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Cultura

Frate Mauro Billetta: “Fare memoria non significa vivere di nostalgia”

“Politica, massoneria e sistema mafioso si intrecciano inequivocabilmente. La mafia ha paura dei processi di cambiamento. Promuovere la cultura della legalità con la scoralizzazione dei più piccoli”

Pubblicato il 19 luglio 2018

Frate Mauro Billetta: “Fare memoria non significa vivere di nostalgia”

Danisinni (Palermo), 19 luglio 2018 – Mauro Billetta è il frate cappuccino da diversi anni alla guida della parrocchia di Sant’Agnese, nel popoloso quartiere di Danissini, a pochi passi da piazza Indipendenza. Giornalmente alle prese con emergenze sociali, si trova spesso a doversi confrontare con comportamenti ed atteggiamenti intrisi di cultura mafiosa, in un territorio caratterizzato da un bassissimo livello di scolarizzazione.

Nel giorno della commemorazione di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta, con frate Mauro, sacerdote e psicologo, abbiamo parlato di come bisogna fare antimafia, quella vera, quotidianamente.

– La stagione dell’antimafia sta conoscendo in Sicilia una fase di profonda crisi. Dalle ultime cronache emerge come la bandiera dell’antimafia sia spesso tenuta in mano da chi ambisce a creare carriere, ad ottenere impunità, canali preferenziali, utilizzando a volte anche metodi mafiosi. Ha ancora senso parlare di antimafia?

– Penso che sia importante parlare e, al contempo, ripensare il fenomeno mafioso. Il rischio, a mio avviso, è che a forza di parlare di antimafia si perde di vista il “per cosa” spendersi cioè il come avviare processi rigenerativi che consentano alla popolazione di costruire Comunità secondo principi di giustizia sociale, di promozione del bene personale e collettivo.

Fermarsi alle grandi parate che osteggiano l’“anti”, non scalfisce il sistema mafioso e potrebbe limitarsi ad un comportamento oppositivo provocatorio che, di fatto, non apre vie alternative. Vedo parecchi dibattiti politici che si muovono su questo registro finendo con il contestare il partito avverso ma senza proporre un programma alternativo e capace di generare pensiero e confronto. 

L’opera di sensibilizzazione, oggi, è ancora necessaria ma bisogna fare conoscere i paradigmi delle nuove mafie, la loro evoluzione legata al mercato dei consumi, ai nuovi investimenti e agli intrecci con i poteri forti in cui mafia, politica e massoneria trovano un connubio per certi versi inedito. 

Come parlare di mafia ai giovani?

– In primo luogo bisogna parlare di esemplarità, abbiamo avuto dei testimoni preziosi ossia uomini e donne che hanno mostrato come si rimane nelle questioni della vita senza sottrarsi alla propria responsabilità quotidiana. Il buon esempio provoca e, per differenza, mostra quando patologica sia la logica mafiosa.

Un giovane di fronte a figure come Piersanti Mattarella e Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Peppino Impastato e Pino Puglisi, viene toccato nelle corde più intime dell’anima ma ha bisogno di elaborare quel che avverte altrimenti tutto si riduce al piano emozionale del momento.

Veicolare la formazione è questione assai complessa oggi, in quanto posture sociali come l’individualismo, la logica dell’interesse calcolato e a discapito della gratuità, o la competizione per avere maggiore utile, equivalgono agli stessi assunti della organizzazione mafiosa! 

È importante trasmettere ai giovani il senso della Comunità in cui sperimentare relazioni di reciprocità. Fino a quando continueremo a fomentare individualismo competitivo quale modello di vita, i giovani faranno fatica a riconoscere il male ascritto nella cultura mafiosa.

Mafia non è un concetto astratto ma un preciso modo di difendere i propri interessi anche se questo va a discapito del bene altrui. Alla base di ciò sta un pensiero onnipotente, una sorta di espansione dell’io che non trova limite ma, proprio per questo, produce sempre maggiore solitudine. Il mafioso è un uomo solo con un vuoto esistenziale insaziabile e il giovane sa di che si tratta perché ne fa esperienza ogni volta che aderisce totalmente ai dettami della modernità.

La spinta consumistica e l’omologazione che ne deriva, infatti, suscita nelle nuove generazioni un clima sempre più competitivo ed individualista. L’altro, secondo tali criteri, è colto come un oggetto del proprio appagamento. La logica dell’ “usa e getta” o dell’“uomo che non deve chiedere mai” crea un confine sempre più labile tra comportamenti ammissibili e mentalità mafiosa.

