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Cronaca

Lettera di un maestro ex leghista al ministro Salvini

“Son convinto che forse lei non abbia mai messo piede alle sei del mattino nei campi attorno a Mazara del Vallo o Casal di Principe con quei giovani, clandestini o non, che si piegano per raccogliere i pomodorini che lei mangia sulla pizza Margherita”

Pubblicato il 6 giugno 2018

Lettera di un maestro ex leghista al ministro Salvini

Gentile ministro Salvini,
le voglio raccontare una storia vera. Quando avevo 18 anni c’era ancora la Democrazia Cristiana e l’allora Pds. Ai tempi ero un giovane cattolico, cresciuto all’oratorio con il desiderio di darmi da fare per il mio paese.

Ero arrivato a quell’età senza che mai nessuno mi parlasse di mafia, di antimafia, di analfabetismo, di abbandono scolastico ed ero convinto che l’Italia aveva i suoi bei problemi perché una parte del nostro Paese era “scansafatiche”, perché c’erano questi “terroni” che in fondo con la mafia ci stavano bene.
Pensavo che per loro fosse una pacchia il far nulla mentre mio padre al Nord faceva dieci ore al giorno in un’azienda chimica. Così votai Lega Nord.
Alla sede del partito trovai pure chi mi accolse a braccia aperte tanto da propormi una candidatura al consiglio comunale. 

Feci quell’esperienza con tutta la passione possibile, forse fin troppa. Avevo come lei ha ancora l “Albertino da Giussano” al bavero della giacca; adesivi ovunque sulla mia Fiat Panda e durante la campagna elettorale giravo con un altoparlante sull’auto che urlava una canzone: “Mi son lumbard, mi son lumbard e ai terun ghe spachi li ball” (lo scrivo senza gli accenti giusti, perdonatemi).
Se la ricorda Salvini? Pensi ho persino ancora una foto con Umberto Bossi

Ma allora come oggi conservavo un’idea: per giudicare dovevo conoscere.

Così un’estate su proposta di un amico chiamai un numero di telefono: 0916405… Dall’altra parte della cornetta c’era Sarina, una donna ormai ultrasettantenne che aveva dedicato la sua vita ai molti bambini che non sanno leggere e scrivere, che non hanno un luogo dove fare i compiti e che qualche volta nemmeno riescono ad avere pranzo e cena assicurato.
Mi misi in testa di andare a conoscere la Sicilia, Palermo.
A luglio partii. Un lungo viaggio in treno. Mentre scendevo pensavo: “Ora arrivo in questo Sud, vedo e torno ancora più convinto della mia idea leghista”.

Arrivato a Palermo venne a prendermi alla stazione una volontaria con Katia, 8 anni, con due grandi occhi azzurri. Era una delle bambine che Sarina accoglieva ogni giorno a casa sua e oggi è una donna di 30 anni, adottata da una famiglia quand’era fanciulla.
Arrivato a Monreale mi bastarono 24 ore con quella donna, in giro per quel quartiere dove le case erano così anguste da non avere lo spazio fisico e psicologico per restarci dentro in più di due-tre; dove i bambini giocavano per strada perché nessuna amministrazione aveva mai pensato ad un parco giochi per loro; dove Totò non andava a scuola perché era meglio andare al mercato a guadagnare qualcosa piuttosto che leggere e scrivere visto che lavoro non c’era e non c’è. In un giorno capii che avevo sbagliato tutto.

Tornai a casa, a Crema, stracciai la tessera della Lega Nord, tolsi gli adesivi dall’auto, la spilla dalla giacca, feci dichiarazione d’indipendenza in consiglio comunale e il 20 ottobre di quell’anno partii per fare sei mesi di volontariato a Palermo. Da allora non ho più smesso di frequentare la Sicilia e di lottare insieme ai siciliani per cambiare il nostro Paese.

Perché le ho scritto questa storia? Perché son convinto che forse lei non abbia mai messo piede alle sei del mattino nei campi attorno a Mazara del Vallo o Casal di Principe con quei giovani, clandestini o non, che si piegano per raccogliere i pomodorini che lei mangia sulla pizza margherita senza pensarci troppo. Son convinto che lei ministro forse non abbia mai atteso il caporale tra quei ragazzi che aspettano ogni giorno che qualcuno li sfrutti per andare a raccogliere le olive che lei mangia nei suoi aperitivi milanesi. Son convinto che lei non abbia mai seguito quei furgoncini che lasciano per le nostre strade giovani pakistani o indiani che per pochi euro le portano nella cassetta della posta i volantini del supermercato.

Sono altrettanto certo che lei non sia mai stato a Sokone o Kaolack in Senegal dove non c’è alcuna guerra ma la gente vive con meno di 150 euro al mese: è da lì che arrivano quei negri che ogni tanto avranno fermato anche lei per darle un braccialetto diverso da quello del Milan. E sono convinto che non abbia mai messo piede nella baraccopoli di Korogocho dove la gente vive la “pacchia” di stare in una casa di lamiera costruita su una discarica di rifiuti senza acqua e luce.

