Analfabetismo di ritorno. Colpevole la scuola primaria?

Povertà linguistico-espressiva, ortografica e lessicale, degli studenti. Quali le cause e le responsabilità?

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Elettorale Russo

Monreale 12 febbraio 2017 – Sull’analfabetismo di ritorno che caratterizza la società attuale e sulle cause che ne determinano l’inarrestabile ascesa si intrattengono, da sempre, ampi discorsi e profonde analisi antropologiche e sociologiche, che hanno fatto discutere i cultori della lingua italiana, in articoli di spessore, dibattiti e trattati. L’ennesimo monito, di qualche giorno fa, proviene dal mondo accademico: si tratta di un intervento polemico da parte di circa seicento docenti universitari sul declino scolastico, nella fattispecie linguistico, dei ragazzi di oggi.

Tale monito, esternato con toni allarmistici, sottolinea la povertà linguistico-espressiva, ortografica e lessicale, degli studenti, ne ravvisa le ipotetiche cause e le possibili responsabilità e, infine, suggerisce, con un (neppure tanto velato) fare saccente anche la panacea a questa “terribile sciagura”, sottolineando, evidentemente, l‘inadeguatezza della scuola primaria che non pone più le basi fondamentali, i rudimenti strumentali essenziali per riuscire, finalmente, a far “masticare la grammatica” ai propri utenti, ma subisce una deriva linguistica senza precedenti, auspicando, quale buona prassi:
«dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano».
La soluzione, eminentemente didattica, appare talmente scontata, da lasciare abbastanza perplesso il lettore attento, per la ovvietà di tali conclusioni, che frettolosamente bacchettano e puntano l’indice semplicemente sul manuale di ortografia e sintassi che evidentemente non verrebbe più consultato, sui banchi di una scuola primaria, che non sarebbe più capace di interpretare e concretizzare le finalità più importanti della persona in fieri compendiate nel sapersi esprimere efficacemente e correttamente.
Ai firmatari della lettera aperta va, senz’altro, il merito di aver ulteriormente attirato l’attenzione su una situazione reale, che appare sicuramente rilevante, ma che andrebbe affrontata con la dovuta onestà intellettuale: sorprende alquanto l’approccio semplicistico alla situazione stessa, la solita sindrome “da torcicollo” che riproietta le responsabilità sempre alla base…alla scuola elementare, praticamente a un solo minuto tassello di un problema ampio e variegato.
La, già bistrattata, scuola primaria avrebbe, secondo i rappresentanti del mondo accademico, da tempo smarrito la sua valenza formativa, la costruzione di quell’impalcatura rappresentata dalla corretta “istruzione” strumentale dei discenti, fondamentale per l’acquisizione di nozioni basilari per la strutturazione di quelle competenze linguistiche, critiche e dialogiche, nostalgicamente considerate dagli accademici ormai lontane e invece reputate dagli stessi decisamente più presenti nella scuola del passato, che, evidentemente, a loro avviso, sapeva, meglio di quella attuale, formare studenti degni di varcare la soglia degli Atenei.
Colpevole in via definitiva la scuola primaria, intesa come palestra per ottenere la prima tappa, il primo accesso al sapere…una palestra i cui istruttori non riuscirebbero ad allenare più come dovrebbero. Un segmento scolastico che viene, pertanto, percepito da molti, troppo banalmente, una sorta di monade avulsa dalla società e non l’immagine speculare di essa. Nessuna terapia, può guarire, a mio avviso, “la malattia” se essa viene ravvisata solo nel mancato allenamento, nel mero incepparsi di un esercizio strumentale…disgiunta, quindi, dalla realtà, dai vissuti autentici, dalle mutate necessità comunicative e contestuali.  Essa deve basarsi sull’evidenza di un contesto radicalmente e rapidamente mutato, per poter affrontare seriamente un’analisi profonda e vera di questa società e dei presupposti linguistico-espressivi da essa rappresentati, attraverso la sua evoluzione e il suo adeguamento ad un progresso che lascia solo un minimo spazio a ciò che è stato e che non potrà più essere replicato.
La “scuola del passato” tradizionalmente intesa, quella del cesello linguistico, dell’ortografia e della calligrafia non sembra l’eden di ciò che i ragazzi hanno realmente bisogno. La vecchia struttura con maestre inflessibili, con professori severi e arcigni, con tutto il suo impianto nostalgico, che ogni tanto viene opportunamente riesumato, come una specie di paradiso della perfezione didattica, che generava, nell’immaginario esperenziale comune, studenti competenti e preparati, pronti per accedere degnamente e con sicurezza nella società, dalla porta principale, in realtà è stata e rimane solo un’immagine illusoria, nei termini lusinghieri che pretestuosamente le vengono attribuiti.
La scuola degli anni che furono possedeva qualche elemento formativo efficace, i prof (non tutti, ma parecchi) possedevano spesso una solida cultura, non esistevano le distrazioni virtuali, fulcro essenziale della moderna comunicazione, e leggere un buon libro poteva diventare l’antidoto contro la noia, non solo un’esigenza didattica imposta perché “leggere si deve”…e così poteva nascere la passione, la curiosità verso la parola scritta e verso il messaggio emotivo in essa sotteso. L’istituzione scolastica, però, era e rimaneva fondamentalmente elitaria e poco inclusiva.  Essa prestava prevalentemente attenzione alla proiezione immaginaria “dell’alunno ideale”, di quell’alunno, che apprendendo secondo i canoni, rimandava un feed-back immediato e un rinforzo professionale positivo al docente, secondo una distorta teoria che, in caso di insuccesso formativo, puntava il dito sull’alunno e non sul processo. Don Milani aveva intuito la mancanza di una “vis pedagogica” attenta ai più deboli, nella scuola di tanti anni fa e aveva coltivato il germe di una nuova intuizione, quella della reale valorizzazione dei talenti, al di là di sterili parametri e dell’appartenenza alla giusta “classe sociale”. Agli studi superiori e, infine, all’Università non accedevano realmente “i migliori”, ma quelli a cui fortunate circostanze avevano permesso un percorso di vita più facile e gratificante: famiglie benestanti o anche umili ma in grado di sostenere i figli nello studio o ragazzi particolarmente caparbi, disposti a studiare, affrontando qualsiasi impegno e sacrificio. Erano questi gli unici che riuscivano a superare le selezioni rigide e spesso prive di logica e di senso di un sistema retrogrado e ottuso, poco valorizzante e disattento alla persona.
Il “vecchio sistema” sembrava funzionare perché frequentemente calpestata i meno “fortunati”, i più tormentati, vittime spesso rassegnate e inermi, anche se molto intelligenti: perché il figlio dell’operaio o del netturbino, il ragazzino con problemi specifici di apprendimento o autistico, chi aveva qualche disabilità solo fisica o magari poca disponibilità economica, veniva escluso subito e senza pietà alcuna, da un futuro diverso, dalla solita frustrante predestinazione. I ragazzini difficili, quelli per nulla “ideali” o, ancora peggio, le ragazzine, si fermavano, spesso, ai primi anni di scuola elementare, senza che nessuno si ponesse il problema, senza che nessuna “anima illuminata” si curasse di sviluppare la loro intelligenza o le loro eventuali attitudini, senza nessuna visione democratica del sistema di cernita e di formazione della futura classe intellettuale.

