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Il tuo libro

“La signora delle pomelie”. Il racconto di Filippa Gracioppo

Il secondo racconto di una nostra lettrice. Inviateci i vostri racconti, i romanzi, le fiabe, le favole. Li pubblicheremo

Pubblicato il 22 novembre 2017

“La signora delle pomelie”. Il racconto di Filippa Gracioppo

Monreale, 19 novembre 2017 – Continua, con la rubrica “Iltuolibro”, il nostro impegno e il nostro contributo a favore di nuovi scrittori che, attraverso uno spazio messo a loro disposizione sul nostro quotidiano, vogliano farsi conoscere ad un pubblico più vasto. “Iltuolibro”  Vostro quotidiano lo spazio dedicato agli amanti della scrittura, che hanno accettato il nostro l’invito di fare conoscere le loro produzioni pubblicandole su questa testata giornalistica.

Il primo autore che avete potuto apprezzare è Filippa Gracioppo, che ci ha inviato alcuni suoi racconti. Domenica scorsa abbiamo pubblicato “La muratora”. Oggi vi proponiamo “La signora delle pomelie”. Buona lettura.

 

La signora delle pomelie

   Quando ero giovane avevo le gambe agili, saltellavo come un grillo tra i campi, correvo come un fulmine per avvisare i partigiani che si nascondevano tra i monti. Ora ho le gambe arrugginite, cammino come una lumaca, mi muovo come un bradipo ma per fortuna, o purtroppo, non ci sono più eroi da salvare. Se qualcuno suona alla porta, posso prendermi tutto il tempo che voglio per attraversare il corridoio, tanto non è più una questione di vita o di morte, non ci sono i partigiani alla porta, al massimo viene a farmi visita la dirimpettaia o il postino o il prete della chiesa di fronte.

   La dirimpettaia è più giovane di me di un paio d’anni ma più lenta nel passo. Una volta abbiamo fatto una gara a chi arrivava per prima in fondo al corridoio e l’ho battuta, anche se solo di una manciata di passi, queste sì che son soddisfazioni!

   Il postino è un baldo giovane che suona sempre due volte. Mi porta le bollette da pagare. Oramai sono finiti i tempi in cui ricevevo lettere d’amore. Eppure c’è stato un tempo in cui i giovanotti perdevano la testa per me e le lettere d’amore sembravano non finire mai.

   Il prete è un sant’uomo, sa che sono sola e si preoccupa e ogni tanto viene a farmi visita, mi porta le notizie del quartiere, mi conforta con parole di pace e di speranza, recitiamo insieme il padre nostro. Un giorno abbiamo scelto il salmo da leggere al mio funerale, il mio preferito, quello del buon pastore che lascia il gregge per cercare la pecorella smarrita, e la trova, e la salva. Mi piace pensare che almeno in extremis qualcuno mi salverà. 

   La vita da pensionati è difficilissima e, se si vive da soli, ancora più difficile di difficilissima. Tanto per cominciare devi avere una memoria di ferro per ricordarti tutte le medicine che  ti ha prescritto il dottore col passare degli anni: pillola bianca ovale per le ossa, pillola bianca tonda per la pressione, pillola rossa per il cuore, pillola verde per il colesterolo, pillola arancione per la digestione. E poi devi ricordarti anche la posologia con gli orari precisi e guai se sgarri. Alle otto pillola bianca tonda, alle dieci pillola rossa, alle dodici pillola verde… se hai problemi di memoria non puoi farcela, sei spacciato. Io per non fare confusione mi sono organizzata con una sveglia preimpostata che quando suona mi dice quale pillola devo prendere… sono un genio, eh?

