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Scuola

Contro il bullismo necessaria una didattica formale, severa, o è la credibilità dell’insegnante la chiave educativa?

Il must imperante è “abbattere il buonismo” per ritrovare un presunto “cattivismo” o “severismo” ormai disperso

Pubblicato il 22 aprile 2018

Contro il bullismo necessaria una didattica formale, severa, o è la credibilità dell’insegnante la chiave educativa?

Monreale, 22 aprile 2018 – La scuola pubblica è stata sempre connotata, per la sua imprescindibile valenza formativa, tra quelle Istituzioni costantemente nell’occhio del ciclone, in quanto “trave maestra” di ogni struttura sociale che, malgrado i secoli, i rivolgimenti sociali, l’evoluzione antropologica, continua ancora ad avere un senso come prezioso “collante umano” di condivisioni e connessioni fondamentali, ma, soprattutto, come ultimo baluardo democratico e paritario a cui affidare le residue e traballanti speranze per un futuro migliore. In quest’ultimo periodo la scuola, come comunità educante, e “a cascata” l’intera società, stanno vivendo un periodo di sofferta crisi ideologica ed educativa. I sempre più frequenti e spiacevoli episodi di “bullismo” tra studenti o quelli, ancora più sorprendenti, rivolti dagli studenti ai docenti impongono spontanee domande e accurate riflessioni.

E infatti le opinioni, le rivendicazioni, le accuse provenienti da ogni versante, si sprecano, unitamente alla ricerca (spesso improduttiva) della presunta  responsabilità da attribuire nell’ordine: alla scuola stessa, alla famiglia, alla politica, ai social network  etc. etc. 

Molti (soprattutto i non “addetti ai lavori”) navigano a vista…analizzando solo la superficie, “il pelo” dell’acqua senza immergersi nei fondali più profondi di tutto ciò che comunemente si intende per “Educazione”.

Ecco quindi che si riesumano dalla memoria reconditi modelli di “didattica formale” di tipo gerarchico, come possibile e necessario processo preventivo da attivare in famiglia e in classe, contro il dilagare di quella che forse un po’ troppo banalmente inquadriamo come mera “maleducazione”.

Un’educazione “mala” che inizia tra le pareti domestiche e si completa a scuola, che si radica e cronicizza nel tempo, refrattaria ad ogni strategia, per il cui controllo si invocano a gran voce i cosiddetti “metodi duri”, la supremazia di una didattica gerarchica e “dittatoriale”, spauracchio delle società civili e al contrario “certezza reale” di quelle più attratte dalle dinamiche populiste che integrano il modo di pensare di parecchi genitori e docenti del nostro tempo. Il must è “abbattere il buonismo” per ritrovare un presunto “cattivismo” o “severismo” ormai disperso negli antichi anfratti di quella che sembra identificarsi come la matrice di un lassismo sempre più sfrenato. Ma se in famiglia affermare le proprie competenze genitoriali è eminentemente un dovere morale, che viene assunto gradualmente attraverso la messa in discussione del proprio modo di essere “persone” oltre che genitori, a scuola quelle relative al ruolo degli insegnanti si palesano essenzialmente nella “deontologia professionale”, cioè nella consapevolezza di stare erogando un prezioso servizio per la società. Tale servizio dovrebbe interrompere il circolo vizioso che spesso si instaura fra la negazione dei diritti e l’offuscamento dei doveri. 

La sottoscritta è una maestra di scuola primaria, che festeggia quest’anno le nozze d’argento con l’Istituzione Scuola (venticinque anni di servizio) e che, come avviene spesso in tutti i matrimoni lunghi, ne ha passate e viste di tutti i colori e ha provato in ogni dettaglio la complessa e vastissima gamma di emozioni che quotidianamente si sperimentano in questa professione: gioia, soddisfazione, senso di onnipotenza, ma anche delusione, attimi di profonda depressione, voglia di mandare tutto per aria, perdita momentanea di lucidità…Per questo motivo il mio “io professionale” non giudica, ma cerca di comprendere e capire tutto.

Esistono però situazioni che non ho mai accettato da insegnante e da essere umano: la violenza, la mancanza di consapevolezza sociale e professionale e la superficialità nel liquidare frettolosamente fatti e persone attraverso etichette, stupidi preconcetti, rigurgiti di una “pedagogia della porta accanto”, una pedagogia disattenta e populista, che inquadra il problema esclusivamente all’interno nel binomio gerarchico “studente/insegnante” a scuola e “figlio/genitore” a casa. 

