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ARTEria

Note monrealesi nella colonna sonora di SISTER ACT. Questo si che è un film!

Ho ascoltato il brano nella Chiesa di Michelucci contemplando la vetrata di Avenali

Pubblicato il 8 maggio 2016

Note monrealesi nella colonna sonora di SISTER ACT. Questo si che è un film!

Talune considerazioni, rese pubbliche in questo mio luogo della domenica, hanno provocato qualche reazione e ne sono contentissimo. Domenica 24 aprile, nell’elencare affinità e differenze tra noi e i cittadini della Capitale, ho anche pubblicato la foto dei TRE CANI che dimorano ai piedi della fontana di Rutelli in piazza Vittorio Emanuele. Qualcuno, avendo percepito lo stimolo subliminale, con acuta tempestività, si è dato da fare e ha subito costruito, virtualmente su Facebook, la “Casa della Cultura”, provvedendo ad arricchirne gli spazi con dipinti, tra i più prestigiosi, prelevati dalla collezione Posabella. In quella casa le opere di Fausto Pirandello, Renato Guttuso, Carlo Levi fanno bella mostra di sé con il supporto di esaurienti biografie, generosamente concesse (col semplicissimo copia e incolla) dall’enciclopedia on-line della TRECCANI (ecco l’acuta percezione dell’imbeccata sottintesa). Originale e pertinente, poi, la decisione di offrire il primo piano, nei giorni dei Festeggiamenti in onore del SS. Crocifisso, alla “Processione” di Saverio Terruso. Mi piace supporre che si tratti anche di un modo, condivisibile, per chiedere scusa al famoso concittadino pittore, considerato che i suoi lavori, prima di raggiungere il piano alto della Galleria Civica, hanno sostato per anni sulle pareti dell’angusta scaletta che conduce a quel piano.

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La locandina del film Sister Act. Un brano della colonna sonora è di Don Ignazio Sgarlata

Preso atto che le mie imbeccate possono rivelarsi utili, mi permetto di segnalare l’utilizzo del dipinto “Ragazzo in costume da bagno”, di Bruno Saetti, quale fondale della “casa virtuale” durante tutta la settimana del prossimo ferragosto.

Quanti, tra coloro che stanno leggendo, nell’assistere alla scena del film “Sister act”, durante la quale il coro delle suore intona il Salve Regina Coelitum, non hanno sentito il vuoto rigirarsi vorticosamente all’altezza della bocca dello stomaco e poi non hanno contato, uno per uno, i battiti del proprio cuore? (Ecco perché, in certi frangenti, si porta la mano sul cuore; non perché lo si è visto fare in Tv).  Una sensazione rara, riservata ai momenti in cui si è partecipi di eventi straordinari. Nella scena del film la musica coinvolge, in modo irrefrenabile, chi è all’interno della chiesa e chi transita all’esterno, invece, ne è attratto, calamitato e, cercandola, le va incontro.

Don Ignazio Sgarlata (nato Chiusa Scafani – PA – nel 1917, morto a Monreale nel 1980)

Don Ignazio Sgarlata (nato Chiusa Scafani – PA – nel 1917, morto a Monreale nel 1980)

Provate a riascoltarlo essendo consapevoli che l’autore di quel brano, conosciutissimo in ogni angolo del mondo, è, praticamente, un nostro concittadino: Don Ignazio Sgarlata (1917-1980), che, nato a Chiusa Sclafani, trascorse tra noi l’intera esistenza. Provate ora a riascoltarla quella musica e vedrete l’effetto che fa! Ditemi chi può sottrarre a quelle note il diritto di essere il biglietto da visita musicale della nostra Città?

L’effetto che fa ho avuto l’enorme privilegio di provarlo anche fuori dalla finzione cinematografica, in una chiesa vera, mentre a generare i suoni sui tasti dell’organo erano proprio le dita dell’autore di quel brano.

