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Cronaca

Tribunale del Riesame. Gli arresti domiciliari ai fratelli Caputo non andavano dati

Assenza di gravi rischi di colpevolezza, insussistente il pericolo di reiterazione del delitto. Salvino si sarebbe impegnato nella campagna elettorale svolta per conto del fratello Mario

Pubblicato il 8 giugno 2018

Tribunale del Riesame. Gli arresti domiciliari ai fratelli Caputo non andavano dati

Monreale, 8 giugno 2018 – Il 20 aprile 2018 il Tribunale del Riesame di Palermo, composto dal Presidente Lorenzo Jannelli, dai Giudici Giuliano Castiglia e Cristina Denaro, aveva emesso l’ordinanza con la quale annullava l’applicazione degli arresti domiciliari per Salvino e Mario Caputo, accusati di avere attentato ai diritti politici del cittadino in occasione delle consultazioni regionali di novembre 2017.

Il 6 giugno sono state depositate le motivazioni, con le quali il collegio ha ribaltato interamente le motivazioni che avevano portato il GIP del Tribunale di Termini Imerese ad applicare la misura cautelare restrittiva il 3 aprile.

Allora il GIP aveva individuato a carico di Salvino Caputo gravi indizi di colpevolezza. Il reato sarebbe stato commesso a Chiusa Sclafani, Castellana Sicula, Valledolmo, Santa Flavia, Alimenusa, Corleone, Cefalù, Campofelice di Roccella, Termini Imerese, Castelbuono, Trabia, Monte Maggiore Belsito, Pollina, Bisacquino e Santa Cristina Gela dal mese di febbraio al 5 novembre 2017. In pratica nell’area madonita, dove sarebbe stato più semplice per Salvino assumere una serie di condotte ingannevoli. In pratica avrebbe – secondo il GIP – svolto la campagna elettorale come se egli, e non il fratello Mario, fosse il vero candidato, diffondendo volantini elettorali riportanti solo il cognome Caputo, così da trarre in inganno gli elettori, portandoli cioè a votare “Caputo” nella convinzione che il candidato fosse Salvino e non il meno noto Mario.

Secondo l’accusa, Salvino Caputo, venuto a conoscenza del rigetto della sua richiesta di riabilitazione e della sua conseguente incandidabilità, aveva deciso, di comune accordo con il fratello Mario e con i vertici del movimento “Noi con Salvini”, di elaborare uno stratagemma per non disperdere voti. Avrebbe così ufficializzato la candidatura di Mari Caputo nella lista Fratelli D’Italia – Noi con Salvini affiancando al proprio nome lo pseudonimo Salvino. Avrebbe diffuso volantini con la sola scritta Caputo senza indicare il nome Mario e senza inserire alcuna fotografia. Inoltre, Salvino Caputo avrebbe svolto la campagna elettorale in proprio nome e non per conto del fratello, presentandosi o lasciando credere di essere lui il vero candidato.

Nell’ordinanza di scarcerazione, il Tribunale del Riesame ha accolto la tesi difensiva. 

La candidatura di Mario Caputo era stata portata a conoscenza dei cittadini sia attraverso i mass media che i social network, e che entrambi i fratelli si erano impegnati nella campagna elettorale del candidato Mario, partecipando a comizi e incontrando gli elettori.

Anche numerosi articoli di stampa avevano parlato della candidatura di Mario, anche riportando la scelta di affiancare al suo nome lo pseudonimo Salvino, identificativo del fratello. Non sarebbe condivisibile né comprensibile l’affermazione della Procura secondo cui le testate giornalistiche on line sarebbero lette solo da coloro a cui non si poteva nascondere la verità.

Mario Caputo era stato presentato quale candidato del movimento in una riunione tenuta all’Hotel Astoria di Palermo, in presenza di Matteo Salvini. Erano stati stampati e diffusi 20.000/30.000 volantini con l’indicazione del nome del candidato “Mario Caputo”, che aveva svolto personalmente tre comizi. A Monreale, a Camporeale e a Termini Imerese. Il video del comizio di Monreale, di chiusura della campagna elettorale, era stato anche pubblicato sul profilo Facebook pubblico di Salvino Caputo.

I fratelli Caputo, singolarmente o insieme, avevano incontrato in diverse occasioni cittadini per rendere nota la candidatura di Mario. Un elemento che smentirebbe l’ipotesi accusatoria secondo cui Salvino avrebbe fatto campagna elettorale per sé, a prova invece che si sarebbe impegnato in un serrato tour elettorale per spiegare ai suoi elettori le ragioni della sua defezione e di presentare Mario come nuovo candidato da lui supportato.

Da varie conversazioni, sempre secondo il Tribunale del Riesame, si desume l’impegno di Salvino nella campagna elettorale del fratello.

Inoltre non appare dimostrato che qualcuno si sia determinato a votare in modo difforme alla sua volontà.

Emerge altresì come i vertici del partito Noi con Salvini avessero sposato una linea ambivalente omettendo consapevolmente di specificare la vera identità del candidato Caputo, giocando sullo pseudonimo.

Ma ai fini dell’applicazione delle misure cautelari personali, risulta una carente presenza di gravi indizi di colpevolezza, né vi sarebbero esigenze in relazione a situazioni di concreto ed attuale pericolo per l’acquisizione e la genuinità della prova.

In pratica non vi sarebbe un concreto pericolo di inquinamento delle prove, anche alla luce della condotta non grave dell’indagato, che si è comunque speso nell’ambito della campagna elettorale del fratello.

Motivo per cui è insussistente il pericolo di reiterazione del delitto.

Secondo i magistrati, nonostante avesse sposato la linea del partito che caldeggiava l’utilizzo dello pseudonimo Salvino sfruttando l’equivoco, la gravità della condotta va ridimensionata, considerando l’impegno profuso da Salvino nella campagna elettorale svolta in nome proprio ma per conto del fratello Mario, e mancando la prova dell’evento di reato.

Non ci sarebbe il pericolo di concretizzazione dei rischi che la misura cautelare è chiamata a neutralizzare.

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