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Cultura

Santa Rosalia e il pozzo dei miracoli

I devoti il 4 settembre dormivano sul Monte Pellegrino praticando l’antica terapia greca del “sogno guaritore”

Pubblicato il 6 dicembre 2016

Santa Rosalia e il pozzo dei miracoli

Monreale, 6 dicembre – Luogo sacro e di meditazione, così come lo fu per Santa Rosalia lo divenne anche per chi dopo il ritrovamento delle sue reliquie continuò a rifugiarsi. La storia religiosa di Monte Pellegrino è veramente lunga e complessa, fin dalla notte dei tempi la Montagna Sacra era considerata punto focale del simbolismo religioso e della fusione di componenti mitologici culturali e dottrinari delle diverse religioni. Un punto di contatto tra cielo e terra, considerato elemento sacro unificante dell’intera storia mitica, rituale e culturale con memorie terapeutico –oracolari riassunte nella figura della Santa Patrona di Palermo.

santa-rosaliaVenne chiamato il pozzo dei miracoli. Davanti l’edicola la presenza di una falda acquifera di derivazione meteorica, infiltrandosi sotto rocce, dava origine più a valle ad un piccolo specchio d’acqua chiamato poi Gorgo di Santa Rosalia. La disponibilità di acqua creò le condizioni favorevoli per dare ospitalità agli eremiti e successivamente per agevolare la costruzione della cappella e infine dell’incastonamento del Santuario. Tra l’altro la presenza del liquido salutare coincise con lo sviluppo di un antico culto: il “sogno guaritore”. Lo scaturire dell’acqua dal vivo della roccia è sempre stato considerato un fenomeno di natura divina, prova ne è che ancora in epoca moderna esiste la tradizione dell’incubatio. Quella del sonno guaritore era un’antica terapia sacra che ancora oggi, in forme limitate, perdura sul Monte Pellegrino. L’acqua viva che guarisce e assicura la vita eterna non si poteva avere facilmente, né si trovava ovunque. Il culto delle acque, specialmente delle fonti ritenute curative venne praticato per un periodo (intorno all’1800) anche a Monreale nella contrada Santa Rosalia, dove vi è testimonianza del passaggio della pellegrina, tant’è che la sorgente del luogo porta il suo nome: “Acqua della Monaca”.

Tormentati da mali del corpo e dell’anima sempre più cittadini smarriti guardavano con speranza al Monte, e salivano per trovare conforto e guarigione nel silenzio e nella luce soffusa della grotta, che si apre tra le pieghe della roccia. I pellegrini salivano fino alla grotta, che custodisce le ossa della Santa, talvolta era la confusione spirituale a tormentarli, più spesso malattie del corpo. Vivo era il ricordo della Santa, i devoti guardavano il cielo, oltre la parete rocciosa a picco su di loro, pregavano, bevevano con fede l’acqua del pozzo, dormivano accanto alla grotta. Coricarsi, dormire in un luogo sacro per ricevere, per mezzo di sogni, informazioni dalla divinità sull’avvenire e istruzioni sulla malattia.

Come si svolgeva il rito? Il malato si presentava ai sacerdoti di uno dei quasi trecenti templi dedicati ad Esculapio, il Dio della guarigione e della medicina, i quali lo avviavano verso un itinerario fatto di isolamento, preghiera e digiuno, che culminava, da ultimo, nella notte passata all’interno del luogo sacro. Praticamente i devoti, dopo intense preghiere, si addormentavano nello spazio sacro del Santuario (spesso vicino a pozzi o a sorgenti) per favorire durante il sogno visioni mandate dalla Divinità o dal Santo del luogo, che lo avrebbero guarito in modo diretto o indiretto (fornendogli consigli per la cura). Più anticamente la pratica dell’addormentamento chiamata “incubazione onirica”, era diffusa nell’antica Grecia, i santuari cattolici e ortodossi continuarono e cristianizzarono questa tradizione: celebri le chiese di Cosma e Damiano a Bisanzio, di San Martino a Tours. Fondamentale era trovare un luogo tranquillo lontano da distrazioni che potessero ostacolare l’induzione onirica. L‘incubazione intesa come un’intensa forma di concentrazione e di raccoglimento che richiede un minimo di tranquillità, sia esteriore che interiore.

img_20161205_184611La grotta di Monte Pellegrino com’è oggi è il risultato degli scavi per trovare le ossa della Santa che iniziarono nel Cinquecento e culminarono durante la peste del 1624. Prima c’era solo un cunicolo, stretto e umido. È il solo luogo in tutto il Monte Pellegrino, in cui si trova l’acqua. Ancora oggi chi sosta nella grotta prova una forte impressione. Nel silenzio, nella semi-oscurità, si sentono stillare gocce. La roccia umida trasuda, l’acqua cola. Questo luogo fin dalla preistoria ha ispirato culti. La parete ove si trova incrostato il Santuario.

Una montagna Sacra, un pozzo che fa miracoli, una grotta stillante acqua e piena di ossa calcinate: questi elementi di antichissime credenze confluirono nel culto di Santa Rosalia. Culto che rimane associato a quello di Monte Pellegrino, il quale già in epoca precristiana e cristiana, è stato considerato costantemente un luogo sacro, sede di culti dedicati a divinità femminili, che in ambito cristiano si sono tradotti nel culto della Verginità. Si può dire che il culto di S.Rosalia a Palermo, sembra configurarsi come una rinascita urbana di un sentimento religioso che si manteneva latente in città e vivo fuori di essa. Il ritrovamento delle reliquie consentì però il passaggio del culto da periferico ad urbano. Nonostante il corpo riposa in cattedrale il Monte continua ad avere un valore sacro, continuando a rappresentare un luogo di salvezza e di rigenerazione.

 

 

 

 

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