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Cultura

Una professione, una missione, un modo di essere o più banalmente un lavoro come un altro: insegnare per formare e preparare alla vita o solo per “il posto fisso”?

Molti in-Segnanti riescono a lasciare un Segno indelebile, alcuni lasciano traccia di sé solo nei brutti ricordi… sono quelli che dovrebbero dedicarsi ad altro.

Pubblicato il 24 ottobre 2016

Una professione, una missione, un modo di essere o più banalmente un lavoro come un altro: insegnare per formare e preparare alla vita o solo per “il posto fisso”?

Monreale, 24 ottobre 2016 –

“I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardar.
Mi riconobbero, e— Ben torni omai —
Bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino —
Perché non scendi ? Perché non ristai ?”…

Versi tratti da “Davanti a San Guido” di Giosuè Carducci

Lui era così: recitava i versi senza mai riuscire ad arrivare oltre la prima parte di questa poesia, che amava particolarmente, perché puntualmente la tensione emotiva lo travolgeva in un modo che diventava volta per volta sempre più contagioso…talmente contagioso da coinvolgere le menti e soprattutto i cuori di noi, studenti diciassettenni, un po’ spavaldi, un po’ timidi, un po’ superficiali, come solo gli adolescenti sanno apparire, ma, nel contempo, anche curiosi, a tratti sentimentali, desiderosi di apprendere e di provare emozioni intense, quelle emozioni che solo le grandi opere, l’arte eccelsa sanno suscitare. Ricordi e dolci nostalgie legate al mio bizzarro e colto prof di Storia dell’Arte dei tempi del liceo. Era sicuramente un tipo sui generis, di quei docenti che seguivi con emozione, spesso con le lacrime agli occhi… che sapeva e riusciva a valorizzare il nostro ragionamento, che ci permetteva di fare tutti i collegamenti che volevamo tra discipline o tra stili diversi, che ci spingeva ad esplorare il senso delle cose e dei concetti, molto oltre le lezioni convenzionali, abituandoci a straordinarie virate, simili ai voli di Pindaro, tra un Capitello Dorico e l’Infinito di Leopardi.
Non seguiva mai un ordine prestabilito, una scaletta di argomenti, non ci riusciva, andava “a braccio” sempre in bilico tra arte e letteratura, tra poesia e musica e ci affascinava sempre, ad ogni lezione, con la sua cultura e con la sua sensibilità.

Un insegnante vero, di quelli che in-segnano, che imprimono quel signum indelebile, fatto di conoscenza e capacità di riflettere…di pensare con la propria testa.
Non ci chiamava quasi mai con i nostri nomi, ma amava distinguerci, secondo le caratteristiche personali di ciascuno, le somiglianze, le bizzarrie e lo faceva sempre affettuosamente, con dei soprannomi raffinati, ricercati nel suo Immenso Universo Culturale: io ad esempio ero Nefertiti, la Famosa Regina dell’Antico Egitto, probabilmente per i miei tratti non proprio “finlandesi”. Ci faceva divertire senza mai perdere autorevolezza, senza mai annoiarci, anche quando proponeva “analogie improbabili e originali” tra varie informazioni, rielaborate alla luce della sua incommensurabile cultura.

Era il nostro prof Keating, era il nostro “O Capitano! mio Capitano” di Walt Withiman.
Ci ha insegnato a riconoscere il bello, a commuoverci e a non vergognarci mai di esprimere i nostri sentimenti…ci ha formati veramente, trattandoci alla pari, dialogando con noi ed enfatizzando le nostre capacità e la nostra “umanità”.

Adesso che anch’io sono un’insegnante, il suo ricordo rimane una delle fonti primarie di ispirazione, quando cerco di costruire l’impalcatura necessaria per realizzare rapporti umani autentici tra gli alunni, quando tento di ottenere un clima “creativo”, di piena coesione e collaborazione in classe.

La classe, quel micro-cosmo così  speculare al macro-cosmo-società, in grado di valorizzare o, al contrario, penalizzare i futuri uomini e le future donne, cittadini e cittadine del domani. Luogo ideale per meravigliose esperienze, condotte attraverso la guida sicura e competente di insegnanti appassionati, motivati e umanamente coinvolgenti, ma anche di tristissime situazioni di esclusione, di alienazione psicologica, di incuria, di sofferenza.

