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Chiesa

“Grazie Papa Francesco”. La lettera di Padre Bellante e Padre Gaglio al Santo Padre

“Papa ‘rivoluzionario’” lo chiamano i due preti. “Come i profeti mentre annuncia, denuncia. Lui, però, non usa il bon ton del Papa tedesco ma il bisturi e, talvolta, l’accetta che va alla radice”

Pubblicato il 27 aprile 2018

“Grazie Papa Francesco”. La lettera di Padre Bellante e Padre Gaglio al Santo Padre
Foto archivio

Monreale, 27 aprile 2018 – Una lunga lettera scritta a quattro mani. Così padre Bellante e Padre Gaglio hanno voluto ricordare il quinquennio del Pontificato di Papa Francesco. Lo definiscono “come un profeta che mentre annuncia, denuncia”. Nelle lotte più aspre “lui, però, non usa il bon ton del Papa tedesco – scrivono i due parroci – ma il bisturi e, talvolta, l’accetta che va alla radice”. Papa ‘rivoluzionario’ lo chiamano i due preti della parrocchia di Santa Teresa, un Papa che ricorda a tutti che l’arma per costruire fraternità umana è la consapevolezza di essere figli dello stesso Padre. “Non si possono chiudere gli occhi ipocritamente davanti alla tragedia umana dell’emigrazione e ‘papale papale’, accendendo i riflettori, il Papa smaschera le cause sottaciute che la determinano: gli interessi economici dei paesi ricchi”.

Riportiamo integralmente la lettera inviata a Papa Francesco.

A metà del mese di maggio è prevista l’uscita nelle sale cinematografiche di un film di Wim Wenders con Papa Francesco “Un uomo di parola”. Non è un film celebrativo sul quinquennio del Pontificato ma un dialogo tra Francesco e uno spaccato di umanità rappresentato da agricoltori, rifugiati, bambini, anziani…: un ponte di parola fraterno con tutti. “Sono rimasto colpito, ha detto il regista, di come il Papa fosse aperto ad ogni domanda e di come abbia risposto in maniera diretta e spontanea”. Sia nel titolo che nella modalità narrativa c’è tutta l’ammirazione di un regista che ha visto la forza magnetica di questo uomo in quello che dice e nel modo con cui lo dice.

Nel mondo molti condividono con Wenders l’alta considerazione per Francesco e pure noi, accettando l’invito a scrivere sulla ricchezza del suo magistero in questi cinque anni, vogliamo dare un nostro piccolo contributo di affetto ed esprimere la nostra gratitudine al Santo Padre anche per quello che ha dato alla Parrocchia di S. Teresa del B.G. in Monreale.

‘Buonasera’: con una parola feriale, laica e l’accompagnamento della mano in un cenno di saluto Francesco si è presentato al mondo entrando nel cuore di milioni di persone. Così, semplicemente, l’avvenimento storico celebrato sul balcone di piazza S. Pietro si è subito saldato alla vita quotidiana: l’applauso lungo e fragoroso diventò una risposta immediata a questa prima comunicazione, piena di stupore e di simpatia. I gesti compiuti nei giorni successivi rinforzarono la percezione di trovarsi davanti ad un uomo che portava nella Chiesa un nuovo stile: il desiderio di non sottrarsi all’incontro, il telefono per chiamare direttamente e senza intermediari, la scelta di usare le solite scarpe, di abitare nel modesto appartamento di S. Marta… Segni dei tempi. Comportamenti densi di messaggi, dietro ai quali si intravede un allenamento a conformarsi, come pastore, a Cristo che ‘attraversava la città’. Non mancano i critici, naturalmente. Ma cosa avrebbero detto gli stessi se, contemporanei di Gesù, lo avessero ascoltato mentre parlava di campi, di grano, di vento, di raccontini teologici comprensibili da tutti?

