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Cultura

750° anniversario della dedicazione delle storiche Cattedrali di Cefalù e Monreale (1267 – 2017)

Personaggi, luoghi, storie, avvenimenti di due realtà tra loro poste a confronto, Cefalù e Monreale

Pubblicato il 25 aprile 2017

750° anniversario della dedicazione delle storiche Cattedrali di Cefalù e Monreale (1267 – 2017)

Monreale, 25 aprile 2017 – Tre quarti di millennio sono trascorsi dal giorno in cui le Cattedrali di Cefalù e Monreale sono state consacrate. Dalla storiografia ecclesiastica apprendiamo come i riti di dedicazione abbiano avuto inizio nello stesso anno, il 1267, quindici giorni l’uno dall’altro. Il 10 aprile, giorno della consacrazione della cattedrale di Cefalù. Il 25 aprile consacrazione del tempio di Monreale. Due celebrazioni avvenute alla presenza del Legato apostolico di Papa Clemente IV, Raoul Grosparmy normanno di nazione, Vescovo di Albano. Italianizzato con il nome di Rodolfo Grasparmi, nominato cardinale da papa Urbano IV, nel concistoro di Albano tenutosi a Viterbo. Proveniente dalla Francia al pari dei pontefici Urbano IV e Alessandro IV. Eminente personalità della Chiesa di Roma, residente nella Basilica di San Clemente al Laterano. Già vescovo di Evreux e canonico di Bayeux, diocesi di Normandia. Legato pontificio incaricato di presiedere alla dedicazione della chiesa normanna di Naro nel medesimo anno in cui Carlo I D’Angiò sopraggiunge in aiuto del pontefice e compartecipa alla sconfitta di re Manfredi di Sicilia, (eletto dai baroni dell’isola nel 1258) nella battaglia di Benevento.

Un episodio da considerare di auspicio alla dedicazione delle cattedrali che avverranno l’anno successivo in Sicilia. Diverso nella persona che compierà i riti di celebrazioni che in altre chiese d’Italia aveva visto il Papa presiedere la liturgia. Nella Sicilia di Carlo d’Angiò spetta al legato pontificio il compito di consacrare le chiese normanne. Celebrazioni che assumono un valore e una importanza eccezionale, anche per il modo con il quale procedono i preparativi e per come sono state celebrate le solenni funzioni religiose. Un rituale liturgico al quale assistono fedeli giunti da ogni parte del regno, prelati, chierici, nobili, visitatori, pellegrini. Una opportunità, occasione per revisionare il rito liturgico, offrire stabilità alle celebrazioni sacramentali, e al sacramento dell’Eucaristia. Nonché modo per attenuare controversie, contrasti, rapporti animosi, nei Capitoli delle Cattedrali tra ordini religiosi e clero secolare. Rimuovere acredini e rancori. Mostrare la forza, la pienezza della Chiesa di Roma, alle sedi episcopali e al mondo feudale dell’isola.

È Clemente IV ad incoronare re di Sicilia Carlo D’Angiò, (figlio del re Luigi VIII, e fratello di Luigi IX re dei Francesi), il Papa che attraverso combinate azioni politiche, diplomatiche, militari ha determinato il destino della Sicilia, e far sì che sieda sul trono un principe angioino d’arme francese. Ed è in questo clima di apparente stabilità politica che Clemente IV provvede alla dedicazione delle Chiese regie normanne di Cefalù e Monreale.

Per la Chiesa di Roma è un modo per riappacificare gli animi in seno alle comunità ecclesiali, in un tempo in cui i dominatori dell’isola sono francesi, la “mala Segnoria“ come l’apostrofa Dante Alighieri nel canto VIII del Paradiso. I feroci oppressori del popolo Siciliano, che dopo quindici anni dalla consacrazione delle cattedrali sono soggetti a furibonde rivolte di popolo e baroni, che coinvolgeranno in pochi anni l’isola tutta. Si tratta della guerra dei Vespri Siciliani come riportato nei libri di Storia. Epilogo culminato con la cacciata degli Angioini dall’Isola. Chiusa questa parentesi storica, proiettata in avanti rispetto a quando sono avvenute le celebrazioni, tenteremo di comprendere perché la Santa Sede abbia celebrato la festività delle dedicazioni con una solennità tanto così imponente. Alcune risposte potrebbero essere le seguenti: occasione per ridimensionare la liturgia di rito greco, affermare la dottrina della Chiesa cattolica, rafforzare quanto più il Culto divino, la liturgia, il canone giuridico quali strumenti validi per garantire l’osservanza delle regole; concedere e assegnare diritti e privilegi che spettano solamente alla Chiesa Universale di Roma conferire. Condurre a sé quel che prima era diviso. Sostenere che in forza del diritto divino sia il Pontefice di Roma a concedere al sovrano il potere di regnare.

