Arrestato per mafia e scagionato dal pentito, Vincenzo La Corte risarcito di 115 mila euro

Vincenzo La Corte, monrealese residente nella frazione di Pioppo, fu arrestato dai carabinieri di Monreale nel 2013

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Monreale, 12 maggio 2015 – Ha trascorso 430 giorni rinchiuso in carcere per poi essere scagionato dalle dichiarazioni di un pentito. Adesso riceverà un risarcimento di 115 mila euro per ingiusta detenzione.

È la storia di Vincenzo La Corte, monrealese, residente nella frazione di Pioppo. Arrestato dai carabinieri di Monreale nel 2013 nell’ambito dell’operazione Nuovo Mandamento che smantellò l’organizzazione di stampo mafioso a Monreale e nel suo hinterland. Da quel 15 ottobre 2013, giorno del blitz antimafia, fino al 19 dicembre 2014, giorno dell’assoluzione, La Corte è stato detenuto presso il carcere Pagliarelli di Palermo.

I suoi legali Nino Caleca e Roberto Mangano sono riusciti a far ottenere a La Corte il risarcimento di 115 mila euro a fronte di una ingiusta detenzione sostenendo la propria tesi davanti alla 5° sezione della Corte d’Appello che ha accolto la richiesta. In particolare Vincenzo La Corte era stato accusato grazie ad una intercettazione ambientale dei carabinieri avvenuta tra due presunti affiliati alla mafia, Giuseppe Lombardo e Francesco Vassallo. Nella intercettazione La Corte veniva indicato come capo decina di Pioppo. Su tale circostanza il Gup escludeva che vi fossero elementi sufficienti per ritenere che le indicazioni date da Vassallo fossero “individualizzanti” nei confronti di La Corte.

In altri casi La Corte fu intercettato a parlare con Giuseppe Libranti Lucido, suo cugino, anch’esso in arresto per associazione mafiosa. I due stavano progettando la realizzazione di alcuni lavori di movimento terra. La Corte veniva accusato quindi di essere il braccio operativo del parente. Sono state le dichiarazione del pentito Giuseppe Micalizzi a scagionare La Corte dopo averlo riconosciuto in foto durante una udienza avvenuta il 9 maggio 2014. Micalizzi sostenne che Libranti gli aveva confidato la propria intenzione di bruciare un capannone del cugino Vincenzo La Corte perché non lo vedeva affatto bene.

Di fronte alle dichiarazioni di Micalizzi, nonostante il riesame avesse confermato la misura cautelare e nonostante La Corte si avvalse della facoltà di non rispondere, La Corte venne scagionato dalle accuse e scarcerato. Adesso la riparazione per l’ingiusta detenzione.

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