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Cronaca

Il vescovo Miccichè acquistò case con i soldi dei bambini ammalati? I legali: «Solo falsità»

I legali Caputo, Nocera, Troia: «Nessun atto d’indagine è stato notificato a Monsignor Miccichè. Falsità contenute nell’articolo giornalistico del quotidiano La Repubblica»

Pubblicato il 19 ottobre 2017

Il vescovo Miccichè acquistò case con i soldi dei bambini ammalati? I legali: «Solo falsità»

Palermo, 19 ottobre 2017 – I fondi destinati ai bambini ammalati di tumore e autistici sarebbero stati utilizzati per acquistare un lussuoso attico al centro di Roma. Circa 800 mila euro sarebbero stati sottratti alla Fondazione Campanile dall’ex vescovo di Trapani Monsignor Francesco Micciché che li avrebbe utilizzati per fini privati. Il prelato era stato licenziato da papa Benedetto XVI nel 2012, quando scoppiò lo scandalo. A distanza di 5 anni spuntano nuove sorprese dall’inchiesta aperta dalla Procura di Trapani che sta indagando su Miccichè per per appropriazione indebita e malversazione per la distrazione dei fondi dell’8 per mille.

Secondo il quotidiano La Repubblica ci sarebbe un altro immobile che l’ex vescovo avrebbe acquistato. Si tratterebbe di un antico palazzo nobiliare al numero 50 di via San Nicola di Tolentino alle spalle di piazza Barberini. Secondo il quotidiano l’ipotesi dei pm è che l’acquisto dell’appartamento rientrerebbe tra quegli “investimenti” (altri appartamenti a Palermo, ma anche titoli su conti esteri e polizze assicurative) che Micciché avrebbe realizzato sottraendo quasi tre milioni di euro alla Diocesi, dai fondi dell’8 per mille a quelli della Fondazione Campanile. 

Non tarda ad arrivare la replica dei legali di Monsignor Micciché: “Articolo giornalistico intriso di imprecisioni perniciose e deduzioni capziose finalizzate esclusivamente a gettare ancora discredito sulla figura del Presule, è opportuno fornire all’opinione pubblica i necessari chiarimenti a tutela dell’immagine, del decoro e del prestigio di S.E. Miccichè».

«Premettendo che nessun atto d’indagine è stato notificato a Monsignor Miccichè – continuano i legali monrealesi – per il fantomatico attico di Roma, per cui sorge spontaneo chiedersi quali siano le fonti cui attinge la giornalista Ziniti ( già rinviata per altro a Giudizio per il delitto di diffamazione aggravata in danno dello stesso Miccichè con udienza 8 febbraio 2018 innanzi il Tribunale Penale di  Palermo sezione IV) appare piuttosto inconsueto, per non dire impossibile, che ella sia a conoscenza di atti investigativi sconosciuti all’interessato e ai suoi difensori, gli avvocati Mario Caputo,  Francesco Troìa e Nicola Nocera. E tuttavia, è doveroso chiarire, con la forza e la sicurezza della verità, i contorni della vicenda dell’immobile di Roma sì appalesando le falsità contenute nell’articolo giornalistico che, lungi dall’essere uno scoop, è piuttosto un boomerang che conoscerà l’iniziativa giudiziaria delle parti coinvolte».