Per la Chiesa di Guglielmo si tratta dell’inizio di un nuovo tempo, di un nuovo percorso. Linea di demarcazione fra quanto avvenuto in passato e quanto deve avvenire in futuro. Compiere il rito liturgico nella lingua latina e non più nella lingua greca diviene un passaggio obbligato. Così come ridimensionare quanto più possibile ogni aspetto che riguardasse la liturgia della tradizione della Chiesa greca in Sicilia, legata al patriarcato di Costantinopoli “…La neolatinizzazione condotta dalla dinastia Aragona nel Trecento, la caduta di Costantinopoli nel 1453 ed il Concilio Tridentino (1545 – 1563) unitamente a considerazioni di opportunità politica posero definitivamente in minoranza la Chiesa Bizantina di Sicilia nel corso del XVI secolo…”.

È quindi probabile che le consacrazioni abbiano rappresentato una opportunità, una occasione in tal senso. L’inizio di un nuovo tempo che porterà la Chiesa di Monreale a guardare avanti e aprirsi all’esterno, aldilà, oltre le mura dell’Abbazia. Questo nonostante il potente, sacro ordine monastico benedettino dell’abbazia Monrealese dal tempo in cui ha occupato il monastero si era tanto prodigato ed aveva agito in tal senso. Per la Chiesa di Monreale, dal giorno seguente alla festa della dedicazione, si è dato il via ad un nuovo e glorioso periodo di apertura al mondo, attraverso, in primo luogo, l’incontro con i pellegrini.

Accolti con benevolenza secondo lo spirito della tradizione della Regola benedettina all’interno della Basilica. Per la Chiesa di re Ruggero, qualcosa di molto diverso. Come diversi lo sono stati i monaci conventuali, che si sono presi cura della chiesa, i frati mendicanti di Sant’Agostino che Ruggero fa giungere a Cefalù da Bagnara Calabra. “Gli agostiniani, infatti, sono i più indicati a insediarsi in questa zona dove è ancora forte il rito bizantino, avendo più volte dato grande prova di elasticità tra le diverse esigenze religiose. Potranno, dunque, mediare tra la nuova fede latina portata dai Normanni e quella tradizionale greca”.

Non è, infatti, un caso che il movimento dei crociati si riconosca nella regola di Sant’Agostino. Ma discutendo sulle origini di Cefalù non possiamo non ricordare che essa fu Città fortezza nella quale al tempo di dedicazione della basilica si era insediata l’aristocrazia feudale che faceva riferimento alla influente famiglia Ventimiglia la cui origine era Ligure. Signoria feudale che da lì a poco entrerà in diretto contrasto con la civitas episcopale. Un esercizio del potere in diretto contrasto con quello a guida episcopale. Realtà nella quale chi sta al capo di tutto è un nobile “laico” feudale che si contrappone al vescovo che dipende dal pontefice. Ma ciò che a tanti ancora oggi non è dato sapere è che le regie cattedrali rimasero collegate dal tempo della fondazione alla tradizione episcopale greca. E che nello specifico, il Santuario del Tempio di Monreale è espressione di una spazialità architettonica di matrice culturale bizantina. E le solenni liturgie che in essa si svolgeranno seguono la liturgia di tradizione greca e quindi non è un caso se “all’inizio la nuova fondazione viene collegata alla tradizione episcopale greca rappresentata nella cappella di Santa Kiriaca presso Monreale”.