L’anno era il 1972 e la “location” (lo scrivo controvoglia per non apparire demodé) era la moderna “Chiesa dell’autostrada del Sole”, coraggiosa creatura dell’architetto Giovanni Michelucci, situata in prossimità di Firenze nel comune di Campi Bisenzio, intestata a San Giovanni Battista. L’occasione era la gita degli allievi dell’Istituto d’Arte di Monreale; tra gli accompagnatori c’era Don Ignazio Sgarlata e c’ero anch’io che da allievo, in breve tempo, ero divenuto timido collega dello stimatissimo insegnante di religione, genio poliedrico e grande musicista.
La chiesa era stracolma di comitive studentesche e di turisti convenuti più per sete di cultura artistica che spinti da devozione per il Santo la cui testa, come nel famosissimo quadro di Caravaggio, finì tra le mani di Salomè. Don Ignazio Sgarlata, già costretto da qualche giorno all’astinenza musicale, una volta puntato l’organo scomparve rapidamente, per ricomparire, subito dopo, grazie alle impareggiabili note della sua musica. Il brusio gradualmente si spense fino all’assoluto silenzio e ciascuno dei presenti, me compreso, cercò un posto a sedere per predisporsi all’ascolto con maggiore agio. Un dono inatteso il cui gradimento si leggeva sui volti gratificati di tutti gli astanti. Il rispetto, allora sentito nel ritrovasi in un luogo sacro, costrinse ciascuno a contenersi; oggi, quasi certamente, tutti ci saremmo lasciati trasportare dalla musica, come nell’animatissima scena di “Sister act”.

La “Chiesa dell’Autostrada del Sole”, opera dell’architetto Giovanni Michelucci, e la vetrata di Marcello Avenali

La “Chiesa dell’Autostrada del Sole”, opera dell’architetto Giovanni Michelucci, e la vetrata di Marcello Avenali

Durante l’ascolto, attratto dalla luce osservavo la grande vetrata (diversissima da quelle usualmente prodotte con l’impiego della stessa tecnica) nella quale campeggia, circoscritta da un consistente alone, la figura del Santo. I brani musicali, nel frattempo eseguiti, facevano da colonna sonora a una sorta di film, di cortometraggio animato in quei momenti proiettato sullo schermo della mia immaginazione: vedevo segmenti di tondino di acciaio, spezzoni di profilati metallici alzarsi dal pavimento della chiesa (in cui le attività di cantiere rimangono percepibili) per adagiarsi, volando e come attratte da un abbozzo magnetico, nel vano della grande finestra. Così mi si rese visibile la figura del Santo, l’alone che lo circonda sfumando verso la scenografia essenziale, posta ai margini dell’opera. Percepivo quei frammenti metallici “volanti” come l’esito di un’accurata “potatura”, operata dell’ingegnoso Architetto nel dare forma alle strutture “vegetali”, a forma di albero; pilastri che si ramificano a sostegno della “chioma” di copertura, resa verosimile, anche all’esterno, dal colore verde-rame proprio del materiale scelto, poi accentuato dall’azione del tempo.

 

Il preambolo potrebbe apparire non pertinente; affermo, invece, di non essere andato fuori tema. L’autore della vetrata, che tanto mi ha attratto, è MARCELLO AVENALI, artista di cui Giuseppe Sciortino, titolare della nostra Galleria Civica (la “Casa della Cultura” che ci basta e, per certi versi, ci avanza), ha collezionato due opere, da tempo accolte nel nostro museo.
Marcello Avenali (Roma, il 16 novembre 1912 – 11 novembre 1981), ha frequentato l’Accademia di Belle Arti e il Centro sperimentale di Cinematografia nella Capitale. Nel 1932, ha tenuto, nella stessa città, la sua prima personale presso la Galleria Gallenga. Nel 1941 è stato nominato assistente presso l’Accademia di Belle Arti. Nel 1944 espone alla “Margherita” una serie di bambole confezionate durante il periodo bellico. Al suo repertorio, fatto prevalentemente di ritratti, nudi e nature morte, si aggiunge l’interesse per la pittura murale, con l’esecuzione di due affreschi in S. Eugenio al Flaminio. Interviene alle principali Esposizioni nazionali degli anni cinquanta e, nel 1955, invia alcune opere all’ Exibition of Contemporary Italian Art di Johannesburg. Nel 1958 vince i premi “Viterbo” e “Villa S. Giovanni”. Con la decorazione interna della Nuova Banca di Sardegna a Roma inizia la sperimentazione sulle possibilità espressive dei materiali industriali e la ricerca di nuove simbologie della forma e del colore che culmina nella memorabile vetrata della Chiesa dell’Autostrada del Sole a Firenze, realizzata nel 1963. Si interessa anche alla tecnica dell’arazzo esponendone i risultati alla Mostra allestita con Cagli, Guttuso e Mirko ad Atene nel 1964 e a Parigi nel 1965. Studia il ferro, da solo o incorporato al vetro (Personali alla Galleria Carpine nel 1967 e ’68); l’acciaio, accompagnandolo al vetro Dallas nelle grandi strutture eseguite per l’Istituto mobiliare italiano (1969) e la Direzione del Banco di S. Spirito a Roma (1970); il rame, impiegato per la facciata della Sede romana del Banco popolare di Milano. Numerose le mostre in Italia, ma anche ad Amsterdam, Parigi, Johannesburg, Bruxelles. Il suo ultimo importante lavoro è il Monumento di Aldo Moro e alle vittime del 16 marzo eretto a Brindisi nel 1980.

