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ARTEria

“C’era una volta a MONREALE”. Ma non è il titolo di un film

Dal racconto di una corsa di cavalli alla tragica notte dell’ossimoro

Pubblicato il 1 maggio 2016

“C’era una volta a MONREALE”. Ma non è il titolo di un film

Monreale, 1 maggio – Proprio oggi iniziano i festeggiamenti in onore del SS. Crocifisso, almeno secondo il calendario più tradizionale, e non si può, quindi, non adeguarsi al contesto. Sono i giorni in cui i fatti e i volti della consuetudine cittadina lasciano spazio ai devoti, ai pellegrini, ai visitatori e agli ospiti importanti. I manifesti delle stars di turno occultano definitivamente i residui anarchici e ormai sbiaditi dell’ultima campagna elettorale. Quest’anno il bel volto di Anna Tatangelo, quelli dei Tinturia e di altri intrattenitori ci osserveranno compiacenti finché, passata la festa, proseguiranno sbiadendo la staffetta fino al prossimo turno elettorale. E se un solo manifesto di Toti e Totino riuscirà a resistere fino a quei giorni i due apprezzati comici rischieranno di essere eletti: ci sarebbe sempre da ridere ma, almeno, ci si avvierebbe comunque verso l’auspicato cambiamento.

Foto_1 manifesto-2006

Il manifesto realizzato da Sergio Mammina in occasione dei “Festeggiamenti in onore del SS. Crocifisso”, anno 2006

Anch’io, quindi, mi faccio da parte e accolgo l’ospite, indiscutibilmente per me il più importante: Giuseppe Mammina, mio padre. Ricordandone la disinvolta rapidità delle dita (due soltanto) sui tasti dell’Olivetti lettera 22, sono certo che non avrà difficoltà alcuna.

Cedo a mio padre lo spazio della mia riflessione domenicale e glielo dedico usando le sue stesse parole – “A mio Padre dedico questi scritti, all’uomo che ebbe carattere siciliano ed in me trasfuse tutta la sua spiritualità resa palpitante dalla conoscenza profonda di ciò che questa terra di Sicilia nasconde, tra le sue zolle arse ancora di sete e di progresso …” –  che ho tratto dalla nota introduttiva del suo libro “MOMENTI A MONREALE – Racconti della Conca d’Oro”.

 

Io, per concludere, aspetto in fondo alla pagina, subito dopo la fine del racconto.

Foto_2 giuseppe-mammina

Giuseppe Mammina (Monreale 1912 – Palermo 1970)

GIUSEPPE MAMMINA (Monreale 1912 – Palermo 1970) ha conseguito il diploma di Geometra presso il Convitto per gli orfani degli insegnanti elementari di Assisi. Ha iniziato l’esercizio della professione in Basilicata dove, tra l’altro, ha giocato da portiere nella squadra del Potenza, allora militante nella serie cadetta. Per le attività svolte ad Asmara (Eritrea) ha ricevuto l’Encomio solenne dal Ministero della Marina Militare dello Stato italiano. È ritornato a Monreale nel 1947 dove è stato per anni Consigliere comunale ed ha esercitato la sua professione fino all’anno della scomparsa. È stato giornalista pubblicista e collaboratore anche di testate nazionali; ha pubblicato i volumi “Quattro poeti” e “10 autori scelti” per le Edizioni Clem di Ivrea e la raccolta di poesie dal titolo “Poetastria”.

Il volume MOMENTI A MONREALE – Racconti della Conca d’Oro (già segnalato in occasione del Concorso letterario Gastaldi, ed. 1954), da cui è tratto il racconto pubblicato di seguito, è stato dato alle stampe per le edizioni “Sala d’Ercole, Palermo” nel 1956 e ristampato nella collana “Scrittori siciliani” per le edizioni Regione Letteraria di Firenze nel 1969.