Il fatto di collegare la fondazione di Monreale alla chiesa di Santa Ciriaca, che si trova immersa nelle campagne fuori la Città di Palermo (nella cui chiesa trova rifugio e celebra messa in segreto il Vescovo Nicodemo), non è altro, che un intelligente escamotage al quale ricorre Guglielmo II al fine di conferire dignità canonica alla fondazione e portare a compimento in autonomia il Tempio e l’annesso complesso residenziale del monastero. È con la bolla del 1176 che il Pontefice riconosce (perché posto innanzi ad un avvenimento compiuto) canonicamente il nascente monastero benedettino di Monreale. A questo deve aggiungersi quanto ha inciso scegliere, come luogo di sepoltura di Ruggero II e di Guglielmo II, le cattedrali di Cefalù e Monreale. Scelta che conferisce dignità ed esprime maggiore valore simbolico alle due reali fondazioni. Azioni da interpretarsi come gesto, segno di indipendenza ed autonomia dei monarchi, nei confronti della Chiesa di Roma.

Una decisione che sottolinea e pone in maggiore evidenza le fondazioni delle regie Cattedrali dalla Chiesa di Palermo, sede dell’arcivescovo, che dipende dal pontefice di Roma. Quel che ravvisiamo è di trovarci innanzi ad osservare e ammirare due maestose e magnifiche Cattedrali, edificate da sovrani “giusti” e non da vescovi latini. Chiese, luogo di adorazione di Dio, sepolcro di monarchi. Nello specifico la chiesa di Monreale assolve più funzioni: chiesa di palazzo associata ad un monastero di obbedienza reale e mausoleo. Chiesa la cui giurisdizione è di gran lunga superiore alla Chiesa di Palermo. Anche i contesti nei quali si maturano gli eventi, riconducibili per la chiesa di Cefalù al periodo che intercorre tra il 1131 e il 1170 e per la chiesa di Monreale, tra il 1174 e il 1189, è assai diverso. Come diversa è l’epoca e quanto accadde in quel frangente della storia. Epoca nella quale le Chiese regie in un modo e nell’altro restano al centro della storia Siciliana ed Europea.

Alcune parole, adesso, si devono spendere in relazione ai due sarcofagi di porfido della chiesa di Cefalù. Si tratta di sacelli porfirei commissionati da re Ruggero donati dallo stesso alla Cattedrale di Cefalù nel 1145 che Federico II, nel 1225, sottrae forzatamente alla città, insieme al tesoro della Cattedrale, per poi trasferirli nella Chiesa Cattedrale di Palermo. Come pure è da valutare quel che avviene causa l’improvvisa scomparsa dei sovrani. Ad iniziare da quando muore Ruggero II, la cui morte improvvisa non consente il proseguire i lavori del duomo. Preludio al trasferimento dei sarcofagi reali e del seppellimento del corpo del sovrano in tomba situata nella Chiesa Cattedrale Metropolitana della Capitale, Palermo. Questo nonostante il Capitolo Cefaludense avesse addotto una serie di motivati argomenti e si fosse tanto speso affinché i sarcofagi rimanessero nella Chiesa di Ruggero II e non fossero spostati a Palermo.

Tutt’altra cosa quel che avviene a Monreale, alla morte di Guglielmo nel 1189. La chiesa ultimata di Guglielmo consente di accogliere le tombe reali dei suoi familiari. Al suo interno, come noto, troviamo posto il primo sarcofago porfireo di Re Guglielmo I, e a seguire le tombe dei principi, fratelli di Guglielmo, ai quali fa seguito la tomba della regina madre di Guglielmo, (1182) Margherita di Navarra. E nel 1270 il sepolcro di Luigi IX Re di Francia, canonizzato Santo nel 1297. E secoli dopo il sarcofago marmoreo cinquecentesco che contiene le spoglie del fondatore della Cattedrale Guglielmo II. Terminata questa concisa sintesi è il caso di soffermarci su come Guglielmo si ponga nei confronti del Pontefice in termini giuridici e canonici: “… la libertà di azione del re, per quanto riguarda la realizzazione del suo piano nella Capitale Siciliana era limitata dal punto di vista giuridico canonico; d’altra parte egli doveva avere grandi interessi, per ragioni politiche a non contrastare il Papa, come aveva fatto suo nonno a realizzare i suoi piani in pieno accordo con Roma…”.

