Li chiamano barboni, senza tetto, clochard … ma cosa si sa esattamente delle loro vite?

Un'umanità ai margini in una società "in-civile" che ha smarrito l'autentica pietas

Monreale, 12 marzo 2017 – Vengono definiti barboni, senzatetto o “poeticamente” clochard…ma qualunque termine si voglia usare, dal più politicamente corretto al più dispregiativo, esso non rende mai realmente l’idea di quale umanità si celi dietro queste superficiali etichette, o meglio gabbie, entro cui chiudere relitti umani, insieme alla coscienza, sempre meno limpida, sempre più rabbiosa e crudele di questo agglomerato di individualismo e sofferenza che, spesso ipocritamente, chiamiamo “società civile”.

Uomini e donne che hanno scelto volontariamente o loro malgrado di collocarsi ai margini, in quella linea sottile che delimita la libertà autentica dalla disperazione, l’esistenza dall’alienazione, la presunta normalità dalla follia.

Un esercito di individui in precarie condizioni di vivibilità che non trova di meglio che un cartone per potersi riparare dal freddo, una panchina o un portico, un po’ di cibo raccattato qua e là e dell’alcool con cui scaldare il corpo e il cuore.

Nelle nostre città, ove l’aggettivo possessivo “nostre” dovrebbe indicare una presunta condivisa, rassicurante appartenenza di tutti e di ciascuno, in grado di avvolgere e proteggere ogni singola vita, queste “entità” fanno da sfondo ad una frenesia collettiva che alimenta, giorno per giorno, una sempre più brutale indifferenza, un crescendo di rozza, fredda e scostante impassibilità. Vite parallele, che seguono il binario senza ritorno della vera emarginazione, diventano lo specchio della impressionante assenza di ciò che i latini identificavano con il termine humanitas o, ancor di più, con pietas, cioè quel senso di dovere morale che rappresenta un livello etico opposto rispetto alle mere consuetudini sociali, spesso populiste, effimere e ipocrite.

Infatti calpestiamo vite come fossero aiuole, ma ci indigniamo dinnanzi all’orrore, perché l’orrore destabilizza il fruire parallelo di ciò che riteniamo normale e del suo alter ego drammatico e speculare, che sbirciamo senza guardare veramente, offrendoci l’esatta misura di come l’umanità stia sprofondando in un tunnel sempre più oscuro.

Marcello, mite uomo di 45 anni, ha trovato il “riposo eterno” in un giaciglio rovente, accuratamente predisposto, col liquido infiammabile di quella crudeltà che sa incendiare un essere umano insieme alla coscienza indifferente di tanti altri esseri umani, che ignorano l’empatia…che ignorano l’autentica pietas, nel cuore di una Palermo definita, con l’appellativo, che oggi sa di triste beffa, di città tra le più accoglienti e inclusive.

Il rogo ha avuto però il merito di incendiare la nostra indignazione, un guizzo offeso che stempera il senso di colpa e ci purifica, un’indignazione emotiva che dura il tempo della lettura di un articolo e che lentamente tracima nel torpore delle nostre ovattate, indifferenti e cieche esistenze.

“Le radici della violenza: la ricchezza senza lavoro, il piacere senza coscienza, la conoscenza senza carattere, il commercio senza etica, la scienza senza umanità, il culto senza sacrificio, la politica senza principi.”

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