La fondazione Antonio Campanile fu voluta dallo stesso Monsignor Antonio Campanile prima della sua morte causata da un tumore devastante. Il fine di questa fondazione era quello di promuovere iniziative per debellare questo terribile male promuovendo borse di studio e convegni a tema oncologico. La fondazione era dotata di beni immobili che prima dell’arrivo nella diocesi di Trapani di S.E. Miccichè erano stati, in buon parte, alienati dal procuratore di detta fondazione con il placet del Vescovo del tempo. «La fondazione, tuttavia,- dichiarano gli avvocati del prelato – era rimasta inattiva e non era mai stato chiesto il riconoscimento al ministero dell’Interno. Grazie all’impulso, all’energia e alla dedizione di Monsignor Micchichè, veniva richiesto e ottenuto il riconoscimento della Fondazione e al contempo venivano poste in essere attività e iniziative rivolte ad attuare il fine statuario previsto da Monsignor Antonio Campanile. Facevano parte del consiglio di amministrazione il prefetto di Trapani, prima il dottor Sodano e poi il dottor Finazzo, il sindaco di Valderice Tranchida. Con l’apporto di una equipe medica del prestigioso Ospedale San Raffaele di Milano, dell’università di Catania e di Palermo e con il coinvolgimento dell’ASP di Trapani e dell’associazione oncologi italiani, vennero realizzate importanti iniziative congressuali mediche che coinvolsero centinaia di oncologi provenienti da tutta Italia convenuti a Valderice per partecipare a questi convegni nazionali.  Al fine di adempiere all’obbligo giuridico e morale di attuare la volontà di Monsignor Campanile veniva istituita, altresì, una borsa di studio per medici che volessero specializzarsi in oncologia presso dei centri di eccellenza. Dopo queste meravigliose esperienze, sfortunatamente a causa dei tassi di interesse ormai eccessivamente esigui, per non dire nulli e dietro parere del professore Mazzarese, Rettore del polo universitario di Trapani, diveniva chiaro che la fondazione non avrebbe potuto mantenere i suoi progetti e, giusta delibera del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Antonio Campanile, fu deciso di sciogliere detta Fondazione. Monsignor Campanile aveva previsto anche questo, ovvero l’estinzione della sua fondazione, e aveva destinato in sede statutaria che il fondo cassa dell’ente, con percentuali diverse, andasse devoluto  in parte alle inter parrocchialità della Diocesi, in parte alle missioni e il resto alla Fondazione Auxilium. All’atto dell’estinzione della fondazione Campanile si feceva obbligo alla Fondazione Auxilium, che era stata beneficiaria di parte dei beni dismessi, di continuare a perseguire  la volontà iniziale e lo scopo di Monsignor Campanile.

D’altronde, le iniziative di cui sopra gravavano già in parte anche sulla Fondazione Auxilium. Veniva, pertanto, deciso insieme al vicario generale, don Liborio Palmeri e al collegio dei consultori, di comprare un appartamento a Roma per dare ospitalità ai sacerdoti che volessero conseguire un titolo accademico presso una delle università pontificie vaticane, utilizzando i beni provenienti dalla liquidata Fondazione Campanile”. Questa la vicenda nei suoi tratti storici raccontata dagli avvocati.

«Quanto al bene in oggetto – dichiarano -, il presunto “attico di 210 metri quadri con depandance al centro di Roma” di cui ciancia la dott.ssa Ziniti, si rappresenta che trattasi di un appartamento di 75mq, che non vi sono dependance, che non è mai stato abitato da Monsignor Miccichè e di cui hanno usufruito, esclusivamente, nel tempo i vari presbiteri per specializzarsi presso le pontificie università in varie discipline teologiche. Riaffermando la totale estraneità ai fatti giornalisticamente contestati, si sottolinea che qualora dovesse incardinarsi un procedimento penale a carico di Mons. Miccichè, Questi, personalmente e tramite i suoi legali, chiarirà ogni aspetto delle fattispecie eventualmente contestate. Sfortunatamente, si assiste ancora una volta alla cosiddetta “spettacolarizzazione dei processi”, alla gogna mediatica fondata unicamente su inverosimili scoop giornalistici che tentano, invano, di sostituirsi agli Organi Giurisdizionali della Repubblica, tema per il quale, ultimamente è alta l’attenzione dell’Unione delle Camere Penali che ha avviato un serio dibattito con il Legislatore.

Il fenomeno grave della fuga di notizie e la necessità di maggiore riserbo e della massima discrezione hanno, del resto, costituito il nucleo centrale dell’intervento del procuratore generale Pasquale Ciccolo presso la Corte di Cassazione e del Primo Presidenze Giovanni Canzio durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario cui è seguita la proposta di istituire “significative finestre di controllo” sulle indagini delle Procure. «E’ appena il caso di ricordare – commentano Francesco Troia, Mario Caputo e Nicola Nocera – che è vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, degli atti coperti dal segreto e degli atti non più segreti fino a che non siano concluse le indagini preliminari (art.114 c.p.p.). e che la rivelazione  ed utilizzazione di segreti d’ufficio è un delitto punito con la pena della reclusione fino a 3 anni ai sensi dell’art. 326 c.p. Gli atti di indagine, inoltre, sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa venire a conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari (art. 329 c.p.p.). E nessun atto, in tal senso, è stato portato alla conoscenza di Monsignor Miccichè e dei suoi legali».

«Si ribadisce – concludono gli avvocati – in conclusione, la fabulosità del contenuto giornalistico in oggetto, per il quale è odierna replica, e di cui si chiede formale rettifica, riservandosi, al contempo, in caso contrario di adire le competenti autorità giudiziarie per la tutela del decoro, del prestigio e dell’onore di S.E. Francesco Miccichè, ma soprattutto per affermare la verità dei fatti, altrimenti distorti e mendaci».

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