La considerazione da farsi in proposito è la seguente: Legazia Apostolica si, Legazia Apostolica no, la monarchia normanna, è parte dell’Occidente latino. Politica e religione, un connubio perfetto inscindibile, in un’epoca altrettanto controversa ed instabile. Un tempo in cui ogni azione, ogni atto che compie il sovrano se non adeguatamente calibrato, conduce inevitabilmente a creare rapporti non buoni, motivo pertanto di scontro con il Pontefice romano. Fatti che comunque andavano evitati. Non in ultimo, la questione canonica e ogni cosa che attiene e fa riferimento alla liturgia e al rito. La consacrazione delle cattedrali conferma quanto ho sostenuto prima. Ma in realtà, quindi, cosa hanno in comune le due cattedrali, essendo trascorsi tra una fondazione e l’altra più di quaranta anni?

La cattedrale di Cefalù risale come anno di fondazione al 1131; la fondazione del duomo di Monreale al 1174. Ciò che alla fine risulterà evidente è che nonostante le cattedrali siano parte dello stesso “Stato” normanno, il contesto nel quale si trovano è profondamente diverso l’uno dall’altro, come sono diversi l’ambiente, la realtà sociale, la politica, l’economia ed il territorio. E questo non solo con riferimento ai luoghi di edificazione. Chiesa Vescovile – Città feudale, “baronale”, demaniale, Cefalù. Chiesa abbaziale – arcivescovile Città arcivescovile Monreale. Come è noto, infatti, la Cattedrale di Monreale è parte di un complesso territoriale molto più ampio e vasto rispetto a quello di Cefalù, collegato precedentemente sia al Parco Reale che ad una precedente magione.

La Chiesa di Cefalù prossima al mare, quella di Monreale, adagiata sopra un alto pianoro sottostante un monte che guarda il mare. Come diversa, la strategia politica e militare per le quali le chiese ed i monasteri fortezza sono stati concepiti e realizzati. Solo una cosa accomuna le due località: la bellezza dei luoghi, l’abbondanza e la freschezza delle sorgenti. C’è certezza soltanto nel sapere che i fondatori hanno avuto in comune una grande fede, credere in Dio unico e Trino e che entrambi i sovrani sono passati alla storia come colti e “giusti”, dediti a mantenere alto il prestigio della monarchia normanna, in un tempo che ha visto avvicendare vescovi, papi, antipapi, dignitari, imperatori e sovrani, nel quale, peraltro, non sono mancate epidemie, terremoti, battaglie, guerre cruente, mitiche, epocali. Un fatto solo è certo, la Chiesa di Guglielmo, dai primi anni della fondazione mantiene a sé il titolo di Città. Un fatto che non deve sorprendere e stupire nessuno, essendo Monreale in origine un nome non di città. Monreale, è prima un borgo e secoli dopo una stupenda città arcivescovile. Solo a pochi anni dalla fondazione con la bolla di papa Lucio III, “Licet Dominus” (1182 o 1183?) la sede di Monreale elevata ad arcivescovado, riporta per la prima volta la dicitura Monreale. Il primo documento a sancire la nascita della chiesa, e non della Città di Monreale. Ma bisogna attendere la consacrazione del 1267 affinché i primi pellegrinaggi giungano all’abbazia di Monreale non nella basilica di Guglielmo, la cui stella è volta ad Oriente, ma nella basilica cattedrale della Chiesa di Roma, saldamente stabilizzata ad Occidente. Chiesa e Santuario Mariano. Se invece si pone attenzione alla Chiesa di Cefalù ed al monastero edificato dall’illuminato Ruggero (coronato da Anacleto antipapa della chiesa di Roma) forse appare in qualche modo comprensibile il motivo per il quale il normanno Ruggero II, figlio, successore di Ruggero I, fece rinascere l’episcopato, + Cefaludense non più esistente da più di due secoli.

