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Corleone

A Corleone il cronista antimafia Borrometi. Ai giovani: «Basta mafia, siete voi Corleone»

Per Borrometi «l’informazione rende liberi e consente di scegliere da che parte stare»

Pubblicato il 21 maggio 2018

A Corleone il cronista antimafia Borrometi. Ai giovani: «Basta mafia, siete voi Corleone»

Corleone, 21 maggio 2018 – Una preziosa testimonianza è stata quella di Paolo Borrometi oggi a Corleone. Il paese ormai ex culla di Cosa nostra e dove si respira un’aria nuova. Ne sono consapevoli soprattutto i giovani corleonesi, che stamattina hanno accolto il giornalista ragusano, all’interno dell’auditorium della scuola Don Colletto. Quella del giornalista, coraggioso direttore del giornale on line La Spia e collaboratore dell’Agenzia Agi, è stata una pura testimonianza di legalità e nient’altro. Borrometi, sul quale esisteva un piano di uccisione studiato dalla mafia di Pachino, non ha usato mezzi termini per raccontare ai liceali la propria esperienza da cronista di provincia, nata da una passione, quella di fare informazione, che si è trasformata poi in un incubo, in seguito alle minacce di morte e all’intenzione dei mafiosi di Pachino di «toglierlo di mezzo». Un incubo – Borrometi non nasconde di aver avuto paura – che però, oggi gli dà la spinta a perseverare nei racconti sui fatti e sulle vicende in maniera normale, come un normale cronista è chiamato a fare.

Questa mattina Borrometi ha vestito i panni del testimone, come ha detto la dirigente scolastica del Don Colletto, Natalia Scalisi. «Testimone – ha aggiunto – significa coerenza con i principi e i valori di cittadinanza attiva, in cui si crede e ai quali, nonostante le gravi minacce e i continui pericoli, si rimane fedeli». Borrometi per la dirigente rappresenta l’espressione vivente di un ruolo alla quale l’informazione non può abdicare. «Scavare ogni giorno nel sistema di potere criminale – ha detto Natalia Scalisi -, nei suoi intrecci con quello politico ed economico, per poi raccontarne le conseguenze sulla vita dei cittadini, sull’ambiente, sul tessuto sociale e istituzionale del Paese. Quella contro le mafie è una battaglia di libertà e per questa battaglia Paolo Borrometi è stato oggetto di ripetute minacce di morte, tanto gravi che oggi vive sotto scorta». All’incontro, Legalità e Libera informazione, assieme agli studenti hanno partecipato anche Salvatore Li Castri, vice presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, Laura Biffi dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente, Vincenzo Oliveri e Caterina Greco, rappresentanti del Cidma di Corleone e la Commissione Straordinaria del comune di Corleone.

Borrometi, nel corso del suo intervento, si è subito voluto spogliare delle vesti di eroe. «Sono un ragazzo come voi – ha esordito rivolgendosi agli studenti -. Non sono un eroe. Ho iniziato a parlare di ciò che non funzionava nel mio territorio e l’ho capito solo dopo che si trattava di mafia. A Ragusa mi dicevano però che mafia non ce n’era. Nel 2012 non pensavo che quelle che avevo subito fossero intimidazioni mafiose ma la situazione cambiò nel 2014, quando iniziai a parlare di inchieste della Scicli mafiosa, che avrebbero contribuito al cambiamento dell’opinione pubblica e allo scioglimento del comune». Borrometi in provincia nel Ragusano diviene ben presto, con i suoi articoli giornalistici, un ostacolo per i «galantuomini» locali. Il suo obiettivo non è combattere la mafia ma, più semplicemente, di raccontarla e modificare il modo di interpretare le vicende locali. «Peggio della mafia – ha detto agli studenti – c’è la cultura mafiosa che deve essere combattuta ogni giorno perché è insita in ognuno di noi. In noi deve fiorire la cultura della legalità, la cultura dei piccoli gesti».

Per Borrometi «l’informazione rende liberi e consente di scegliere da che parte stare». E adesso ne è ancora più convinto, soprattutto dopo aver scelto di andare avanti e continuare a scrivere nonostante le minacce di morte che lo costringono a convivere con una scorta. «Parlare di mafia non significa rovinare l’immagine della nostra terra – ha affermato il cronista – ma sconfiggere la cultura mafiosa. Ho continuato a farlo anche quando sono finito sotto scorta, quando hanno tentato di incendiare casa mia». L’intervento di Borrometi a Corleone ha assunto questa mattina una valenza non indifferente. «Riina e Provenzano devono essere dimenticati – ha urlato forte – perché rappresentano la feccia di questo comune e di questa regione perché di onore e rispetto le mafie non hanno nulla, hanno colpito donne e bambini e persone innocenti». Per Borrometi la nuova Corleone era presente questa mattina dentro l’auditorium del liceo corleonese. Quei giovani che, dopo aver ascoltato, in silenzio, la testimonianza del giornalista, hanno rotto la commozione con un fragoroso applauso, scacciando, in un sol colpo, i fantasmi di quei fantomatici «uomini d’onore», che ormai si stanno, via, via, allontanando dalla memoria collettiva: «Corleone sono i giovani».

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