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Cultura

Monreale, dall’unione civile di Teresa e Lia una riflessione sulla legge sulle famiglie omosessuali

Un passaggio che ricopre un’importanza sociale, culturale e politica, non trascurabile. Ma ancora in troppi hanno problemi con le libertà e i diritti altrui, credendo che la libertà di altri intacchi la propria

Pubblicato il 31 dicembre 2016

Monreale, dall’unione civile di Teresa e Lia una riflessione sulla legge sulle famiglie omosessuali

Monreale, 31 dicembre – Giorno 22 dicembre, poco più di una settimana fa, a Monreale, si univano le amiche Teresa e Lia. Sono state le prime due donne, la prima coppia monrealese, ad aver utilizzato la nuova legge nazionale n.76 del 20 maggio 2016, denominata “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. Gli auguri alle due amiche, a queste due splendide donne, a questa famiglia che ha scelto di essere tale anche per lo Stato Italiano, sono già stati fatti abbondantemente. Per Teresa e Lia è stato un passo importante ma naturale, si è trattato di un momento bellissimo ed emozionante che ha sancito ciò che già esisteva da anni, ciò che era vissuto serenamente: la loro famiglia. Gli amici, la cittadinanza, tantissimi utenti delle testate di informazione monrealesi, a seguito degli articoli, hanno manifestato affetto, gioia, vicinanza, hanno dato un grande abbraccio virtuale alle due donne.

Per Monreale, altresì, è stato un passo importante, è stato un passaggio che ricopre un’importanza sociale, culturale e politica, non trascurabile. La misura del fatto che questo sia stato un passaggio importante è data anche da alcune reazioni scomposte, irritate, adirate direi, di alcuni utenti dei vari social network che hanno ritenuto di fare gli auguri alla coppia con frasi del tipo “Mi fa schifo” oppure “L’idea di due donne o di due uomini che si sposano mi va vomitare” e altre frasi sullo stesso livello di civiltà. Frasi che non solo non erano portatrici di argomentazioni e/o di riflessioni, ma che non possono che essere definite inopportune e di una cattiveria inaudita, proprio perché scritte con l’intenzione di intaccare il momento di profonda gioia di una nuova famiglia.

Ad una settimana da questo passaggio, però, possiamo permetterci di riflettere sulla legge in questione, sui suoi contenuti, sugli effetti. La legge è di importanza storica per l’Italia, su questo non vi è dubbio. La legge è stata il frutto di una campagna avversa violenta e vergognosa, con frasi pesantissime, frasi e offese ad intere categorie di persone e di cittadini, frasi che in un paese civile non avrebbero avuto spazio e che, invece, nel nostro Paese sono state presenti sui quotidiani, nei TG, nei programmi di approfondimento politico, nei talk show del mattino, del pomeriggio e della sera. Tra un servizio sul nuovo seno della showgirl dimenticata e poi ricomparsa e un dibattito sul politico che cornifica la moglie con una minorenne che si vende per comprare il nuovo smartphone, era sempre presente qualche opinionista, politico, giornalista, pronto a parlare di gender, di genderizzazione dei giovani, di scardinamento della famiglia, di lobby gay, etc. Il tutto accompagnato dalle frasi talmente note che non val la pena di riproporre. Basta solo pensare che le “teorie gender” tanto utilizzate come cavallo di battaglia da taluni, in realtà neppure esistono e non hanno neppure senso linguisticamente. Esistono gli “gender studies” che sono ben altra cosa e che mirano a superare le discriminazioni di genere, a contrastare la sottomissione della donna all’uomo, a capire i condizionamenti culturali che, partendo dal genere anagrafico di appartenenza, incidono sul libero sviluppo della persona, spesso imprigionandola in ruoli precodificati. Ma questo non è il topic della riflessione, quindi passiamo avanti.

Tornando alla legge, alla luce di quanto detto, contrattazione dopo contrattazione, paletto dopo paletto, compromesso dopo compromesso, con tanti decenni di ritardo rispetto ad altri paesi della nostra stessa Europa, si è arrivati ad una legge che finalmente riconosce delle famiglie che esistono da sempre ma che lo Stato Italiano non ha mai riconosciuto: quelle composte da persone omosessuali. Non che tutte le coppie di fatto vogliano contrarre matrimonio, tutt’altro, molte sono legate all’idea di rifiutare convenzioni sociali quali il matrimonio ma, se il matrimonio è un istituto che permette di accedere ad una serie di diritti e doveri, allora, in quanto diritto, non può essere riservato ad una parte di cittadini ma deve essere accessibile a tutti, altrimenti finisce per essere un privilegio. La legge parrebbe superare parte di questa discriminazione.