Ancora una volta è la cronaca a venirci in aiuto e ci consente di compiere una lettura “cronologica” degli eventi accaduti. L’avo del buon Guglielmo, re Ruggero II, per edificare la Chiesa di Cefalù, chiede e riceve l’assenso dell’arcivescovo Ugone di Messina. Ma è con bolla di Anacleto II, del “settembre 1131”, che la chiesa di Ruggero è consacrata Basilica, Cattedrale; ma devono più o meno trascorrere altri quarant’anni per essere riconosciuta dalla Chiesa di Roma. L’intenzione del sovrano è rifondare la primitiva sede episcopale, riportare in auge e in vita la chiesa Cefaludense ridare dignità al suo Status. Dignità goduta in passato, poiché chiesa importante dalle origini antiche, come antico e importante è il suo insediamento urbano. Luogo del mito e della bellezza. Città, ricca, prospera e con differenti toponimi. Piazza culturale, economica, mercantile. Cristiana, intorno al IV secolo (le preesistenze venute alla luce negli ultimi decenni del secolo passato testimoniano e confermano la sua antica esistenza). Città fortezza, avamposto, in età bizantina e mussulmana. Città munita, fortificata. Lume della fede, oltraggiata, oscurata, più volte rasa al suolo. Onte che Ruggero elimina e cancella quando caccia via dalla città i “fratelli mussulmani”. Città portuale, adagiata su un leggero declivio delle coste settentrionali della Sicilia, prossima a Palermo, più distante da Messina. Insediamento sicano – fenicio, infine, in parte greco. Città decumana in epoca romana. Punto di arrivo dalla via del mare. Luogo dal quale partire, intraprendere viaggi per mare e per via terra, attraverso aspri, tortuosi valichi montani che conducono verso le montagne più interne della Sicilia. Polo strategico e militare. Sede vescovile dall’VIII secolo. Essendo il vescovado di Cefalù prima ancora della dominazione araba appartenuto al patriarcato di Costantinopoli. La volontà di Ruggero II, fare risorgere dalle ceneri la Città e la Diocesi. Un fatto prioritario per Ruggero del quale la cattedrale che innalza al Salvatore è segno, testimonianza di fede. Fede e devozione, non alla “Chiesa”, che ne è tramite, ma a Gesù Cristo, al quale rivolgere un voto di ringraziamento. Ecco il motivo che anima il sovrano a dedicare con fervido sentimento religioso, la Chiesa al SS. Salvatore. Sì proprio Ruggero II, re di Sicilia, padre nobile, costruttore di uno “Stato moderno”, solido reso efficiente e ben organizzato, secondo le regole del diritto comune. Uno Stato che riunisce in un solo regno i territori conquistati dell’Italia Meridionale.

Un’impresa non solo audace ma straordinaria tenuto conto che avviene nel Medioevo. La sua Cattedrale, da lì a pochi anni, sarà centro e testimonianza di una fede che seppur legata ad un mondo religioso antico, si esprime attraverso linguaggi bizantini. La Chiesa, un segno concreto, tangibile, di rinascita e splendore, di una rinnovata ricchezza che ricorda Cefalù in età greca. Città nella quale, sotto il dominio bizantino prima ed arabo dopo, gli abitanti trovano rifugio sul pianoro della rocca, simbolo che ha contraddistinto da tempi immemori la Città di Cefalù, per la sua particolarità. Orientata con sapienza, eretta con una acume intelligenza non comune di un sovrano che prima ne ha stabilito e ordinatone l’impianto e poi l’ha dolcemente adagiata al piede, discosta dalla rupe. Cattedrale il cui sfondo è un pezzo di cielo infinito. Un re che ha acconsentito a chi vi abita e dimora di costruire le loro case entro il perimetro delle mura cittadine, che Ruggero ha innalzato sulle primitive rovine. Resti di mura megalitiche molto antiche. Corrisponde a verità quel che monsignor Salvatore Fertitta (abate e canonico della cattedrale di Cefalù, Vicario Capitolare rettore della sede vacante episcopale della diocesi per ben 33 anni), ha avuto modo di scrivere e pubblicare in un suo libro (dal titolo: Cenni storici su la chiesa di Cefalù edito a Napoli, tipografia Moschitti, 1847) con il quale ha inteso esprimere l’importanza dell’episcopio Cefaludense: nella greca Diatiposi, (autorevole fonte d’epoca bizantina) che sopra detta è, presso l’Assemanni, all’appendice di Carlo da San Paolo, l’ordine dei vescovi al siracusano metropolita suffraganei, è a questo modo: ..1°Catanae,2°Tauromeneii,3°Messanae,4°Cephaledii,5°Termarum,,6°Panormi,7°Lilybaei,8°Trocaleorum,9°Agrigenti,10°Tyndarii,11°Leontines,12°Aleses, 13°Melitae…”;. Cefalù, in ordine numerale e non alfabetico, è quarta diocesi episcopale suffraganea dell’arcidiocesi metropolitana, chiesa di Siracusa. (suffraganea, che segue le disposizioni e obblighi di diritto canonico). Ruggero II, alla luce della storia quando si accinge a realizzare la cattedrale di Cefalù, ne recupera la storia e le sue gloriose tradizioni, ne riconferma dignità e prestigio.