 IL MORELLO”

La folla si assiepava, pigiandosi, accalcandosi, comprimendosi, veri grappoli umani, sui balconi e sulle terrazze di Corso Pietro Novelli: il vociare caratteristico dei commenti più svariati spezzava, col più marcato e sensibile accento siciliano, il manto di cielo che dea primavera aveva tessuto in intensissimo azzurro per la gioiosa festa degli uomini che adoravano, in quella giornata di maggio più impetuosamente, l’entità del divino Crocifisso.

Volti bruni di gente attempata, aureolati dalla caratteristica coppola delle giornate lavorative o dai cappelli a larghe tese, quelli della vera festa, volti di uomini adusi alla fedeltà incondizionata per la terra, tagliati nel bronzo arroventato dal sole del sud, visi di donne, comari del popolo, ‘signore’ invidiate dalla borghesia campagnola, compagne superbe dei più ricchi possidenti della contrada, visetti di giovinezza ricchi di ebano profusamente gettato sulle folte chiome e nei lampi degli occhi, ricchi di rosso carico delle ciliege in maturazione posato sulle guance, ricchi di fuoco rosso fiammeggiante iniettato sulle labbra carnose anelanti amore d’uomini accesi nella passione vulcanica, ricchi di zagara bianca virginea adornante le chiostre dei denti perfetti…

… E giù, sulla via cosparsa di sabbia che copriva il ricco basolato vetusto, i venditori ambulanti col loro urlo reclamistico, inno di tutte le ore sempre uguale alla genuinità della natura, squarciava l’aria e richiamava l’attenzione di quel popolo in festa…

“A chi vuole ceci e semi salati…!”

“Ho fave e noccioline brustolite…!”

“Carrube ho… carrube di quelle dolci, carrube…!”

“Acqua e anice… bella fresca… acqua e anice… a chi vuol bere?”

“Bambini piangete… bambini piangete… che le mamme vi comprano… ceci ho… semi salati… noccioline americane…!”

Da lontano, giungevano, portate da una leggera brezza di mare che infilava Monreale dalla strada nuova, ardita balconata gettata sugli spalti della Conca d’Oro, per incanto e delizia degli amanti di scenari paradisiaci, le note ritmiche, stordenti, a tratti quasi dilanianti, dei tamburinai che venivano innanzi, a passo cadenzato e tranquillo, legati alla nenia rumorosa dei loro vecchi strumenti passati dalla gloria dei padri a quella dei figli, per portare un avviso alla folla…

Era il tre maggio: la festa più grandiosa che Monreale offriva, ogni primavera, ai fedeli della provincia, per la certezza d’una fede sempre più ampia all’animo del magnanimo popolo di quella cittadina che è un angolo di paradiso gettato sulla terra dalla generosa mano di Dio per il più degno contorno del grande tempio che gli uomini eressero onde inginocchiarsi, fra i magnifici marmi e gli splendidi mosaici d’oro, ai piedi del potente Padreterno che guarda, dall’alto dell’abside, alle pene della sua umanità per sanarle, ai peccati per condannarli o redimerli…

Avanzo di una consuetudine incarnatasi nel clima borbonico ‘Feste, farina e forca’, nella gran massa del popolo di Sicilia quello delle feste a date fisse era considerato un po’ come il banco di prova della credenza della fede, della grazia di Dio verso le sue creature: per questo i monrealesi profondevano in quelle giornate dedicate alla gloria del Santissimo Crocefisso tutte le loro ricchezze, perché la festa superasse in riuscita quelle dei paesi vicini (che avevano tutti le proprie!)… perché il Crocefisso di Monreale avesse a portare sempre la ’bandiera’ (è detto siciliano che indica supremazia, questo!) come la sua Chiesa la portava su tutte le Chiese erette dall’antichità ad oggi… “Chi va a Palermo e non sale a Monreale”…, dice un motto del paese “asino ci arriva e se ne torna maiale…!”

Il rullio dei tamburi avanzava, rumoreggiava, atono, mitragliante… la folla ondeggiava, osservava con lo stimolo crescente della curiosità:

“Ora arrivano i cavalli…!”

“Eccoli… Guarda laggiù… spuntano dalla curva del Canale… come scalpitano!”