(Fonte: sito ufficiale dell’artista)

 

La “Galleria Sciortino” di Marcello Avenali accoglie due opere, il cui supporto è la carta e che confermano la personalità dell’artista.

Marcello Avenali - “Figura in piedi”, inchiostro seppia su carta, cm 50x70

Marcello Avenali – “Figura in piedi”, inchiostro seppia su carta, cm 50×70

La Figura in piedi è un disegno, ad inchiostro color seppia, in cui la linea, oltre che a ispessirsi e ripetutamente assottigliarsi, si frammenta. Anche in questo caso, come nella vetrata, i “segmenti” sembrano essere indipendenti gli uni dagli altri; è come se l’artista, avendoli rinvenuti e sfruttandone la forma, li avesse disposti per dare evidenza alla figura, poi completata da pochissime abili e ampie pennellate che, sfumando dall’alto verso il basso, danno consistenza ai capelli, al tessuto dell’abito e riescono ad allontanare la luce sullo sfondo.

Marcello Avenali – “Figura femminile seduta”, tempera su carta colorata, cm 45x65

Marcello Avenali – “Figura femminile seduta”, tempera su carta colorata, cm 45×65

La “Figura femminile seduta è una tempera distesa su una carta già colorata all’origine. Il caldo sfondo accoglie, a strati, le pennellate dal pigmento rarefatto, ridotto al minimo indispensabile, per rappresentare l’ambientazione e la figura vestita con l’aderente calzamaglia. La punta del pennello ha poi trovato i segni giusti e li ha posizionati al posto giusto: quelli blu per rendere la gonna traforata, quelli del colore dell’incarnato sul volto e sulle braccia scoperte e, infine, quelli color arancio per tracciare i capelli, evidenziare i tratti somatici e far articolare le dita. Il vibrare delle poche pennellate di bianco, denso e sovrapposto, indirizzano verso l’espressione pensosa del viso.

Due significativi esempi dello“stile” di Marcello Avenali, così come l’avevo percepito in quel lontano giorno del ’72 nella chiesa di Giovanni Michelucci. Due opere, quelle di Marcello Avenalli, davanti alle quali la disinformazione può stimolare la fretta. Come ho tentato di raccontare, meritano ben altra attenzione.

Spinto dalla voglia di non lesinare imbeccate, concludo formulando una proposta molto seria: la realizzazione di una statua in bronzo dedicata a Don Ignazio Sgarlata. Una statua che lo ritragga nell’identica postura della foto pubblicata, intento a suonare la fisarmonica. Un omaggio alla maniera del Leonardo Sciascia a passeggio lungo il corso di Racalmuto o del Commissario Montalbano posto in via Roma a Porte Empedocle per onorare la penna di Andrea Camilleri (opere, entrambe, di Giuseppe Agnello, abilissimo scultore e concittadino dello stesso Sciascia). Non sarà difficile trovare qui a Monreale l’abile scultore cui affidare la realizzazione del progetto che, una volta realizzato, andrebbe installato ai piedi della Collegiata, all’inizio di Via Umberto I°, lungo il tragitto che Don Ignazio percorreva quotidianamente per non tardare ai suoi fitti e variegati impegni.

Per essere equo, però, per non togliere niente a nessuno, propongo anche la realizzazione di un’altra bronzea installazione, anzi, di un gruppo: l’intera giunta ritratta, con la mano sul cuore, nel momento dell’ascolto e del canto dell’Inno cittadino con, al centro, il poeta, l’autore dei versi, l’«Arabo fenice» (da qui l’esigenza di collaudare il brano poetico-musicale, in prima mondiale, a Tunisi e ad Abu Dhabi) rinato dalle ceneri del direttore della Galleria “Giuseppe Sciortino”. La realizzazione andrebbe affidata, in questo caso, ad uno dei talenti che ha acquistato fama grazie alla nota azienda privata alla quale è stato concesso di eleggere eterna dimora presso il nostro museo cittadino, innanzi al quale proporrei di installare l’opera.

Un riconoscimento “fortemente dovuto” perché, lo confesso, anch’io, durante l’ascolto della versione bandistica dell’Inno di Monreale, ho pianto, ho pianto tanto …, ma non era commozione …, avevo la mano sul cuore per controllarne il battito, che non era quello dei momenti in cui si è participi di eventi straordinari …, era un battito preoccupante, clinicamente preoccupante …, un battito che, in sintonia con il ritmo della banda, sembrava voler annunciare l’incombere del funerale!

 

 

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