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Corleone

Il boss (non) è solo. «I mafiosi devono essere isolati»

Il racconto di un’altra Corleone, che esiste, è bella, viva, impegnata, è ad oggi meno interessante

Pubblicato il 27 novembre 2017

Il boss (non) è solo. «I mafiosi devono essere isolati»

Riceviamo e pubbliciamo una nota di Elisa Marino a nome del CIDMA di Corleone, Centro Internazionale Di Documentazione sulla Mafia e Movimento Antimafia.

Le telecamere si sono spente, la notizia della morte di Riina è stata “digerita”, il mondo dell’informazione è passato finalmente a parlare di altro e Corleone è ritornata alla sua quotidianità di paese dell’entroterra siculo alle prese con emergenze sociali tanto annose quanto lontane da una soluzione (disoccupazione giovanile con conseguente emigrazione, servizi carenti, strade dissestate solo per citarne alcune). Periodicamente un ciclone mediatico investe il paese. Puntualmente riguarda la mafia: che si tratti di indagini, arresti, morti, sempre e solo di mafia si parla. Sembra che questo paese, che pure ha una sua storia e una sua bellezza, sia incapace di far parlare di sé per altro. 

Il racconto di un’altra Corleone, che esiste, è bella, viva, impegnata, è ad oggi meno interessante. 
Se la narrazione è sempre la stessa, di certo la responsabilità non è solo dei cronisti. Spesso esagerano, è vero, leggendo tutto secondo una visione distorta e tendenziosa (si è parlato, ad esempio, di una Corleone deserta e di locali chiusi per lutto), ma non si può negare che molti nostri compaesani alimentino, con la loro omertà, la loro ignoranza e la loro reticenza, il racconto di una Corleone irriducibile terra di mafia. L’ambientazione è sempre la stessa: villa comunale, panchine occupate da anziani con o senza coppola, San Francesco che allarga le braccia (credo in segno di rassegnazione). Dai corleonesi che trascorrono il loro tempo indolenti tra panchina e bar non mi aspettavo niente di diverso: ignoranza e paura, cordoglio e, addirittura, orgoglio per un compaesano che hanno definito “galantuomo”. Un assassino feroce, condannato in via definitiva a decine di ergastoli, un “galantuomo”. Sì, perché la mafia ha un suo “lessico” che rimanda a un sistema di “valori” alla rovescia: di un criminale si può dire che era un galantuomo perché è rimasto “coerente”, “fedele” al suo “credo”, perché non si è mai pentito, non ha mai indietreggiato. Riina non era un “infame” e per questo meriterebbe “rispetto”. Alcuni si sono rifiutati di rilasciare dichiarazioni verbali compensando con dichiarazioni gestuali o dandosi alla fuga davanti ai cronisti. Per imbarazzo, forse. Per paura, sicuramente. 

Sono anziani, si dirà, appartengono a un’altra generazione, quella che le sparatorie per strada le ha viste, quella che gli anni bui della scalata sanguinaria dei “corleonesi” al potere li ha vissuti. Sono ignoranti. Sono “addestrati” dall’abitudine a difendersi rispondendo che non sanno niente, deformando il viso in un’espressione interrogativa, omertosa, diffidente verso lo “straniero” che con le sue domande “tendenziose” turba il lento scorrere di una vita tranquilla, senza infamia e senza lode. Nella peggiore e più veritiera delle ipotesi, hanno interiorizzato la subcultura mafiosa che si nutre di negazione e reticenza.

Non è a loro, agli irriducibili della panchina, della coppola e dell’omertà, che è rivolta la mia riflessione, ma a tutti quelli che hanno espresso in questi giorni cordoglio e vicinanza alla famiglia Riina. Corleonesi ai quali non si può riconoscere l’ “attenuante generazionale”, più o meno istruiti, “insospettabili” che dimostrano con il loro atteggiamento quanto lunga sia ancora la strada da percorrere per questo paese. 
A voi chiedo: davvero ritenete Riina degno di cordoglio in quanto uomo? Quale delle sue “imprese” criminali lo rende ai vostri occhi meritevole di “rispetto”? Può la morte da sola trasformare un assassino che non ha mai mostrato alcun segno di pentimento in un uomo degno di compassione? Può la morte da sola annullare ciò che si è stati in vita? In virtù di quale cortocircuito mentale un individuo che fino all’ultimo respiro è stato un mafioso convinto, esalato l’ultimo respiro, diventerebbe un uomo degno di rispetto? “In quanto morto”, si risponderà. È una motivazione sufficiente?

La morte spegnerà tutti indistintamente. È il ricordo di ciò che si è stati, delle tracce lasciate, delle parole dette, delle azioni compiute, che fa la differenza. Riina era un assassino, ha costruito la sua “brillante” carriera criminale col sangue. Questa è la sua eredità immorale. E in virtù di questa eredità non merita “onore di pianti” né condoglianze fuori luogo. Il cordoglio non è un “omaggio doveroso” ma una forma di consenso pericolosa: i mafiosi, al contrario, devono essere isolati, non devono sentire intorno a sé una solidarietà che rischia di sconfinare nell’approvazione.

Mi rivolgo ai corleonesi per tacere delle centinaia di messaggi che la famiglia del boss defunto ha ricevuto da ogni parte della Sicilia, dell’Italia, del mondo. Chi vive fuori dal nostro territorio è probabilmente legato alla “mitologia” della mafia alimentata da film e serie televisive. Ma ogni corleonese, come ogni siciliano, dovrebbe sapere che l’arretratezza in cui versa il nostro territorio è strettamente legata alla presenza della mafia: dove c’è mafia non c’è sviluppo economico. Purtroppo il radicamento della mafia è possibile dove la presenza dello Stato non è forte, dove la politica, quella chiamata a garantire diritti e giustizia sociale, ha abdicato alla sua vocazione per diventare altro: un sistema di potere che mira all’ “autoconservazione”, difende interessi particolari, nega diritti e li trasforma in privilegi, alimenta le ingiustizie sociali. 

(Cari corleonesi, ricordatevene quando torneremo a votare per la prima volta dopo lo scioglimento del Comune per mafia!)
La morte di Riina ha fatto riemergere contraddizioni latenti nella comunità corleonese: il dato preoccupante è il pericolo concreto che la mafia non abbia perso il consenso ma che, al contrario, possa conquistarlo sfruttando il disagio sociale, la mancanza di prospettive future, l’ignoranza. La buona battaglia non può che essere combattuta sul piano politico (lavoro, diritti, servizi) e sul piano culturale (istruzione, lotta alla dispersione scolastica, educazione alla cittadinanza). Abbiamo tutte le risorse per farcela!

E vediamo di farcela perché non se ne può più!

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