Certo i professori che sanno veramente esprimere al meglio, col cuore, la loro professione con serietà e spirito di sacrificio, che ogni mattina si recano in scuole che appaiono trincee, con lo spirito di chi va in missione più che a lavoro, sono la maggioranza, per fortuna. Ma esiste anche una minoranza che quel famoso “signum” non sa  davvero imprimerlo, che proprio non ci riesce.
Forse sarebbe opportuno stabilire finalmente criteri validi ed efficaci per reclutare gli insegnanti: perché sono maggiori e più eclatanti i danni che può fare un prof che non sa fare e non dovrebbe fare il prof, che le imprese meravigliose che riescono a organizzare gli altri, quelli realmente appassionati.

Purtroppo, spesso, i contratti a tempo indeterminato vengono elargiti a “discutibili” destinatari, attraverso le mutanti procedure di reclutamento, che si sono avvicendate, riforma dopo riforma o forse è meglio specificare ricorso dopo ricorso, fino ai nostri giorni, “posti fissi” garantiti a gente, per la quale insegnare o vendere automobili è la stessa identica cosa, semplicemente un lavoro come un altro, quando, invece, validissimi docenti vengono pesantemente penalizzati dalle medesime procedure o dalle ultime, non proprio edificanti, modalità concorsuali: alcuni di essi sono persone che hanno eletto “questa professione” come la loro autentica ragione di vita, l’unica possibile.

Voglio aggiungere una mia riflessione che non vuole essere provocatoria, ma semplicemente onesta, un concetto che probabilmente non molti insegnanti si sentirebbero di ammettere senza riserve: “Cari colleghi, il fatto è che, in numerose  realtà scolastiche, a noi, maestri e professori, nessuno ci controlla davvero.”
In genere si accerta, con più o meno attenzione, se le carte sono a posto, se le scartoffie  burocratiche (senza dubbio importanti) hanno trovato adempimento, se il registro elettonico abbia registrato ogni minuzia.
Inoltre si valutano curriculum su curriculum, sempre più corposi, zeppi di titoli, iperboliche certificazioni informatiche, diplomi e master di ogni tipo. Ma solamante i dirigenti particolarmente sensibili e attenti si pongono il problema del reale e concreto benessere degli alunni, interessandosi con attenzione a cosa noi insegnanti combiniamo in classe, quando chiudiamo quella porta.
Questa libertà, nelle normali circostanze è assolutamente sacrosanta, ci mancherebbe, ma in alcuni casi, per fortuna sporadici, permette a chi non possiede particolari attitudini e amore per questa professione, di commettere danni incredibilmente devastanti, incalcolabili.
Io non ho mai temuto il controllo, anche severo, perché se dovesse emergere, nel mio modo di insegnare, qualcosa di scorretto, una modalità errata o impropria, vorrei mi si chiedessero dettagliate spiegazioni, vorrei essere invitata a rivedere certe procedure o certi atteggiamenti o anche sanzionata, se occorre.
Vorrei che si accertassero, in modo inequivocabile, le competenze culturali e le attitudini umane di ciascun docente: se in classe riesca a  lasciare un “signum” concreto o, al contrario, sappia solo perdere tempo e occasioni preziose.
Vorrei che si venisse sospesi dal servizio, per il tempo necessario a riflettere e a rivedere il proprio linguaggio, se ci si permette, anche solo una volta, di insultare, di chiamare “cretino” o “handicappato” un alunno.
Vorrei che si impedisca di insegnare la Storia, se non se ne conoscono i contenuti fondamentali, se non si ama incondizionatamente la Civiltà Greca, se si ignora quando sia stata fondata Roma, se si fa confusione tra Costantino I e Diocleziano..come pure la Matematica se si dovesse mistificarne l’essenza o le sue infinite modalità di applicazione, negli svariati contesti e vissuti reali.
Vorrei che si riprendesse con estrema severità chi penalizza e ridimensiona un ragazzino o una ragazzina con ampi orizzonti culturali, che legge Palahniuk e Banana Yoshimoto, solo perché non si omologa o perché non ricorda che Ugo Foscolo è nato a Zante, o le regole grammaticali, come da Programma.
Vorrei si privasse dello stipendio, chi presenta stancamente lezioni aride, rimanendo impassibile a scrivere sulla lavagna per un tempo infinito, senza slancio e senza autentica passione, fregandosene di ciò che avviene dietro le sue spalle, e facendo finta di nulla anche dinnanzi ad episodi di estrema gravità, con l’occhio sempre sull’orologio.
Infine vorrei che si licenziasse in tronco chi impunemente e reiteratamente, senza nessuna pietà, priva un bambino o un ragazzo della sua serenità, della voglia di vivere, della stima in sé stesso, assassinandone i sogni…per sempre.

“A mio padre devo la vita, al mio maestro una vita che vale la pena essere vissuta.”
Alessandro Magno

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