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I terremoti e le radici della vocazione solidale dello “sfincione”

Oggi in piazzetta Vaglica per gustare l’antipasto e sostenere la ricostruzione

Pubblicato il 18 settembre 2016

I terremoti e le radici della vocazione solidale dello “sfincione”
Il terremoto del Belìce in una foto d’archivio de L’Unità (da Internet)

I terremoti: quelli in senso figurato! Di questi ultimi Monreale sembra essere il crogiolo ideale. Si pensi alla crisi di Giunta avviata dal Sindaco con encomiabili intenti: azzerare tutto a metà percorso per elevare il profilo, arricchire i programmi e ripartire alla grande! E per assecondare con prontezza le intenzioni si è riunito il direttivo del PD, il partito cittadino che rappresenta (o dovrebbe rappresentare) la fetta più ampia della comunità. Le conclusioni sono state catastrofiche, un vero e proprio terremoto, in senso figurato, appunto. All’inverosimile ipotesi di designare nuovi assessori si è sommata la necessità di sostituire il segretario. Fazioni contrapposte per produrre il nulla; nell’impossibilità di dare nuova apparenza alla logica dei cerchi magici meglio temporeggiare, passeggiando sulle macerie materiali e non. Sulle macerie delle attività culturali avviate, allo sbaraglio, sui binari dell’incompetenza, dell’egocentrismo, dell’infondato sensazionalismo. Sulle macerie di un sistema commerciale che abbassa le saracinesche e ingaggia, a proprie spese, attrazioni notturne nell’illusorio tentativo di avviare il rilancio. Sulle macerie, non metaforiche, di una rete stradale insanabilmente “cariata” e fonte prolifica di incidenti e risarcimenti. Sulle macerie, anch’esse reali, della mancata manutenzione di qualsiasi cosa e della incapacità di rimediare se non mettendo i lucchetti ai cancelli, come al Belvedere e al Cimitero, penalizzando i cittadini, dai più piccoli ai trapassati. Si rincorrono in superficie, sospinti dal vento dell’impossibilità, i frammenti della grandezza maniacale farcita dalle promesse faraoniche e accompagnate dalle note vaganti di un inno cittadino che ha rantolato anziché vagire. Tutto come prima, anzi molto peggio. Ma chi, consapevole del disastro, si affanna in campagna elettorale per procacciarsi voti, dove pensa che stia andando?

C’è da ben sperare per le nuove generazioni, se qualcuno ha realmente pensato quello che ha scritto all’inizio dell’anno scolastico: “[…] A metà mattina i bambini hanno vissuto un’altra emozionante esperienza: la visita del Sindaco che, …”.

I terremoti: quelli veri! Oggi, tuttavia, è il caso di sorvolare… e con il preciso intento di sostenere una nobile iniziativa (indirizzata ai connazionali gravemente colpiti dall’ultimo disastroso evento sismico), ho riportato in superficie taluni ricordi di fatti accaduti a margine del disastroso terremoto verificatosi il 15 gennaio del 1968, a poche decine di chilometri dalla nostra città. Un breve racconto finora accuratamente occultato in attesa che le ipotesi di reato, che potrebbero scaturirne, risultino abbondantemente neutralizzate dalla prescrizione ormai adulta.

Il terremoto del Belìce in una foto d’archivio de L’Unità (da Internet)

Il terremoto del Belìce in una foto d’archivio de L’Unità (da Internet)

La radici della vocazione solidale dello “sfincione”. Erano da poco passate le ore 14 di domenica 14 Gennaio del 1968, quando Rosario, il garzone del bar-pizzeria, risalì dalla cantina, posta due piani più in basso, terrorizzato, pallidissimo, incapace di esprimersi e con in mano una sola bottiglia di birra. Soccorso dal titolare, il signor Mario, e dal barman-pizzaiolo, con un paio di bicchieri d’acqua da bere d’un fiato, finalmente, riuscì a raccontare del fragoroso tuono, del boato assordante che era all’origine della sua precipitosa fuga, in risalita, per le scale del locale. Fu il signor Mario, a quel punto, a percorre al contrario e alla stessa velocità quelle rampe, immaginando scenari post bellici. Bastarono pochi attimi per rasserenarsi, avendo constato che tutto era perfettamente in ordine. Caricata la cassa di birra  abbandonata in bilico sul primo gradino, dalla quale mancava l’unica bottiglia impugnata d’istinto da Rosario per difendersi dalla sonora aggressione, il signor Mario tornò nel locale. Continuò ad interrogarsi sull’incomprensibile comportamento del giovane dipendente, al quale, fino a sera, non fece mancare premurose attenzioni. Qualche ora più tardi, un avventore in procinto di pagare mise al corrente il signor Mario (in quei momenti distratto da un lieve capogiro) di quanto aveva poco prima appreso dai notiziari radiofonici: un terremoto di forte entità aveva colpito i paesi della non distante valle del Belìce, e già si contavano morti e feriti. La notizia allarmò non poco il titolare del bar, tanto che decise di anticipare la chiusura e rientrare a casa, nel paese vicino, per cercare conforto nel calore della famiglia.