Già, la semplicità. Essa non è una forma ingenua e neppure furba di catturare il consenso ma, in buona sostanza, è un modo di essere, un frutto che matura alla fine di un percorso che coinvolge la mente e il cuore ed ha bisogno di una disciplina severa che aiuti tutto il nostro io a diventare colloquio non parolaio con l’altro. “La grammatica del dialogo che forma all’incontro è frutto della riflessione e della generosità fra le persone”.

La parola nel tempo può evolversi in un processo di pietrificazione che ne restringe il significato originario e lo impoverisce. È il caso della parola ‘misericordia’ che indica, ormai, un lasciar correre o un isolato gesto di bontà. Invece, secondo la Bibbia, tutta la vita è un’esperienza coinvolgente di misericordia, di un amore ricevuto e offerto. E allora, in modo efficace sotto il profilo catechistico, Francesco non esita a dilatare la stessa parola perché esprima la ricchezza primitiva: misericordare. Ti arriva, così, la conferma che la parola per quest’uomo non è un freddo contenitore di concetti ma anche una teca di sentimenti e, aldilà delle intenzioni, diventa una trasparente vetrina del suo cuore.

Viviamo avvolti nei gomitoli della complessità e abbiamo perduto il gusto di un lavoro interiore che porti a stabilire una gerarchia delle cose e ad instaurare un’autentica apertura alla vita concreta: “la lingua dell’amore di Dio si pronuncia sempre in ‘dialetto’ e non conosce altro modo per farlo” ha ricordato il Papa in un villaggio del Messico. Eppure, si continua, anche per paura, a consolidare ideologie di esclusione e ad attivare comportamenti arroganti e di difesa di principi astratti.

Diventare semplici come bambini, come indica il Vangelo, non è perdere la propria identità ma sapere che essa non è una realtà acquisita definitivamente ma un processo sempre aperto che si arricchisce nell’ascolto e nel confronto cordiale. Eppure si insiste nel considerare fede il pretendere che la vita entri negli schemi ‘teologici’ e non si è disposti a mettersi in esodo per uscire da qualsiasi Egitto e andare verso la terra che Dio promette; alcuni, dalle parole del Papa si sentono minacciati di perdere il ‘sabato’, che purtroppo non è più per l’uomo. Lui continua a ripetere che è necessario avere “radici nella terra e cuore nel cielo”: è Cristo il salvatore della storia; il nostro compito è camminare con lo sguardo attento; la Chiesa è in uscita verso l’umanità intera, della quale è lievito e sacramento. Ė la riscoperta del Concilio. Vangelo allo stato puro, senza decurtazioni o aggiunte e senza farisaici giri di parole. I critici dell’ultima ora rimprovererebbero anche Gesù perché, dopo avere consegnato all’umanità le sublimi parole delle Beatitudini, come ci racconta Matteo nei primi dieci capitoli del Vangelo, scende dal monte per tradurle in gesti di misericordia che non sono contemplati nelle rubriche ‘religiose’. “Francesco sta portando la Chiesa a Cristo” commentava acutamente Benigni.

La parola è l’uomo e Francesco parla con la vita e con i gesti: si siede insieme agli altri sacerdoti per ascoltare le confessioni, dopo essersi egli stesso confessato; la sua prima visita è la martoriata Lampedusa; la porta santa dell’anno giubilare della misericordia è aperta nella lontana terra d’Africa; contro il pericolo imminente di una terza guerra mondiale convoca tutti gli uomini di buona volontà in Piazza S. Pietro per costruire un argine di preghiera; sente il bisogno di indire 24 ore per il Signore, per lasciare le pre-occupazioni di tutti i giorni ed entrare in una sorta di ‘grande sabato annuale’, che faccia riscoprire la nostalgia e il bisogno di Dio; ci invita a guardare il creato come casa comune e a sviluppare l’interesse a proteggerlo e difenderlo da tutte le forme di dominio e dallo sfruttamento di pochi; è convinto, oltre tutto, che la cura per ‘sora terra’ può avvicinare tutti e può accendere anche nei non cristiani il desiderio della ricerca dell’unico Creatore. L’enciclica ‘Laudato sii’ ha suscitato enorme interesse e rilancio di riflessione e di preghiera in molti rappresentanti di altre religioni e non credenti. Questo Papa ‘rivoluzionario’ vuole ricordare a tutti che l’arma per costruire fraternità umana è la consapevolezza di essere figli dello stesso Padre.