Per questo motivo non saprei addentrarmi in dissertazioni pedagogiche, ma vorrei offrire il mio modestissimo contributo alla riflessione collettiva, limitandomi a presentare un semplice, quasi banale episodio di vita scolastica, come se fosse la scena di un film, una scena che possa indurre a pensare, anche solo per pochi minuti, sulla possibilità di scegliere di essere semplicemente docenti o “Magister” di vita, in questa società ribaltata e sofferente (d’altronde il “a noi piccoli bastardi” pronunciato da Michelle Pfeiffer nel bellissimo film “Dangerous Mind” e il “Capitano mio capitano” dell’indimenticabile professor Keating sono stati e sono ancora adesso i miei motti di “resilienza” scolastica).

Ecco allora il prototipo di insegnante tipo (così come ipotizzato nell’immaginario collettivo): forte, preparato, sicuro del suo ruolo, con una certa rispettabile autorità. 

Supponiamo che il suddetto prototipo (socialmente condiviso e apprezzato) di insegnante “severo” e che incute “timore” varchi l’aula e si accorga che la classe è in totale disordine, i banchi e il pavimento sono ridotti a una discarica.

A questo punto adirato, apostrofa la classe battendo i pugni sulla cattedra: “Chi ha messo tutto in disordine? Chi ha gettato tutta questa cartaccia e quelle bucce d’arancia a terra?

Chi l’ha fatto venga subito qui a pulire e a riporre tutto nel cestino, di corsa!!! Siete una massa di incivili, un branco di maleducati”.

Nessuno studente si fa avanti (come da copione), quindi il prof decide di procedere alla lezione prevista promettendo di assegnare una mole più sostanziosa di  compiti a casa per punizione. I ragazzi si alzano stancamente (maledicendo il prof) e riordinano l’aula. 

A questo punto il primo istinto, quello collettivo, di giustizia sommaria, il grido viscerale e populista, presente in ognuno di noi, affermerebbe che il docente ha fatto benissimo e quindi il suo comportamento è degno della massima stima.   

In realtà l’insegnante ha reagito con rabbia, è stato offensivo e ha suscitato odio, conferendo, oltretutto, una valenza punitiva ai compiti a casa.

Se invece fosse entrato in classe con una certa tranquillità, con la disinvoltura di chi non si prepara ad entrare in una sorta di trincea e se, riponendo esso stesso alcune bucce nel cestino, avesse semplicemente commentato: “A tutti gli interessati, sappiate che le arance mi piacciono moltissimo, ma intere, non le bucce da sole!!! Ragazzi, ci meritiamo un posto più pulito, avanti venite qui e ripuliamo prima di iniziare la lezione”.

In questo caso l’insegnante con una battuta di spirito risolve l’incidente e con molta probabilità conquista la classe. Si tratta di buone prassi che differenziano la scelta di essere un pilastro autorevole, un ispiratore di comportamenti corretti da quella di rappresentare un semplice erogatore di informazioni e contenuti. Tali buone prassi connotano autenticamente la deontologia professionale di un insegnante leader e dispensatore di esempi validi e credibili.

La credibilità, la chiave di ogni varco educativo efficace, diventa il fulcro essenziale di un processo di insegnamento – apprendimento che accompagna il giovane allievo fino all’inclusione ultima, la più importante e duratura, quella sociale. Ieri mi sono soffermata su una significativa immagine pubblicata da “Il Manifesto”: si tratta di un disegno del fumettista Mauro Biani, che rappresenta il giovane del famoso video virale che intima di conferirgli un immeritato sei non all’inerme professore  del video stesso, ma a un riesumato Don Milani, il quale risponde semplicemente: “Perché?”. Commuovendomi (come spesso accade) mi è subito venuta un’improvvisa e irrefrenabile voglia di prendere in mano “Lettera a una Professoressa” e continuare a sognare la scuola come un luogo ideale, un luogo di giustizia, in grado di predisporre equamente apprezzamenti e punizioni, anche dure, ove necessarie, un luogo dove finalmente imparare a stare bene con sé stessi, a rispettare la propria identità riflettendola in quella degli altri…per comprendere che quel riflesso ha un solo nome: “Rispetto”.

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