E chissà che racconta ai suoi figli della Tunisia dove come lei ha detto “nessuno scappa dalla guerra” ma dove fino al 2011 vivevano sotto un regime con disoccupazione alle stelle, rincari alimentari, corruzione e cattive condizioni di vita.

E’ davvero convinto ministro che un uomo lasci la propria casa, la propria moglie o fidanzata, i suoi figli, i suoi legami senza soffrire? E che lo faccia solo per venire qui a delinquere?
Lei ha ragione quando chiede un aiuto più concreto all’Europa; quando vorrebbe che non ci fossero più sbarchi illegali e morti nel Grande Cimitero del nostro mare; quando punta il dito sulla “profugopoli” delle cooperative rosse e bianche che sfruttano l’immigrazione per fare cassa ma da maestro le chiedo di usare un’etica della parola.
Un ministro ha il dovere di spiegare non di fare comizi.

Chi sono i clandestini? È stato di 30.850 la quota massima di lavoratori subordinati, stagionali e non stagionali, nonché di lavoratori autonomi che sono potuti entrare quest’anno nel nostro Paese. Lo ha stabilito il decreto flussi 2018, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 16 gennaio. Gli altri o entrano con lo stato di rifugiato oppure sono irregolari.
L’ultima stima dell’Ismu, relativa al 1° gennaio 2017, parla di 491mila gli stranieri (contro i 435mila alla stessa data dell’anno precedente) non in possesso di un valido titolo di soggiorno.
Tanti? Pochi? L’incidenza degli irregolari sul totale della popolazione straniera presente è dell’8,2%.

Siamo il Paese con più immigrati? No. La Germania ha registrato nel 2015 il numero totale più elevato di immigrati (1.543.800), seguita dal Regno Unito (631.500), dalla Francia (363.900), dalla Spagna (342.100) e dall’Italia (280.100). L’Italia, come sottolinea l’inchiesta di Valigia Blu, accoglie un profugo ogni mille persone e risulta sotto la media europea (1,1 ogni mille) e ben al di sotto di Svezia (11 ogni mille) e Francia (3,5 ogni mille). In Medio Oriente, il Libano accoglie circa 1,2 milioni di profughi (232 rifugiati ogni mille abitanti), pari a un quarto della popolazione del paese e la Giordania 672.930 profughi, 87 ogni mille abitanti.

Siamo di fronte ad un’invasione? No. Secondo l’Unhcr, 875mila migranti e profughi sono arrivati via mare in Europa dal 2008 al settembre 2015. Anche se tutti fossero rimasti in Europa, si tratta dello 0,17 per cento della popolazione europea (che è di 507 milioni di abitanti).

Ci rubano il lavoro? No. In Italia, per esempio, i dati Istat elaborati dalla Fondazione Moressa mostrano come i lavoratori immigrati tendono a esercitare in aree differenti da quelle dei lavoratori italiani. Le dirò di più: tra imposte e contributi previdenziali i cittadini stranieri versano 16,5 miliardi di euro all’anno. Mettendo a confronto entrate e uscite gli immigrati in Italia sono in attivo di 3,9 miliardi di euro.

Caro ministro, lei avrà anche tutte le ragioni del mondo ma le conseguenze dell’uso della sua parola senza etica hanno avuto questi effetti.

Simone su Facebook racconta:

Io, Rita e i bambini stiamo rincasando. Dall’altro lato della strada, all’altezza del nostro portone, c’è un signore sulla cinquantina, forse indiano o pakistano, in tunica, molto distinto, che attraversa. Uno scooter che sta correndo troppo gli arriva quasi addosso, fa appena in tempo ad inchiodare. L’ uomo che lo guida si alza la visiera del casco ed esplode: “A pezzo demmerda, ma ndo cazzo vai, ma chi cazzo sei, me stavi a ffa’mmazza’, a stronzo”. Non prova nemmeno a scendere dal motorino: resta seduto a urlare contro l’altro uomo, a un metro dalla sua faccia. E gli sputa addosso, una, due, tre, quattro volte. Lo straniero è pietrificato: si prende tutti gli sputi senza una parola, senza una mossa, per quelli che non saranno stati più di quindici secondi ma che a me sono sembrati lunghi come quindici minuti, a lui forse quindici anni. Poi quello smette di sputare, rimette in moto, e scandisce lento e duro: “Adesso co’ Salvini avete finito, ha’capito mmerda, avete finito. Siete finiti”.

Ma non c’è solo Simone. Stasera Stefano mi ha raccontato che ieri sera era con alcuni amici in giro per la città di Crema quando dei ragazzi migranti in bici hanno sfiorato per errore uno di questi giovani. A quel punto uno di loro ha urlato ai migranti: “E’ finita la pacchia”.

Ecco gli effetti della mala-educazione!

 

Ripreso da Il Fatto Quotidano 

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