Come i profeti mentre annuncia, denuncia. Al Parlamento americano con coraggio dice che la carità ai paesi più poveri non può essere fatta con i proventi della vendita di armi; al mondo ricorda che non si possono chiudere gli occhi ipocritamente davanti alla tragedia umana dell’emigrazione e ‘papale papale’, accendendo i riflettori, smaschera le cause sottaciute che la determinano: gli interessi economici dei paesi ricchi; mette in guardia gli uomini di chiesa ad evangelizzare creando percorsi e non occupando spazi di alcun genere; davanti ai sacerdoti punta il dito contro “il pericolo del clericalismo e le sue sottili forme di potere” che produce l’illusione di sentirsi “super-eroi” e “spegne la vita della Chiesa stessa”; non perde occasione per gridare contro l’indifferenza che produce lo scarto e l’emarginazione e insegna a cercare nelle periferie le risorse vitali che nei centri di potere sembrano diventate anemiche e avvolte nella ‘sporcizia’, secondo l’espressione di Benedetto XVI. Lui, però, non usa il bon ton del Papa tedesco ma il bisturi e, talvolta, l’accetta che va alla radice, ma sempre alla luce della carità che è un insieme di determinazione e speranza di ravvedimento. Questo paso doble può sconcertare alcuni, bloccati per motivi diversi nelle sponde opposte della critica e dell’attesa dei frutti immediati ma spinge anche moltissimi altri a ‘pregare per lui’ perché capiscono quanto futuro può generare l’atteggiamento di pazienza e di fiducia in un Dio che ama la sua Chiesa e l’uomo nonostante le tante ferite e fragilità.

Ad un mondo orfano di punti di riferimento questo Pontefice propone di incamminarsi per vie educative intuite in teoria come necessarie ma sempre evitate nella prassi per paura degli sconvolgimenti che potrebbero provocare: la formazione di una coscienza adulta; l’apertura della mente e del cuore al dono del discernimento per vedere le residue tracce di Dio e il bisogno di Lui, spesso non consapevole, nelle persone che vivono in situazioni affettive culturalmente cristallizzate e religiosamente definite. Oggi, ci ammonisce Francesco, l’unico punto di appoggio per sollevare il mondo è l’autentica libertà del singolo coniugata con la generosa solidarietà umana. La leva è Cristo.

La storia ci insegna che le spinte al cambiamento si maturano nella base. Francesco, invece, portavoce di chi per motivi diversi è senza parola, ha incominciato ad immettere dall’alto forti dinamiche profetiche nell’istituzione per rinnovarla dall’interno. Ma l’istituzione, come sappiamo, è tendenzialmente difensiva; teme il cambiamento perché potrebbe sfuggirle di mano la gestione dei propri punti di vista e dei propri interessi; promuove talune innovazioni ma solo perché tutto rimanga come prima. Lo scontro è sotto gli occhi di tutti, ma quest’uomo di fede sa che il conflitto è necessario perché siano ‘svelati i pensieri di molti cuori’: è la croce che consapevolmente ha accettato e porta ogni giorno.
Chi lo segue da vicino nota che Francesco talvolta nella sua comunicazione intercala una sofferta pausa di silenzio che, tuttavia, non è mai privo di tenerezza ed è sempre accompagnato da un sorriso buono. Allora ti accorgi che anche quando non parla ti trasporta nella contemplazione di un mondo nuovo, lì dove nasce, come dice il Prologo di Giovanni, la luce e la vita della Parola.
Grazie, Francesco Uomo della Parola.

Innocenzo Bellante (Parroco della chiesa di S. Teresa)
Sebastiano Gaglio

 

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