Di tutto questo travaglio sociale, per decenni l’Università è rimasta ignara, ad Essa perveniva una certa tipologia di studenti, salvo sporadiche eccezioni, e andava bene così…mi pare di ricordare che nessun “concilio o consiglio di Accademici” abbia mai scritto una sola sillaba per lanciare moniti sulla provenienza sempre uguale, immutabile e classista della futura intellighenzia.

I problemi linguistici dei ragazzi del nostro tempo non possono essere rimossi, ricorrendo allo sterile martellamento di alcune procedure, non possono essere affrontati dal ritorno ad un’impostazione progettuale e didattica fondata sulle abilità formali, piuttosto che sulle competenze di vita. La scuola può essere realmente una palestra, ma lo è nella misura in cui allena i suoi allievi a riconoscersi, a trarre lo spunto per valorizzare le proprie doti, con un occhio vigile verso quella palestra più ampia e complessa, costituita da una società in continua evoluzione umana, tecnologica e di costume.

Il problema diventa, quindi, sistemico e merita una riflessione collettiva di ciascuna agenzia educativa presente nella vita di un ragazzo, perché solo una vera sinergia di intenti, focalizzati sul medesimo obiettivo, può produrre il cambiamento verso un arricchimento linguistico che possa riflettere specularmente anche un arricchimento di pensiero…il dettato ortografico può essere utile, ma da solo non può fare la differenza.

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