“Guarda come fremono…!”

Ed i tamburinai avanzavano, continuando imperterriti la loro musica sconcertante, precedevano di pochi passi la fila dei ’berberi’ bendati, i bei cavalli delle migliori stalle della provincia che fra poco avrebbero dato vita ad una corsa sfrenata, pazzesca, velocissima, aizzati dalle borchie di cuoio infisse sulle schiene, innervositi dai larghi beveroni di vino, sospinti dalle frustate scroscianti distribuite senza ritegno dai loro proprietari disseminati sul percorso…! E si sarebbero accese le scommesse:

“Punto cento lire sul sauro di Villafrati!”

“Accetto… depositiamo le somme nelle mani di un amico!”

“Nohh!… Guarda quel baio… è di don Filippo Marasà… quello sì che vince… ne vuole dieci di sauri…!”

“Io invece gioco cinquanta lire per quel pezzato di Bagheria… se lo lasciano arriva a Roma… sempre con lo stesso passo…”

I tamburinai tacquero un attimo, uno di loro, quello dalla voce canora, iniziò una cantilena ammonitrice:

“Signori! Il comitato della festa avverte che fra pochi minuti cominceranno le corse…! Le strade debbono essere tutte sgombre… Le madri si tengano i propri bambini stretti alle sottane…! Chi muore, muore a conto suo…! ed il rullio riprese… accompagnato dal vociare della folla, estenuante fino a cessare.

Foto_3 palio-delle-fontane

Il manifesto realizzato da Sergio Mammina in occasione del “Palio delle Fontane”, anno 1999

I cavalli erano al palo di partenza, tenuti al guinzaglio dai loro custodi, scalpitavano sulla sabbia in attesa del via per la loro fatica e la loro liberazione… gli ultimi avvertimenti del comitato… le ultime ansie della folla…

“Ohè… Tanuzzu!”

Il fantino, un uomo scarno, esile, tutto muscoli e nervi, si voltò di scatto stringendo più saldamente il morso del suo cavallo, nel sentirsi chiamare.

“Oh!… Tanuzzu!” ripeté la stessa voce, stavolta con tono calmo ed imperioso, a fior di labbra per non essere udita. “Tanuzzu, c’è ordine che deve vincere il morello di Bagheria! Il tuo padrone è stato avvisato…” e Matteo, strizzando furbescamente un occhio, volle precisare l’intesa che nascondeva invece un ordine tassativo…

Tanuzzu stupito, attonito, quasi costernato per ciò che aveva udito: a che erano valse allora tutte le fatiche?, tutto l’intento prodigato nella preparazione del suo puledro?, tutte le speranze riposte su quel bel sauro di Villafrati, se ora l’ordine pronunziato da don Matteo, il diavolo di tutte le corse dei ‘barberi’, mandato per l’esecuzione della muta e dura legge della soperchieria più sporca, aveva parlato con tanta chiarezza?… Arrivò l’ordine di tenersi pronti, Tanuzzu tolse le borchie dalla schiena del suo sauro, lo guardò negli occhi, abbracciandogli la testa, gli carezzò le narici, gli avvicinò le labbra ad un orecchio, per non farsi udire dai rivali più vicini, e: “Vai sauro! Vinci” disse, alla faccia di don Matteo e del suo morello di Bagheria!…”

Con un colpo di pistola la furiosa corsa si iniziò, nel gridio incomposto della folla, lungo tutto il corso, i balconi sembrava dovessero crollare di schianto in tutta quella passione che diveniva baldoria… solo un miracolo architettonico li teneva al loro posto con quel carico di speranze che ora erano scoppiate: “Dai morello… dai… dai… dai…! Lascialo quel vecchio sauro… ancora Morello… dai… dai… dai…!”

