Terremoto del Belice, il racconto di Biagio Cigno: «A Camporeale c’era un silenzio surreale».

La testimonianza di un monrealese che da ragazzo accorse nei territori colpiti dal sisma del 1968

Monreale, 15 gennaio 2018 – Nella memoria di un diciottenne, dopo cinquantanni, le date magari non si ricordano ma sensazioni, umori, odori, suoni, a volte a fronte di avvenimenti epocali, restano impressi come fossero accaduti ieri. A quel tempo abitavo a Palermo e di notte fui svegliato dalla sensazione che il letto barcollasse, sensazione che si tramutò in realtà non appena sveglio perché lo sentivo ancora dondolare.

Mia madre, che dormiva con mia sorella in un’alta stanza anch’esse svegliatesi, si guardavamo impaurite e non sapevano cosa fare anche se mia madre cercava di tranquillizzarci ripetendo continuamente: «È il terremoto, non preoccupatevi». Mio fratello maggiore invece, dormiva e continuava a dormire.

Dopo pochi minuti un forte bussare alla porta. Erano i vicini di casa, marito e moglie i quali, preoccupati, volevano sapere nostre notizie e ci intimavano di vestirci; ci avrebbero condotto nella loro campagna, nei pressi di Isola delle Femmine. Da quando era morto mio padre qualche anno prima, da parte di tutti, parenti, amici e vicini, c’era un’attenzione particolare nei confronti della nostra famiglia e stante le sofferenze di mia madre, soprattutto a livello cardiaco, tutti si prodigavano per esserci d’aiuto. Ci vestimmo e, presi alcuni generi di prima necessità ed alcune coperte, con la macchina dei vicini ci indirizzammo verso il paesino di Isola.

Nelle strade c’era un traffico insolito ma procedemmo speditamente ed una volta arrivati, notai che tutta la campagna (a quel tempo non esistevano le centinaia di villini che poi avrebbero deturpato il territorio) era un insieme di vari focolai sparsi e vari aggruppamenti di persone che bivaccano, forse provenienti dal paese o dalle zone vicine. Anche noi allestimmo un fuoco per riscaldarci. Era una nottata fredda e da bravi siciliani le donne si preoccuparono di preparare da mangiare, scambiando viveri e portate con le famiglie vicine, come fosse una gara di solidarietà reciproca, dove non esisteva nessuna differenza di classe o di ceto sociale. Noi ragazzi e ragazze invece, forse spinti dalla comunanza giovanile, giravamo di fuoco in fuoco, non tanto per chiedere notizie, bensì per cercare di fare nuove conoscenze al fine di potersi poi vantare di improbabili conquiste. Così passò la notte e all’indomani, a giorno fatto, ritornammo a casa con l’auspicio di poter conoscere il succedersi degli avvenimenti ed il da farsi.

Tornati a casa, grazie alla radio ed alla televisione apprendemmo il vero fenomeno del dramma ma anche allora non percepii la vera portata del fenomeno che ai miei occhi era come non mi riguardasse, come se la tragedia che coinvolgeva vari paesi fosse distante, in un altro mondo. Con le scuole chiuse, gli unici punti di incontro di noi giovani erano l’oratorio e l’Associazione dei boy scout che frequentavo nella chiesa di San Domenico.

Qui l’ASCI (Associazione Scoutistica Cattolica Italiana, poi sciolta d’autorità negli anni seguenti per infiltrazioni di idee di “sinistra”) organizzò, erano appena passati otto/dieci giorni dall’accaduto, una spedizione di soccorso che doveva portare viveri e vestiario ed anche giocattoli alle popolazioni colpite dal sisma. Alla mia squadra di 8 ragazzi I Castori di cui ero il caposquadriglia, stipati in un camion, con la sola copertura di un telone e dove gli spifferi di vento entravano in continuazione, il prete che ci accompagnava stava seduto accanto all’autista, toccò andare a Camporeale, per me paese sconosciuto che si trovava dopo San Giuseppe Jato e San Cipirrello e che molti chiamavano u masciddaru.

Appena arrivati notai subito che non vi era nessuna forma di organizzazione e coordinamento. I carabinieri, alle porte del paese,  ci indirizzarono alla periferia dell’agglomerato dove era stato allestito un minimo centro di raccordo e qui notai camion con viveri chiusi e presidiati dall’esercito, altri camion provenienti da vari paesi dell’Italia con indumenti e coperte, una tenda della Croce Rossa e soprattutto soldati in uniforme che provenendo dal paese si davano il cambio con le fresche leve, in quanto le operazioni di scavo e di soccorso erano da qualche giorno cominciate e non tendevano a smettere. E poi un silenzio, quasi surreale. Il parlare tra tutti era pacato, appena lieve, ogni tanto si sentiva urlare qualche comando o la musica di qualche radiolina portatile accesa in attesa di ascoltare le notizie del radiogiornale.

Venivano persone dallo sguardo spento che chiedevano del pane fresco o delle coperte e maglioni. Non c’era ressa, si avvicinavano quasi con timore. I bambini prima di accettare un giocattolo volgevano lo sguardo verso il proprio parente per averne il consenso. Ci chiedevano piatti o bicchieri ma noi non ne avevamo. Tra il vario scatolame preferivano la carne in scatola, la caponata e lo sgombro, il formaggio ed i salumi. Dei pelati, che rifiutavano, ci dicevano che era difficoltoso per loro cucinare in quanto non avevano più la cucina e soprattutto mancava l’acqua corrente. Molti ci chiesero che militari fossimo, perché la divisa e lo strano cappello che indossavamo per loro era ignoto, e come mai fossimo così giovani. Chiedevano notizie degli altri paesi ma noi non sapevamo cosa rispondere. Si preoccupavano di quelli degli altri paesi che erano rimasti vivi e se lo Stato fosse intervenuto o provvedesse a loro. Ci dicevano che volevano ricostruire Camporeale in un altro posto ma loro non volevano essere sfrattati dalle loro case o dai ruderi che erano rimasti. Prendevano quasi l’essenziale, malgrado noi li sforzassimo ad accettarne di più e ci ringraziavano oltre che a parole con lo sguardo o una stretta di mano più calorosa.

Al pomeriggio verso le 16 ci preparammo per ritornare a Palermo, dopo aver consegnato quello che restava delle provviste in una tenda impiantata lì vicino. Sul camion l’euforia del mattino era scomparsa. Un mesto silenzio ci avvolgeva. Non avevamo voglia di scherzare o quantomeno di commentare il vissuto della giornata, forse con la triste consapevolezza che non sarebbe cambiato nulla e che tutto sarebbe rimasto nell’abbandono, tale e quale poi si è avverato.

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