Nicola Mancino, Giovanni Maria Flick, Luciano Violante, Rosy Bindi, Walter Veltroni e Dario Franceschini.

A questi politici gli italiani chiedono: chi dello Stato ha taciuto? Cosa sai tu di questo depistaggio? Che hai fatto per arrivare alla verità.
Il depistaggio di Stato, l’assenza di un pentito di Stato chiama in causa la politica perché come sempre c’e una responsabilità della magistratura ma ancor più della politica che spesso in questi anni ha fatto come le tre scimmiette mettendo le mani davanti alla bocca, agli occhi e sulle orecchie.

Forse qualcuno si è dimenticato ma anche Silvio Berlusconi passò in via D’Amelio. Più di 20 anni fa. Era il 1994, era stato eletto da poco Presidente del Consiglio. Berlusconi è in città per un incontro istituzionale. Si ricorda che in via D’Amelio è morto Borsellino e decide d’andarci. Ad accorgersi dell’arrivo di qualcuno di importante è la sorella Rita che in quei giorni è a casa con un piede fratturato. Sotto la sua abitazione c’è troppo via vai di forze dell’ordine. Intorno alle 16 sente suonare il citofono. Si alza a fatica dalla poltrona e dall’altra parte della cornetta scopre che c’è il prefetto che le dice: “Il presidente del Consiglio vorrebbe salutarla”.

Rita è in vestaglia, non è stata informata di questa visita e non è certo nelle condizioni di ricevere il Primo ministro. Passano pochi istanti e il citofono risuona. Si alza di nuovo dalla sua poltrona per rispondere. È un colonnello dei Carabinieri; le ripropone l’incontro con Berlusconi. Nulla da fare. Il citofono suona una terza e quarta volta, finché la sorella del magistrato prende una decisione: “Se deve dirmi qualcosa di importante venga al citofono”.

Berlusconi non si fa pregare. Si avvicina, è a un passo da quella lapide e dall’ulivo e chiede: “Che cosa possiamo fare per sconfiggere la mafia?”. “Siete al Governo e potete fare tutto quello che volete, ne avete il potere”, risponde Rita Borsellino. Berlusconi replica: “Se ci lasciano lavorare”. Ma la sorella del magistrato non sta zitta: “Anche mio fratello non lo lasciavano lavorare ma ha continuato lo stesso. Tant’è vero che qui è morto”. A quel punto Berlusconi non ha più parole: “Se permette la chiamerò da Roma con più calma”. Rita non ha mai ricevuto quella telefonata e Berlusconi non si è più fatto vedere in via D’Amelio.

C’è poi l’altra Italia. Quella di chi non ha dimenticato e dopo 26 anni vuole continuare a ricordare. A Crema nei giorni scorsi i ragazzi della Consulta giovanile dopo aver ripulito i muri della scuola che affaccia su largo Falcone Borsellino (piazza voluta nel 1999 dagli allora alunni di quell’istituto magistrale) , hanno voluto sistemare anche la vecchia targa, ormai non più leggibile, e posizionarne una nuova ai piedi di un ulivo. Hanno chiesto così agli uffici comunali di poter fare questo intervento ed è qui che c’è una piccola storia che merita di essere raccontata.

Gli uffici hanno detto loro di contattare la ditta Barbati Marmi di Bagnolo cremasco per ripassare le scritte della “vecchia” targa e realizzare e apporre una nuova ai piedi dell’ulivo. Qualche giorno la ditta ha inviato la foto di una bellissima targa di marmo. A questo punto i ragazzi hanno chiesto gli estremi per il pagamento da girare al Comune e qui la risposta inaspettata: “La targa la doniamo a voi e alla città e sistemiamo gratuitamente anche l’altra”.

Ripreso da Il Fatto Quotidiano 

 

 

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