Morello camminava appaiato col sauro di Villafrati, sbirciando di tanto in tanto con occhio feroce senza riuscire a guadagnare un solo metro… le frustate fioccavano da tutti i lati e cadevano sul manto nero del predestinato di don Matteo lasciandovi larghe strisce sulla schiuma del sudore… qualcuno cercava di porre un ostacolo dinanzi al sauro con la speranza di fargli perdere strada… in maniera apertamente disonesta… la folla protestava… inviperita.

Ad un tratto la gente fluttua, ondeggia, smorza il suo grido incomposto… che sta succedendo?

I ‘barberi’ sono vicini al traguardo… Morello si è arrestato… s’è piegato sulle gambe… è crollato sulla sabbia… il sauro di Villafrati è rimasto solo a condurre la corsa, ad ultimarla… a vincerla…!

E la folla urla ancora il suo entusiasmo…: “Il sauro! Il sauro di Villafrati ha vinto!… Che dicevo io quando li ho visti sfilare?… Fuori i soldi della scommessa…! Evviva il sauro… evviva il sauro di Villafrati!…”

Un uomo alto una spanna corre, trafelato, agitando le braccia sul capo, non si cura della folla, non si cura di nessuno… scompare verso il traguardo… eccolo, ritorna in groppa al suo sauro… trionfante… lo bacia sul collo… ripetutamente… come in convulsione… “Sauro! Sauro bello!!!” egli grida, “Sauro, hai vinto… io lo sapevo… che non potevano batterti…!”

Al palo della partenza Tanuzzu raccoglie gli onori del trionfo… don Matteo si avvicina, con occhio torvo: “Chi ha vinto… Tanuzzu?

“Il sauro, don Matteo, il sauro di Villafrati!…”

“E il morello…?”

“È caduto, don Matteo… morto di colpo… vicino al traguardo…! Il Crocefisso… il Crocefisso di Monreale… don Matteo!”

  • • • • • • • •
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Il Capitano Emanuele Basile (Taranto, 1949 – Monreale, 1980)

La notte dell’ossimoro ho scritto nel sottotitolo, riferendomi a quanto è avvenuto la notte del 4 Maggio del 1980, la notte del “silenzio assordante”, appunto. Per la prima volta, scrivendo, faccio ricorso all’abusato e ormai sgradevole ossimoro, ma quella notte è stata proprio la sua notte. Ero già a letto con un libro tra le mani per assecondare l’arrivo del sonno e con il timore di essere definitivamente ridestato dagli imminenti spari, già predisposti sul piazzale della vicinissima chiesa della Madonna delle Croci. Più il fragore festoso degli spari tardava ad arrivare e più erano inutili i tentativi di leggere, a rotazione continua, le prime righe della stessa pagina. Quella inutile ostinazione nel voler dare un significato al silenzio mi accompagnò fino alle prime del mattino seguente quando, richiamato dal brusio e riaperte le persiane su Chiasso Piediscalzi, sui volti familiari dei pochi residenti ebbi modo di leggere un altro ermetico ossimoro; una emulsione di profondo dolore e di sentita gioia ne segnava le espressioni. Appresi subito dopo, dalle loro parole, che quel silenzio, rumorosamente incapace di esprimersi, era l’eco prolungata di un vile assassinio e di una morte scampata: era stato ucciso il Capitano Emanuele Basile ma si era salvata la piccola Barbara.

Nel corso della recente rilettura del racconto paterno ciò che, tra l’altro, ha destato in me non poco stupore è la scelta del nome di battesimo dato al personaggio che nella finzione narrativa di allora, come nella realtà attuale, personifica il peggiore dei mali di questa nostra terra di Sicilia arsa ancora … di progresso! Pura casualità o profetica intuizione?

Se “la notte dell’ossimoro” fosse stata soltanto l’epilogo del brano scritto da mio Padre nel 1954, ma pensato ancor prima, non mi è difficile immaginare che nelle tasche di don Matteo, tempestivamente tratto in arresto da solerti Carabinieri, sarebbe stata rinvenuta una immaginetta del Santissimo Crocifisso e le urla incontenibili avrebbero raccontato a tutti le certezze di Tanuzzu sull’incolumità della piccola Barbara

 

 

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