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Cultura

Alzare la voce paga. L’uso distorto del diritto di parola e di espressione da parte dei politici

Razzismo “a buon mercato”, mascherato da giustizia sociale, avallato nei palazzi del potere, accettato come una sorta di legge non scritta da un popolo rabbioso, poco solidale, sofferente e con i paraocchi

Pubblicato il 17 giugno 2018

Alzare la voce paga. L’uso distorto del diritto di parola e di espressione da parte dei politici
Monreale, 17 giugno 2018 – L’art. 21 della Costituzione recita così: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”
Comunicare liberamente ed esprimere il proprio pensiero senza censure è, quindi, un diritto incontestabile sancito dalla nostra Carta Costituzionale. Ma di questo diritto sacrosanto e inviolabile, fulcro fondamentale di civiltà e democrazia, stiamo realmente fruendo in maniera corretta e libera? Attraverso tale imprescindibile diritto, stiamo davvero diffondendo opinioni personali coerenti, attendibili o eticamente accettabili? In parole estremamente semplici: stiamo davvero osservando e valorizzando gli inviolabili Principi Costituzionali sulla libera espressione, Principi attraverso cui, a fasi alterne, ci facciamo scudo in maniera più o meno strumentale?
Questi quesiti trovano una plausibile risposta nell’analisi della nostra attuale realtà sociale, o, ancora meglio, di quella realtà “social” che, così tanto, oggi ci rappresenta.
La comunicazione estremamente rapida,  ramificata e trasversale dei social network spesso permette e supporta, infatti, un uso distorto del diritto di parola e di espressione, basato sulla diffusione urlata e priva di regole, sull’informazione strumentalizzata, sul sentito dire, sull’insulto e sulla diffamazione spicciola, facilmente veicolabile dato lo strumento utilizzato (la tastiera e il monitor che sostituiscono il contatto diretto con le persone e di conseguenza la relativa mediazione dell’interlocuzione vis a vis).
La cosa preoccupante che implementa gli umori piuttosto truci, grossolani e violenti di questa società, in gran parte narcotizzata dall’odio virtuale delle fake news e dall’omologazione unidirezionale di idee e opinioni, è l’uso che della comunicazione trash stanno facendo alcuni politici in auge. Trattasi della volontà di usare strategicamente  un registro autoritario, ispirato a un certo machismo esplicito e irriverente, tendente a sostenere  idee volutamente rabbiose, idee “contro” che non  convincono, ovviamente, i più riflessivi ma “trascinano” le masse di scontenti… Idee contro a prescindere: contro lo straniero, contro la tradizionale politica del passato recente e lontano, contro il sistema, contro il “buonismo” etc.
Non voglio volutamente entrare nel merito del fenomeno ormai conclamato, relativo all’inarrestabile erosione perpetrata nei confronti dei presupposti fondamentali del concetto di Umanità e Condivisione, che stanno velocemente perdendo valore e consistenza. Non voglio commentare (anche per mancanza di competenze specifiche) le recentissime, dure e controverse disposizioni intraprese in sede istitizionale, con particolare riferimento  all’eventuale legittimità nel decidere, ad esempio, se sia giusto chiudere i porti o meno. Non voglio polemizzare sui principi umani, ormai perduti, a fronte della continua diffusione di contenuti  palesemente propagandistici, che qualche volta esulano dal reale. Non voglio “rovistare” nelle scelte politiche, spesso opinabili, per non dire sorprendenti.
Voglio solamente soffermarmi sulla scelta dell’uso consapevole di uno specifico registro comunicativo aggressivo, ampiamente adottato da alcuni politici particolarmente veementi. Ciò su cui rifletto ed esorto a riflettere è un concetto quasi ovvio, nella sua sostanziale semplicità: se sei un premier, un ministro, un sottosegretario, un onorevole, financo un assessore o un consigliere di un modestissimo e recondido paesello, hai l’obbligo etico e morale di misurare i contenuti che esprimi e di pesare, una per una, le parole. Ad esempio divulgare a mezzo stampa, il “concetto politico e sociale” racchiuso nell’espressione “alzare la voce paga”, sul piano comunicativo ma, soprattutto, educativo, sortisce un effetto devastante, soprattutto se tale concetto è rivolto ad un interlocutore suscettibile (vedasi popolo italiano in atto  diviso, indignato, permaloso e, forse, anche un pizzichino ignorante). Un simile costrutto semplice, apparentemente innocuo, a cui, magari, non si presta la corretta attenzione, in realtà sottende l”atteggiamento più in voga del momento, quello tipico “dell’uomo che non deve chiedere mai”, “del bullo” impenitente. La scarna frase che ho citato apre le porte al baratro dei comportamenti incontrollati e incontrollabili, poiché  sdogana definitivamente il diritto di essere prepotente e di agire senza la mediazione della riflessione. Anno per anno, giorno per giorno si nota l’acuirsi di una xenofobia serpeggiante anche in una città pacifica e multietnica come Palermo: branchi di ragazzini per strada o sui mezzi di trasporto pubblici che deridono, sfottono e apostrofano individui con una diversa pigmentazione della pelle o appartenenti ad altre etnie. Adulti che trattano con aria di sufficienza e con  palese disprezzo ambulanti extracomunitari, rivolgendo loro quel “tu” sprezzante, dall’alto in basso, come a voler sottolineare una qualsivoglia superiorità.
Solo qualche mese fa, ho assistito, incredula, a un insopportabile episodio di razzismo esplicito, arrogante, oltremodo incivile da parte di una schiera di bulletti, decisi a far alzare un ragazzo di colore dal suo posto a sedere, con la prepotenza dell’aggressivo monito “questo è il mio posto e tu alzati, scimpanzè”. Con prudenza ho fatto presente la situazione a un inerme conducente, tra il silenzio tombale dei presenti e le occhiatacce minacciose dei protagonisti.
Questo perché in uno Stato in cui viene sdoganato il concetto che “alzare la voce paga” tutto si può fare, tutto diventa lecito poiché predomina la legge del più forte. La supremazia di quei comportamenti discriminatori, tipici di un, più o meno, latente razzismo “a buon mercato”, mascherato da giustizia sociale, viene avallata addirittura nei palazzi del potere e accettata, come una sorta di legge non scritta, da un popolo rabbioso, poco solidale, sofferente e con i paraocchi.
Quasi tutte le assurdità e le sciagure determinate  dal comportamento umano derivano dal fatto di voler imitare gli atteggiamenti, talvolta discutibili, del “trascinatore di turno” a cui si tenta di somigliare…così senza una motivazione di senso, senza maturare un pensiero autonomo e ragionata, senza comprendere realmente cosa possa celarsi dietro un’immagine, un gesto, un’espressione, una parola. Si imita solamente… si imita e basta.
 

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Francesco Noto

GRANDE MARIA ROSA! Francesco Noto

17 giugno 2018 | 21:04 | Rispondi

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