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Cultura

I siciliani non sono tutti mafiosi, i musulmani non sono tutti terroristi. Quando la gestione della paura sfugge al controllo della ragione

Solo la forza della ragione vera e del pensiero riflessivo e obiettivamente critico possono salvarci da questa deriva superficiale e forcaiola

Pubblicato il 22 agosto 2017

I siciliani non sono tutti mafiosi, i musulmani non sono tutti terroristi. Quando la gestione della paura sfugge al controllo della ragione

Monreale, 22 agosto 2017 – Una delle più profonde e potenti emozioni umane è sicuramente la paura. Immediata, intensa e, a tratti, deflagrante, coinvolge ogni piccolo meandro del nostro essere e del nostro scoprirci individui piuttosto deboli, esposti e potenzialmente in costante pericolo. In qualsiasi forma si manifesti, sia come esperienza connotata dall’ansia, spesso pervasiva o addirittura paralizzante nei riguardi di certi aspetti particolarmente delicati e intimi del vissuto personale di ciascuno di noi, sia come inevitabile reazione ad uno specifico evento traumatico, la paura o il vero e proprio terrore si presentano attraverso manifestazioni esterne complesse e diversificate. La paura può manifestarsi, infatti, in  maniera piuttosto subdola e invasiva o in modo dirompente e improvviso, nel quotidiano di ogni individuo, sempre e comunque come un’emozione tra le più incontrollabili, a cui nessun uomo può resistere e da cui nessuno può ritenersi immune. Una corda salda che tende al massimo la nostra anima, una voragine dal fondo buio e incerto, che spesso temiamo più degli stessi effetti deleteri che essa produce: infatti può capitare di aver paura della paura stessa. Talvolta consapevole, più di rado irrazionale, la paura ci orienta, comunque, verso l’ignoto, verso ciò che ci risulta oscuro o impenetrabile, verso l’inimmaginabile e persino verso il più misterioso, imprevedibile e per certi versi spaventoso tra gli eventi umani: la morte. I condizionamenti di un percorso educativo e formativo spesso fondato sulla paura sviluppano a volte fobie preventive e diffidenze soggettive per nulla o solo marginalmente concrete. Ad esempio, quando mi trasferii a Palermo, alcuni amici fidati mi descrissero la città come un luogo difficile, pieno di delinquenza spicciola e insidie di ogni tipo, esortandomi, conoscendo bene la mia abitudine a girovagare e la mia fervida curiosità, a stare molto attenta qualora fossi uscita da sola a piedi lungo le strade o, ancora peggio, le stradine. Ebbene le prime volte mi muovevo con circospezione, non utilizzavo la borsa, ma il marsupio o lo zainetto posto davanti, come si vede fare di solito ai turisti particolarmente diffidenti e soprattutto percorrevo a piedi esclusivamente vie principali e perennemente affollate. Dopo un po’ di tempo il richiamo della bellezza diventò troppo forte per essere ignorato, la città rappresentava uno scrigno colmo di tesori da scoprire di varia umanità. Smisi quindi di essere così guardinga, mi addentrai nei mercati, nei vicoli, nel cuore pulsante di questa splendida città unica, decadente e incantevole nel contempo, con la normalità e la semplice volontà di sentirmi a casa, senza più quell’aria di circospezione da agente segreto ma con la naturalezza tipica di chi diventa un tutt’uno con il luogo in cui abita. Per fortuna non mi è mai successo nulla e la paura è diventata ormai uno sbiadito ricordo un po’ buffo perso nell’oblio dei mie presagi più cupi, definitivamente smentiti dai fatti. Questo perché quando si conosce veramente e soprattutto direttamente ciò che magari per troppo tempo é stato oggetto di paure indotte, coltivate con il concime del “pregiudizio” e sedimentate dal racconto di esperienze negative di altri o più semplicemente dal classico serpeggiante “sentito dire”, si superano anche i pregiudizi più ostinati, ribaltando le diffidenze più ombrose in illuminante fiducia nei riguardi di nuove modalità sociali pienamente accolte nella nostra vita, nelle nostre giornate. La conoscenza vera induce, giocoforza, ad abbassare la guardia, come succede per ciascuna situazione che ci diventa piano piano amica, fino a trasformarsi in comune routine del tutto familiare. 

