“La viaggiatrice”. Il terzo racconto di Filippa Gracioppo

Il terzo racconto di una nostra lettrice. Inviateci i vostri racconti, i romanzi, le fiabe, le favole. Li pubblicheremo

Monreale, 29 novembre 2017 – Terzo appuntamento con la rubrica “Iltuolibro”. Dopo “La muratora” e “La signora delle pomelie”, pubblichiamo il terzo racconto di Filippa Gracioppo. “La viaggiatrice“. Nell’augurarvi buona lettura vi invitiamo a inviarci i vostri racconti, romanzi, favole. Verranno selezionati e pubblicati sul vostro quotidiano.

La viaggiatrice

   Apriamo le porte. Chiudiamo le porte. Continuamente. E quando le apriamo, sorprendenti spazi ci attendono. A volte sono luoghi familiari, volti conosciuti, strade note. Altre volte sono posti nuovi, facce mai viste, sentieri da esplorare.

   Apriamo le porte. Chiudiamo le porte. Continuamente. E quando le chiudiamo, smisurati spazi abbandoniamo dietro di noi. A volte lasciamo alle nostre spalle ricordi, certezze, illusioni… sogni di come eravamo. Chissà se aspettano il nostro ritorno.

   Altre volte ci chiudiamo dentro una stanza e lasciamo fuori il resto del mondo. E non importa se la stanza è angusta perché basta la nostra sconfinata mente a tenerci compagnia. Altre volte quella stanza che ci sembrava accogliente diventa ostile, la porta non si apre più e rimaniamo chiusi dentro. Allora son guai perché non c’è più nessuna porta da aprire. Si resta prigionieri e lentamente si muore.

   Quando ho deciso di andare via ero giovane e vedevo davanti a me innumerevoli porte da aprire. Avevo la smania di aprirle tutte per sapere com’era la vita dietro quelle porte e chi o cosa mi aspettava. Ma il più delle volte non c’era nessuno ad aspettarmi. Chissà se nella strada del ritorno ci sarà qualcuno ad attendermi.

   Ad alcune porte ho dato solo una sbirciatina, giusto per provare com’era quella vita lì, anche solo per qualche giorno. Ho trovato altre città, altre vite, altri amori, altri sogni. Mi sono sperimentata in diversi mestieri e tutte le volte ho appreso più di quanto potessi apprendere dai libri.

   Ricordo che un secolo fa servivo caffè in un bar e tra sorrisi, lacrime e racconti di vite vissute ho imparato a riconoscere e ad accogliere la strabiliante unicità di ogni essere umano. In un’altra vita facevo l’artista, dipingevo ritratti ai passanti di Montmartre sotto la neve o sotto la pioggia, e mentre disegnavo ho imparato ad osservare minuziosamente e a cogliere i particolari perché è nel dettaglio che si misura la vita. In un’altra esistenza organizzavo viaggi e ho conosciuto la sconvolgente bellezza del mondo. Ho navigato il Nilo e attraversato l’Eufrate alla ricerca di civiltà perdute, ho ammirato i bagliori cangianti dell’aurora boreale e i cieli splendenti di stelle gemelle, ho cavalcato cammelli lungo aridi deserti e cavalli nelle sconfinate praterie, ho nuotato con i pesci in mari cristallini e solcato mari verso tramonti ambrati. Sono stata anche una teatrante e mi sono sbizzarrita a vivere altre vite: ho vissuto la vita selvaggia di una baccante e ho sbranato animali a mani nude, per una notte sono stata Clotilde e ho civettato con i suoi amanti, ho vissuto l’assurdità della guerra in Casa di bambole, ho amato teneramente nei panni di Giulietta, ho difeso a spada tratta un assassino ne I Giurati

   In ogni vita però mancava sempre qualcosa. E non c’era verso di capire cosa e andavo avanti ad aprire porte alla disperata ricerca dell’elemento mancante. Presa dalla smania aprivo e chiudevo porte, lasciando dietro di me vite che mi erano scivolate addosso, facce amiche che mi imploravano di restare. Ma io dovevo andare. C’era un’altra porta da aprire, un’altra via d’uscita, un altro ingresso ad attendermi, per cercare cosa o chi?

   Ho attraversato mari e monti e ho scoperto altri mondi, sì. Ma sai che c’è? C’è che ho capito che il tempo cancella il superfluo e conserva l’essenziale.

   L’essenziale era un ragazzo gentile che mille anni fa, in una giornata di sole, mi ha aiutata ad uscire da una porta che mi teneva prigioniera da tanto, troppo tempo. Ricordo come fosse ieri l’attimo esatto in cui la sua mano spingeva quella porta. Solo che all’uscita il bagliore del sole mi ha accecata. Per proteggermi dagli abbagli ho dovuto chiudere gli occhi ma quando li ho riaperti, il ragazzo gentile non c’era più, né davanti a me, né al mio fianco, né dietro di me. Era sparito, sembrava dissolto nel nulla, come se i barbagli del sole l’avessero disintegrato. Dov’era? L’ho cercato dappertutto ma da nessuna parte ho trovato tracce della sua esistenza. Forse l’avevo incontrato in un sogno. L’unico bel sogno che abbia mai veramente fatto.

   Ora so dove cercarlo. Mentre dormo e le mie membra fluttuano nella dimensione onirica, giù in fondo all’anima, c’è una porticina più piccola delle altre della quale solo io possiedo la chiave. Ogni notte attraverso quella porta ed ogni notte sulla soglia ci trovo ad attendermi, con una rosa in mano, quel ragazzo gentile che mille anni fa mi ha salvata e che ancora continua a salvarmi, notte dopo notte. 

   Nella mia vita ho viaggiato molto, ho superato spazi di luogo e di tempo, ma posso affermare con assoluta certezza che il viaggio più bello… è nel sogno!

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