Cosa assai diversa da ciò che avviene con la fondazione regia della Cattedrale di Monreale quarantatré anni dopo. Il progetto di Guglielmo è quello di realizzare di sana pianta la chiesa, alla quale assegna la sede episcopale. Un progetto che Guglielmo porta a “compimento” in modo straordinario, grandioso, preciso e puntuale. Chiesa abbaziale concepita negli stili e nella forma, a un repertorio classico antico, che la monarchia riscopre e fa proprio. Un intervento che ricorre a risorse non da poco, di tipo economico, materiale culturale ed umano non indifferente. Concentrate in un luogo inizialmente impraticabile, impervio sul quale è stato eretto un grandioso complesso architettonico, splendido, definito, completo, dal quale è possibile contemplare un panorama di una bellezza incomparabile. Chiesa abbaziale, “monumento” dell’anima e dello spirito, simbolo della rinascita cristiana latina nell’isola. Luogo appositamente sorto per narrare, celebrare la Storia della Chiesa, mostrare la Santa immagine di Cristo Redentore, il figlio di Dio, che parla e dialoga col Padre Celeste, onnipotente e misericordioso, Gesù di Nazareth venuto sulla terra ad offrire la redenzione e la salvezza eterna. Ciò che nella chiesa di Cefalù inizia e termina con l’immagine del Pantocratore, nella chiesa di Monreale, dal Pantocratore si espande sino a farsi Cosmo.

Monreale, in modo diverso da Cefalù, incarna una concezione nuova, “moderna”. Lo dimostra il fatto stesso che Guglielmo sceglie con cura un sito “vergine ed incontaminato” sul quale erigere la maggiore chiesa del regno di Sicilia che dedica alla Madre di Gesù, ascesa in cielo ed alla quale conferisce il nome di Santa Maria La Nuova. Chiesa, abbazia e vescovado di uno “Stato dentro un altro Stato” dal quale governare in autonomia assoluta vasti territori, gestire esistenze e vite di uomini e donne. Chiesa abbaziale alla quale è suffraganea la Chiesa di Siracusa nel 1188, quella che un tempo fu la prima chiesa di Sicilia, Siracusa nella cui comunità, San Paolo, venne a spargere la parola del Vangelo per far germogliare il seme del cristianesimo.

Ultimato questo raffronto viene naturale affermare che la gloriosa storia delle cattedrali normanne di Cefalù e Monreale sono la faccia di una sola medaglia. Tanto che la ricorrenza della consacrazione del 1267, finirà col rivestire un grande significato simbolico. Se poniamo inoltre una giusta attenzione alle “ricorrenze liturgiche”, ed osserviamo con una lente di ingrandimento fatti ed avvenimenti avvenuti, ci viene molto più facile comprendere quel periodo storico. Due avvenimenti vicini, fra loro suggellati da due Santi, il Profeta Ezechiele, che la Chiesa festeggia il 10 aprile e i Santi, Stefano vescovo e martire e Marco evangelista che la Chiesa festeggia il 25 aprile. Santi venerati dalla Chiesa d’Oriente e dalla Chiesa Occidente, secondo la tradizione del calendario liturgico del martirologio di San Beda e di altri santi autori.

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