In questo preciso momento storico la paura incombente verso un “abnorme” ignoto è diventata un elemento condiviso e radicato nelle nostre vite: troppi eventi tragici e oscuri, troppe incomprensibili contraddizioni, troppa sofferenza sociale, troppa politica spesso scellerata, troppe fobie radicate, amplificate dal quel “mare magnum” che il web rappresenta, in “rete” con i nostri peggiori incubi. Tale complessità difficile da districare ci ha trasformati in personaggi inquieti, alla ricerca di un capo espiatorio che plachi l’ansia e ci indichi una possibile via d’uscita, attraverso l’individuazione di un nemico concreto, vicino a noi, quindi immediatamente tangibile, cui indirizzare le nostre angoscianti e frustranti accuse frutto probabile ed esclusivo di mal celate fragilità.Tutto ciò, in realtà, può rappresentare, anche se ingiusto e ingiustificato ad un occhio attento e soprattutto obiettivo, un iter psicologico piuttosto naturale nella gestione della paura, soprattutto quando essa sfugge al controllo della ragione. La cosa fondamentale é, a mio avviso, costituita dal cercare di rimanere comunque umani (to be human dicono gli inglesi)  e saper reagire alla tentazione, per certi versi plausibile e giustificabile, di farsi trascinare dalla rabbia collettiva, dal delirio di una giustizia più vendicativa che reale. Diventa invece impellente cercare di scansare le influenze più nefaste e deleterie a cura di chi intende strumentalizzare, tenendo costantemente alta la tensione generale, con lo scopo di implementare la propria popolarità, la propria ambizione, la propria voglia di potere, sobillando il popolo, con mezzi leciti e con altri subdoli, appositamente confezionati con toni falsamente allarmistici. Individui presenti un po’ dovunque, abbastanza bipartisan, consapevolmente irresponsabili che con intenti che di sociale hanno ben poco, gettano, con compiaciuta astuzia, benzina su quel  “fuoco” rappresentato proprio dalle nostre paure più recondite e irrazionali, offrendo ad esse ciò che esse richiedono, cioè una ratio liberatoria, fondata sull’odio verso specifiche categorie umane, cui attribuire enormi responsabilità relative a ogni possibile ingiustizia, nefandezza o disparità sociale. Veri e propri tsunami populisti che travolgono e spazzano via i nostri valori più profondi, la nostra antica, anche se ormai ipotetica cultura della pace e della fratellanza, la nostra naturale vocazione all’altruismo ed alla solidarietà. Ogni epoca ha generato “mostri” e tali mostri sono entità specifiche, personaggi con una storia a sé, sicuramente terribile ma non necessariamente collegabile alla semplice appartenenza etnica o a condizioni di presunta affinità collettiva, per ideali o modus vivendi comuni: i siciliani non sono tutti mafiosi, gli zingari non sono tutti ladri, i musulmani non sono tutti terroristi, i profughi non sono semplicemente gente che bivacca nelle nostre città, mantenuta col sacrificio dei nostri tributi, ma, prevalentemente, persone che recano con sé e in sé strazianti ferite emotive difficilmente cancellabili, per situazioni estreme del tutto inimmaginabili e quindi incomprensibili per noi cittadini di quel comunque “opulento” e spesso respingente occidente. Solo la forza della ragione vera e del pensiero riflessivo e obiettivamente critico possono salvarci da questa deriva superficiale e forcaiola, da questa diffusa e disarmante assenza di empatia, da un imbarbarimento senza precedenti e da un mondo malato, diffidente e privo di umanità che drammaticamente stiamo destinando ai nostri figli.

“Viviamo nella paura, ed è così che non viviamo”

Cit. buddista

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