L’avere spinto verso l’autoreferenzialità ha slegato il soggetto dalla fede in Dio e dalla comunità, il legame è stato equiparato a vulnerabilità. Il mafioso, in modo analogo, è disumanizzato proprio perché privo di legami autentici e reso capace di uccidere il parente più prossimo ove questo fosse necessario per esigenze del “sistema”, come ad esempio è avvenuto per Rosalia Pipitone di cui oggi si sta molto parlando. Il padre, infatti, la fece uccidere senza alcuno scrupolo solo perché aveva un suo pensiero, differente dal codice mafioso.

– Tutti i media hanno dato risalto alla nave della legalità che ha portato lo scorso 23 maggio migliaia di ragazzi a Palermo per partecipare alla marcia fin sotto l’albero di Falcone. Oggi, 19 luglio, si terrà la consuetudinaria marcia in ricordo dell’omicidio di Borsellino e degli uomini della scorta. Le giornate della memoria costituiscono un’operazione culturalmente valida, o c’è il rischio concreto che si consegni agli studenti “un’antimafia retorica e parolaia”, come la definisce il Procuratore Roberto Scarpinato?

– Le giornate della memoria hanno un grande significato, come dicevo prima, per ricordare testimoni esemplari.

Chi ci ha preceduto facendo la sua parte, ricorderebbe padre Puglisi, si è speso per noi affinché ciascuno potesse avere una qualità di vita migliore, un contesto sociale decontaminato da diktat che fino agli anni ottanta erano dominanti nel nostro territorio.

Sono le nostre radici e senza di esse non ci si può aprire al futuro. Se non attingiamo dalla storia diventiamo troppo autoreferenziali, pieni di noi stessi e, quindi, capaci di compiere misfatti ancora più grandi.

Fare memoria, al contempo, non significa vivere di nostalgia, ripiegarsi sul passato come se il presente non avesse nulla da dire. Abbiamo bisogno di scorgere i segni dei tempi, leggere come l’officina mafiosa ha spostato il suo interesse dall’edilizia alle grandi rete di mercato. La memoria ci spinge avanti leggendo il presente attraverso la luce della meta, l’orizzonte che guida il nostro cammino. Nel presente scorgiamo una mafia complessa, intricata con i poteri forti lì dove politica, massoneria e sistema mafioso si intrecciano inequivocabilmente. Ecco, nel fare memoria bisogna fermarsi ed ascoltare, meno parole e più ascolto, capacità di compenetrare gli eventi che hanno attraversato la storia della nostra terra di Sicilia fino a leggere i processi, le evoluzioni, che oggi sono in atto.

È più utile, ai fini della diffusione di una cultura antimafiosa, investire in una nave che attracca a Palermo colma di ragazzi pronti ad inneggiare slogan sulla legalità e su Falcone, o investire i costi di questa operazione nella costruzione di scuole, di palestre, di centri pomeridiani, nel finanziare progetti educativi per ragazzi nelle aree cosiddette a rischio di Palermo, vero baluardo contro le mafie? Di cosa ha più paura la mafia?

– Dei processi di cambiamento e questi non sono mai frutto di un istante, non sono slogan del momento ma percorsi in cui ci si spende così come quando tanti germogli vengono piantumati e man mano cresce una foresta. 

Possiamo realmente colpire le cabine di regìa che attraverso la corruzione vorrebbero garantire i sovvenzionamenti alla mafia attraverso un cultura valoriale, l’educazione al desiderio di vita e questo è un intervento che riguarda già i primi anni di vita.

Il promuovere la cultura della legalità inizia con la scoralizzazione dei più piccoli, con l’offerta di percorsi che favoriscono la crescita e lo sviluppo dei bambini secondo una prospettiva e una visione che, insegni loro, a guardare oltre, coltivare il sogno della loro esistenza. Quando i piccoli, i giovani o gli adulti iniziano a gustare la bellezza, a scoprire l’essenziale che reca gioia, l’amore disinteressato di chi si prende cura di loro, ecco che allora può scattare la molla dell’emancipazione e ciascuno può tornare a coltivare un sogno, un progetto di vita. La mafia offre dei modelli, è prezioso insinuare buone pratiche capaci di spostare l’attenzione e, di conseguenza, mostrare la vacuità della proposta malavitosa.   

Da sacerdote, cosa ritiene stia facendo la Chiesa per combattere il fenomeno mafioso in un difficile contesto come quello palermitano?