I notiziari televisivi tracciavano frettolosi bilanci sul numero già accertato dei morti e su quello, molto più rilevante, dei feriti già affidati alle cure dei sanitari presso gli ospedali della Sicilia occidentale. L’ora tarda e l’affermazione che, dopo l’ultima violenta scossa delle 16,48, il fenomeno sismico sembrava essersi acquietato, invogliarono il signor Mario e i suoi familiari a distendersi sui propri giacigli nel tentativo di prendere sonno.

Il signor Mario saltò dal letto avendo nelle orecchie l’eco insistente di una sorta di esplosione, come quella raccontata nel pomeriggio da Rosario, e gli occhi puntati sulla vicina bacheca piena di oggetti e piccole statuine che, con una sorta di effetto domino, si distendevano, una dopo l’altra, sulle mensole di vetro che le sostenevano. Diede uno sguardo all’orologio che segnava le tre del mattino! Si rese conto che i suoi non erano capogiri e urlò: «È il terremotooo!!!». In un attimo l’intera famiglia gli fu intorno nella camera da letto al terzo piano e, senza discutere, la decisione fu corale: «Scappiamooo!!!». Avvolti ciascuno nel suo plaid, trascorsero la notte nella macchina parcheggiata, tra tante altre, sul margine destro della strada per Partinico, nel tratto rettilineo di contrada Renda. Chi possedeva l’autoradio faceva da megafono coinvolgendo gli altri nella definitiva certezza che, a poche decine di chilometri, era scoppiato il finimondo. Le prime luci dell’alba invogliarono i più a rientrare nelle proprie case. Il signor Mario, lungo il tragitto, fece mente locale ed elaborò il suo piano.

Il bar pizzeria, ubicato sulla statale che porta verso i luoghi del disastro, fu aperto e al personale, urgentemente convocato, fu data disposizione di avviare la macchina del caffè e il forno elettrico a più ripiani. La legna fu messa ad ardere nel forno della pizzeria e l’impastatrice accolse, ruotando, il primo sacco di farina, il lievito e l’acqua necessaria. Fu così avviata la consistente produzione di “sfincione”, senza precedenti in quel locale e mai più ripetuta negli anni successivi. Le prime teglie, appena sfornate, venivano svuotate del contenuto e riportate ad accogliere un nuovo strato di pasta da condire. I capaci vassoi, contenenti lo sfincione ancora caldo, venivano caricati uno sull’altro in macchina, nel cofano e sul sedile posteriore, e, raggiunto il pieno carico, portati verso le periferie del disastro, fin dove era possibile arrivare. Altri vassoi, di tanto in tanto, venivano riposti negli spazi disponibili di altri veicoli in transito. Gli occasionali “corrieri”, di ritorno, raccontavano al signor Mario dell’avida accoglienza riservata al suo sfincione dalle mani impolverate o ricoperte di fango dei numerosi e già stremati soccorritori: gli stessi abitanti dei luoghi colpiti, uomini dell’esercito, delle forze dell’ordine, pompieri e semplici volontari. Tanto bastò perché il signor Mario disponesse che la produzione dello sfincione non fosse interrotta se non a tarda sera, per essere riavviata l’indomani ed il giorno successivo ancora… L’azienda, in quei giorni, fu efficientissima, tutto funzionò perfettamente tranne la cassa che, per disposizione del titolare, non fu mai aperta. A nessuno il signor Mario consentì di pagare un solo caffè e non fu emesso un solo scontrino; senza ragionarci un attimo si era sottratto all’obbligo di pagare la “tassa sulla solidarietà”!

Tracce di affreschi tra i ruderi di Poggioreale, Agosto 2016 (foto di Flavio Messina)

Tracce di affreschi tra i ruderi di Poggioreale, Agosto 2016 (foto di Flavio Messina)

Lo “sfincione” per un mattone. Questo lo slogan dell’iniziativa che si svolgerà nelle prossime ore e per la quale, gli amici dell’Arci Link, mi hanno coinvolto al fine di realizzare la locandina. E proprio lo slogan mi ha indotto, naturalmente, a ripescare la storiella di cui è nobile protagonista il signor Mario (il cui nome è di fantasia), e trovare in essa le probabili radici dell’evento odierno e la certezza di poter affermare che nello sfincione è intrinseca la “vocazione solidale”.

La locandina realizzata da Sergio Mammina per “Lo sfincione per un mattone”

La locandina realizzata da Sergio Mammina per “Lo sfincione per un mattone

 

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