Su cosa si deve riflettere allora? Su tanto! Sui principi, sulla forma, sul contenuto. I principi sarebbero quelli presenti già da settanta anni negli articoli 2 e 3 della Costituzione Italiana, cioè riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (art.2) e di riconoscere che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art.3). I principi sono stati rispettati dalla legge? Diciamo che la proponente, la senatrice Monica Cirinnà, ha provato a farli rispettare anche sé, per dirla tutta, già dalle prime proposte di legge si presentava un doppio binario: il primo capo trattava di unioni civili per le coppie composte da persone omosessuali e il secondo capo regolamentava le convivenze di fatto, sia tra persone di sesso diverso che di egual sesso. L’ultima versione della legge è cambiata in alcune cose ma l’impostazione rimane quella iniziale. Che ben venga il fatto che si regolamentino, finalmente, le convivenze di fatto. Ben altra riflessione andrebbe fatta sul fatto che viene creato un nuovo istituto giuridico di diritto pubblico che istituisce le unioni di fatto solo per le persone omosessuali, quindi, e qui la forma coincide con il contenuto, si crea un istituto ad hoc che è un quasi matrimonio ma senza chiamarsi matrimonio, che permette di accedere a quasi tutti i doveri e i diritti di un matrimonio ma che non li prevede tutti. Si formalizza e si mette nero su bianco una discriminazione di Stato con la creazione di un istituto giuridico speciale per le persone omosessuali ma si promette che è uguale ad un matrimonio, con formule quasi identiche, con dichiarazioni di reciproco supporto, etc., qualcosa che ricorda molto il “si fa ma non si dice”, l’ipocrisia borghese, l’ipocrisia di Stato che tanto è stato combattuto da chi crede nella trasparenza, nella coerenza, negli onesti e corretti rapporti tra istituzioni e cittadini.

Adesso, riflettendo su tutto questo, si può realmente parlare di pari trattamento di tutti i cittadini di fronte allo Stato? Si può realmente dire che i principi fondamentali presenti all’art.2 e all’art.3 della Costituzione siano stati rispettati? Se i contenuti tra due istituti giuridici sono quasi identici, davvero si può ignorare o accettare la forma discriminante? Davvero avere una legge che riconosce i diritti della coppia omosessuale scavalcando (unico caso tra tutti i paesi europei) la questione del contrasto alla discriminazione verso le persone LGBTI (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Transgender e Intersessuali) ha senso? Ovviamente è solo un giudizio personale ma io credo che la risposta possa essere sia sì che no, dipende dalla prospettiva da cui si guarda.

Se si guarda dalla prospettiva di una coppia che vuole vedere riconosciuta la propria unione, che vuole ufficializzare il proprio amore, che vuole accedere (perché no?) ai diritti e ai doveri oggi riconosciuti alle altre coppie nei rapporti con lo Stato e con tutti quegli ambiti che possono essere il lavoro, la tassazione, la sanità, etc., allora questa legge è un passo enorme, è un avanzamento storico che può dare risposta alle differenze di trattamento che sono esistite fino a ieri. La coppia, se decide di voler accedere all’istituto dell’unione civile per qualsiasi dei motivi suddetti o di altri non elencati, deve poterlo fare. Farlo in un’aula comunale, di fronte alle istituzioni, di fronte ai concittadini, è un traguardo importante e, a conti fatti, gli articoli fondamentali della Costituzione vengono rispettati.

Se si guarda dalla prospettiva politica, dalla prospettiva della comunità LGBTI e di tutte quelle persone omosessuali ed eterosessuali che da decenni si battono per i diritti umani e civili, allora questa legge non è una vittoria ma una sconfitta. Non si è di fronte ad un matrimonio egualitario, non si è di fronte ad uno stesso istituto aperto a tutti i cittadini. Si è di fronte ad un istituto giuridico discriminante in quanto affonda le fondamenta sulla natura omosessuale dei contraenti (come se ci fosse una unione civile per le persone di pelle nera, una per le persone alte, una per le persone sopra i 90 chili, una per le persone con gli occhi blu, etc.). Inoltre, questa legge, sembra essere più un modo per legiferare tardivamente in merito alle unioni di fatto etero ed omosessuali, cosa che l’Europa ormai ci chiede da più di due decenni, che per dare reale risposta ad una domanda sociale e culturale di giustizia. Da questa prospettiva, gli articoli 2 e 3 della Costituzione, sono stati rispettati? Tutti i cittadini sono uguali di fronte allo Stato? La risposta credo che sia: no!

Queste sono solo riflessioni che in seno alla comunità LGBTI sono già state fatte abbondantemente con posizioni molto diverse tra loro, con persone di tutte le età, di tutte le formazioni, con percorsi di rivendicazione simili o diversi, che hanno scambiato opinioni sulla legge, sul suo percorso, sui suoi effetti. Il dibattito è ancora aperto e vivace. Queste sono quindi riflessioni personali che porto in questa sede perché spero possano essere un input ad una riflessione più ampia, ad una riflessione che coinvolga tutti i cittadini e non solo i diretti interessati, perché i diritti civili non sono tema legato ad una, due, tre o mille minoranze ma riguardano tutti i cittadini.

Infine, alle prime due donne che si sono unite civilmente a Monreale, a Teresa e Lia, non posso che rinnovare gli auguri: è stato bellissimo, è stato emozionante, nei vostri sguardi c’era luce, amore, complicità, tutti coloro che vi erano attorno hanno percepito questo amore, ne hanno goduto e a voi ne hanno restituito. Che ancora qualcuno abbia dei problemi con le libertà e i diritti altrui, credendo che la libertà di altri intacchi la propria, che la gioia di alcune coppie sminuisca quella di altre, è un problema non trascurabile e a chi è colpito dall’omofobia, non si può che augurare di superare questo momento, di aumentare il grado di consapevolezza, di maturare in amore, di crescere in rispetto.

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