La Chiesa ha il compito di mostrare un modo coraggioso di stare nelle questioni della vita senza lasciarsi disorientare. È la forza che nasce dal Vangelo ossia dal riconoscersi amati e sostenuti dalla presenza del Padre che ci dona sul Figlio, cioè, che ci rende figli. L’umanità, oggi, si sperimenta orfana e molti si affidano ai poteri forti, a quanti vendono l’illusione di garantire protezione e felicità di vita. La speranza cristiana, piuttosto, denuncia il compromesso con quel che non appartiene al bene, e procura il coraggio di cambiare le cose. Non può esserci rassegnazione in chi si professa cristiano e questo non è tanto un atto di spavalderia imprudente, è piuttosto lo slancio di chi ha chiara la meta e sa per cosa vive e, quindi, per cosa sei disposto a morire.

Sarebbe finzione affermare che la Chiesa non ha timori, ma non si tratta della paura che imprigiona l’esistenza e fa accomodare in base alla “convenienza” di turno. È, piuttosto, il timore che fa ancor di più cercare Dio per andare avanti e, a quel punto, seguire la via del Maestro che possiamo tradurre in difesa della giustizia sociale, ricerca degli ultimi, ascolto dei bisogni profondi che l’umanità porta. Secondo questa prospettiva la Chiesa non mostrerà opere di cui vantarsi ma senso di vita, Luce per orientare, ciascuno, nel proprio cammino. 

– In che modo la sua azione può riuscire efficace nel quartiere di Danisinni? Quali limiti incontra? Quali risultati ha conseguito? 

– Quattro anni fa creando un biostagno nel cuore della piazza abbiamo cercato di mostare come andando oltre le apparenze è possibile tirare fuori le risorse di questo suggestivo posto nel cuore di Palermo. Le acque del Papireto, attraverso una piccola sorgente, sono riemerse e la piantumazione del Papiro attorno al biostagno ha mostrato, ulteriormente, i segni di una tradizione e di una storia che in particolare nel periodo arabo ha avuto il suo splendore.

Abbiamo, così, inteso esprimere simbolicamente la funzione della Parrocchia Sant’Agnese che da sempre si è spesa per la promozione umana e sociale del territorio. Quando le parrocchie, capillarmente radicate in tutto il territorio nazionale, si prendono cura della popolazione ivi presente è inevitabile un ascolto profondo dei bisogni locali proprio perché l’Annuncio della vita di comunione con il Cielo passa per il vissuto esistenziale di chi lo accoglie.

A Danisinni la parrocchia rimane l’unico presidio sociale del Rione, per anni l’Amministrazione ha delegato, alla Comunità Sant’Agnese e al Centro Tau, i servizi basilari di promozione umana e di supporto educativo dei minori. Questo stato di cose, chiaramente, aveva bisogno di una evoluzione e da alcuni anni si è avviato un percorso di concertazione attraverso la Comunità educante che coinvolge la scuola primaria,  il Comune ed altre agenzie per lavorare su un piano educativo territoriale che coinvolge le famiglie e, potenzialmente, intende creare i presupposti e le competenze per l’inserimento lavorativo e la crescita economica del rione.

Nel cuore di Danisinni, in un locale attiguo alla parrocchia, abbiamo creato la biblioteca di quartiere, non un luogo per assistere attraverso un sussidio ma uno spazio per promuovere cultura e formazione di vita. La scorsa settimana Luigi, il primo studente della biblioteca si è diplomato all’Alberghiero. È stata per noi una gioia straordinaria.

Da due anni è stata aperta la fattoria sociale, spazio in cui ci si prende cura della bellezza e dei processi umani attraverso la coltivazione, l’accudimento degli animali e il circo sociale. Un’officina permanente di proposte volte all’incontro e alla espressione delle reciproche competenze.

Nel quartiere in un percorso che lo apre alla Zisa, lungo la via del camminamento arabo, con il progetto Rambla Papireto, abbiamo avviato un itinerario di street art per creare un museo a cielo aperto caratterizzato da soggetti pittorici che coniugano bellezza ed identità culturale del territorio.

Un passaggio ulteriore ma di vitale importanza, sarà la riapertura della Scuola d’Infanzia “Galante” in piazza Danisinni. La cui chiusura, da dieci anni, ha segnato una grave ferita istituzionale per il Rione. Le conseguenze di ciò sono date dalla mancata scolarizzazione dei bambini che arrivati in prima elementare si sono ritrovati a non stare alla pari con gli altri compagni. Pur avendo particolari doti e competenze creative ed esperenziali, i nostri ragazzi spesso non reggono la lezione frontale e, man mano, rimangono sempre più indietro venendo sempre più esclusi dai percorsi didattici che dovrebbero portarli a conseguire un diploma. Proprio in questo modo la mafia si procura manovalanza, in quanto riconosce un ruolo ed una retribuzione a chi, in altri contesti educativi, si è sentito isolato e misconosciuto.

Comprendiamo, allora, come il contrasto al pensiero mafioso ha un inizio molto distante…

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