Monreale, omaggio a Enzo Rossi e al teatro dei pupi

Oggi patrimonio orale e immateriale dell’Unesco, l’opera dei pupi, un tempo occasione sacrale del ritrovarsi attorno al piccolo mobile boccascena ed assistere a storie senza tempo

Oggi patrimonio orale e immateriale dell’Unesco, l’opera dei pupi, un tempo occasione sacrale del ritrovarsi attorno al piccolo mobile boccascena ed assistere a storie senza tempo

Monreale, 15 ottobre 2017 – Un commosso omaggio alla memoria dell’opera del puparo Enzo Rossi è stato rivolto ieri pomeriggio, al Circolo Italia, nel corso di una iniziativa culturale, patrocinata dal comune di Monreale, che ha avuto il pregio di rievocare e riproporre il valore, ancora spendibile, del teatro dei pupi.
Protagonisti della manifestazione Benedetto Rossi, figlio del maestro, che ormai da anni perpetua l’eredità culturale legata alla figura del padre attraverso l’impegno costante di divulgarne l’opera; la scrittrice Amelia Crisantino, che ha ricostruito la fortuna dell’opera dei pupi; Fulvio Mammina, autore di versi dedicati ad Enzo Rossi e Salvo Bumbello, giovane puparo che ha messo in scena un topos del suo repertorio.

Oggi patrimonio orale e immateriale dell’Unesco, l’opera dei pupi, un tempo occasione sacrale del ritrovarsi attorno ad piccolo mobile boccascena ed assistere a storie senza tempo in cui proiettare il bisogno di evadere dal reale e vivere avventure eroiche ed edificanti, rischierebbe l’oblio se non ne riconoscessimo il senso identitario che ne fanno un substrato fondante del nostro patrimonio, e valoriale e culturale.

Affermatasi in Sicilia nell’Ottocento, l’opera dei pupi affonda le radici nell’epos cavalleresco rinascimentale di Ariosto, Boiardo e Tasso ed, ancor prima, nella “Chanson de geste” della letteratura provenzale, i cui ideali furono, probabilmente, rielaborati grazie al fermento culturale che permeò la corte di Federico II a Palermo.

“Le donne i cavallier l’arme gli amori” e l’etica dei paladini di Francia, insieme alla tensione verso il sogno, il meraviglioso e il fiabesco hanno trovato una reinterpretazione atemporale, o meglio metastorica, nel tessuto narrativo dell’opera dei pupi assurgendo a sistema di valori come icona della “sicilianità”; un’ulteriore “metafora” che la Sicilia ha, ancora una volta, saputo esprimere.

Riconoscersi nell’eroismo di Carlo Magno che pone il suo coraggio al servizio di un principio “alto” come la fede e l’etica; riconoscersi nella fuga di Angelica che per inseguire l’amato, il semplice fante Medoro, rinuncia allo sfarzo e alla sontuosità della vita di corte; riconoscersi nella “follia” di Orlando che, col cuore e con la mente sottosopra, si muove in un universo i cui confini vengono travolti dalla forza dell’amore; e, infine, ma non “alla fine”, perché la tecnica ariostesca dell’entrelacement intesse di innumerevoli episodi il ciclo narrativo, riconoscersi nell’anelito di Astolfo che raggiunge la Luna per recuperare, tra tutto ciò che gli uomini perdono sulla terra, il “senno”, la ratio, la mediazione necessaria a mitigare le intemperanze dell’essere umano e restituirgli la facies pensante, equivale a riappropriarsi delle dinamiche psicologiche e dialettiche che, tutto sommato, accompagnano il nostro quotidiano.

Commenta la notizia

L'indirizzo email non verrà pubblicato.