   Gran parte del mio tempo lo passo ad aspettare il mio turno dal dottore ma, nella sala d’attesa, incontro sempre qualche anziana signora come me con cui parlare dei bei tempi andati o della crisi di adesso. Mi sentivo più serena quando da giovane dovevo dividere il pane e i morsi della fame con i miei fratelli sotto le bombe. Era più autentica la vita allora, più vera, più sincera. Nonostante l’orrore della guerra, si stava uniti, ci si voleva bene, ci si aiutava a vicenda. Ora quel che noto tra la gente è la totale indifferenza verso gli ammalati, i vecchi, i poveri. E, ahimè, io sono proprio una povera vecchia ammalata: un peso per questa società! Mi fanno sentire quasi in colpa se sono ancora viva. Prendo una misera pensione di quasi cinquecento euro al mese e me la devo far bastare per le bollette e le medicine. Devo stare attenta a fare la spesa, se compro una sola cipolla in più non riesco a pagare la bolletta della luce. Di mattina, quando mi sveglio, le mie articolazioni urlano di dolore. Di giorno centinaia di ricordi attraversano la mia mente trasportandomi in un tempo sospeso tra il presente e il passato. Il futuro è un optional. Di sera, come tutti gli anziani, mi addormento davanti alla tivù chiedendomi se anche domani mi sarà concesso di rivedere il sole.

   Sono della classe millenovecentoventi, sono passati ottantacinque anni da quando la buon’anima di mia madre mi ha messo al mondo, pace all’anima sua! Ero l’ultima di sette figli e sono l’ultima rimasta in vita; gli altri fratelli riposano tutti in pace, che il cielo li abbia in gloria! Chissà se mi aspettano davanti alla porta del Paradiso, se staranno preparando una bella festa per il mio arrivo! Io intanto ho scelto l’abito che indosserò al mio funerale, quello di seta blu con i bottoni dorati. Ci tengo ad andare nell’altro mondo elegantemente vestita.

   Non mi sono mai sposata e non ho avuto figli però ho amato alla follia un unico uomo. Aveva il grano tra i capelli e l’aria azzurra del cielo negli occhi. Ogni suo sguardo era un volo di gabbiano,  ogni sua parola un sorso d’acqua pura, ogni sua carezza un tocco di farfalla. L’amore mio faceva di tutto per rendermi felice, una volta ha messo a soqquadro la città per trovare una sciarpa del mio colore preferito. Per rubarmi un sorriso era disposto a tutto, anche a colorare tutti i tetti della città, tegola per tegola, se solo gliel’avessi chiesto. Aveva grandi ideali, voleva cambiare il mondo, per questo è morto, ucciso dai fascisti mentre lottava per la libertà. Il giorno del nostro addio, al suo funerale, l’ho ringraziato per tutto l’amore che mi aveva dato e poi ho continuato ad andare avanti tra pianti, lamenti e rari momenti di felicità, ma va bene lo stesso: a cosa sarebbe servita una vita felice senza la persona giusta con cui condividerla? 

   In compenso ho imparato, ho costruito, ho perdonato. Altri doni mi ha portato la vita. Ho passato quaranta anni della mia esistenza nel mio negozio di fiori a vendere rose, orchidee, tulipani, narcisi. Ho preparato mazzi di rose per mogli, amanti, madri, figlie, spose. Molte donne mi hanno ringraziata e molte amiche mi hanno consolata. A casa ad accogliermi c’erano sempre i miei adorati gatti e non mancava mai un vaso di fiori freschi. Ecco, almeno questo, non mi sono mai mancati i fiori! Sono sempre stata circondata dalla bellezza e ho sempre potuto contare sul mio umorismo. E meno male! perché credo che non ce l’avrei fatta a vivere in assenza del mio unico amore senza la strabiliante bellezza dei fiori e senza il mio proverbiale umorismo. E’ passata una vita intera senza di lui ma ce l’ho fatta. Bene o male ho vissuto. E’ incredibile come si possa imparare a fare a meno di tutti nella vita… di un padre, di una madre, di un fratello, di un’amica, di un gatto, di un figlio mai nato, dell’unico amore. La verità è che non li ho mai veramente persi, li ho tenuti tutti stretti al cuore.

   Ora non mi rimane che affidarmi al mio cuore stanco e ai fantasmi che ci abitano. Devo chiedere al mio caro Don di accompagnarmi a scegliere la bara. Ci tengo che sia una bara bella e confortevole… non voglio stare scomoda nel letto di morte. Deve essere di rovere e semplice, nessuna croce, nessuna Madonna, nessun angelo, nessun bassorilievo.

   Il giorno in cui sguscerò via da questa vita non voglio avere niente in sospeso. Tutto dovrà essere concluso. Ho scelto anche i fiori. Voglio delle pomelie sulla mia bara.

   Intanto è ora di prendere la pillola viola, quella per dormire. Chissà domani se vedrò ancora una volta il sole!

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