Alessandro De Simone nella terra della Polenta

Ancora un appuntamento con un giovane monrealese per raccontare la sua storia, la sua ricerca di stabilità economica, il suo desiderio di essere considerato non un fantasma per gli enti previdenziali ma un lavoratore onesto da inquadrare con un vero contratto di lavoro

Mi ero, quasi, abituata alle conversazioni con i nostri giovani nel mio ufficio da nomade, un tavolino sempre diverso del bar della piazza dal quale nelle nostre conversazioni era possibile la fruizione di un angolo caratterizzato dalla bellezza.

In questi giorni con Alessandro ho cercato un contatto telefonico perché lui non vive più a Monreale e tra i vari impegni reciproci siamo riusciti a conversare in una maniera meno familiare e intima del tete a tete ma che è stata ugualmente efficace grazie ai nuovi mezzi tecnologici.

Alessandro De Simone 35 anni, dalla foto, un bel sorriso, simpatiche fossette e occhi limpidi.

Scrivo le domande con la tastiera e le invio su messenger e una dopo l’altra le risposte appaiono sullo schermo. Mi sembra di sentirlo parlare nonostante il silenzio.

Dopo il diploma di odontotecnico Alessandro comincia a cercare lavoro nel 1999 ma interrompe la ricerca perché richiamato al servizio militare nella marina. Durante i mesi del militare matura la decisione di andare a Milano e seguire il corso per operatore socio sanitario. Dopo il corso torna a Palermo e cerca per diversi anni un lavoro.

Come mai chiedo è stata così travagliata la ricerca con i titoli che possiedi?

Il lavoro si trovava, mi dice, ma è come se fosse, sempre, catalogato dai datori di lavoro come una sottospecie di lavoro, lo travestivano mascherandolo da pseudo volontariato, una via di mezzo tra lavoro e compassione che non necessitava di contratti e tutele. Mi occupavo di malati dializzati che accompagnavo nei centri specializzati e a fine mese percepivo un esiguo rimborso spese.

Nel 2004 ho trovato un lavoro che non era assolutamente legato alle mie specializzazioni. Sono stato costretto dal bisogno a fare il commesso e magazziniere in un negozio per animali.

Come sei stato inquadrato?

Da fantasma, io per lo stato non ero un lavoratore, nessun diritto. Lavoravo per 8 ore e più al giorno per € 500 al mese. Niente ferie, umiliato e maltrattato.

Non ti sei fatto garante dei tuoi diritti?

Ho fatto vertenza e ancora oggi nel 2016 non mi è stato accreditato il saldo pari a 15000€ che probabilmente non potrò mai incassare per il fallimento della azienda.

Nasce da questa delusione il desiderio di partire?

Si, volevo per una volta e per tutte trovare la giusta gratificazione che merita ogni lavoratore onesto e competente. Ero stanco delle promesse dei politici di turno che alla fine delle elezioni non ti conoscevano più, non rispondevano più al telefono e l’amarezza aumentava soprattutto per me che avevo perso anche il sostegno di mio padre. Ogni curriculum veniva cestinato e le cliniche non mi davano speranze di assunzione. Sono andato a Brescia e nonostante il periodo non fosse florido per l’economia e in pochissimo tempo ho trovato lavoro, un contratto a tempo determinato per l’Istituto clinico della città. Da quel giorno ho sempre lavorato con contratto a termine e, se per alcuni periodi non mi è stato rinnovato, ho goduto dell’indennità di disoccupazione. È stata dura, ho sofferto, ho pianto per l’indifferenza che ho trovato nella gente. I diritti vengono rispettati alla lettera ma i lombardi sembrano presi, quasi nella totalità, dai loro problem,,i e difficilmente si immedesimano nell’altro.

Torneresti nel nostro territorio a ricercare una nuova possibilità di lavoro?

Assolutamente no. Mi sono sposato il 30 aprile e ho un bambino di sette mesi e Flero, in provincia di Brescia, mi appare come il luogo ideale dove crescere mio figlio. Lavoriamo in due: io dal 2013 lavoro nelle scuole come assistente per l’integrazione dei ragazzi disabili con contratto annuale, mia moglie è infermiera ma ciò che mi trattiene qui è il rispetto per i diritti che non vengono mai calpestati e la possibilità di realizzare i miei sogni anche se li concretizzerò facendo parecchi sacrifici. Un grande dolore è l’allontanarsi dagli affetti, da mia madre e mio fratello. Ma spero che al più presto potremo riunirci per non rinunciare al grande bene che quotidianamente vogliamo donarci, mio figlio può vivere lontano dalla Sicilia ma vorrei che non rinunziasse alle braccia e al cuore della nonna e dello zio. Presto si trasferiranno anche loro in Lombardia.

Grazie Alessandro. Ti invio le foto di Monreale, le mando anche per il tuo piccolo Cristian, raccontagli della nostra terra e parlagli in siciliano, identità e memoria da tramandare e non disperdere.

P.s. Come mia consuetudine prima di inoltrare l’articolo in redazione lo sottopongo all’intervistato. Alessandro mi ha dato lo stop. Non gli sembrava completo. Dopo aver letto l’ultima parte  mi ha inviato la foto che allego.

È il suo angolo di Sicilia a Brescia e ne produce in piccola quantità anche per i lombardi buon gustai. Io credo che i “polentoni” si farebbero denominare “terroni” piuttosto che perdere di assaporare una goduriosa arancina.

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