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MONREALE e ROMA: simili in molte cose, ma i nostri cani sono veri il loro drago no!

Ospitiamo gli artisti della “Scuola romana” e in fatto di INNOVAZIONE siamo stati tra i primi

Pubblicato il 24 aprile 2016

MONREALE e ROMA: simili in molte cose, ma i nostri cani sono veri il loro drago no!
A sinistra, “U pupu” di piazza della Repubblica a Roma ovvero “Fontana delle Naiadi” di Mario Rutelli A destra, “Er pupo” di piazza Vittorio Emanuele a Monreale ovvero “Fontana del Tritone” di Mario Rutelli

È proprio così, siamo simili in tantissime cose e lo dimostrano anche le “cartoline” che pubblico. Grazie a Mario Rutelli, ad esempio, loro hanno “U pupu” a piazza della Repubblica e noi “Er pupo” a piazza V. Emanuele, con la differenza, però, che i cani che vivono ai piedi della nostra fontana sono veri e il drago della loro no!

E tra non molto, quando al CRES avranno divelto anche l’ultimo infisso, avremo anche il nostro Colosseo.

Si, scrivi, scrivi … continua a scrivere! Ma che ci scrivi a fare? Così ho ripetuto a me stesso durante la settimana, essendo in parte deluso e anche un tantino demotivato.

Chiunque, al posto mio, qualche risposta se la sarebbe aspettata. Come accade a Roma, in Parlamento, durante i question-times: uno pone la domanda e l’altro, a suo modo, risponde. Non ottenere reazioni ti lascia disorientato. È come se, spremendo il limone nel vasetto del bicarbonato, non si vedesse salire la schiuma. Colpa del bicarbonato impotente, lo capisco benissimo. Ma ci si rimane male lo stesso!

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In alto, i “cani veri” ai piedi der pupo di piazza V. Emanuele a Monreale Sotto, il “drago finto” ai margini ru pupu di piazza della Repubblica a Roma.

Mi aspettavo almeno una reazione piccata, un cenno di risentimento o l’accusa di essere stato colto con le mani nel sacco. Domenica scorsa, per esempio, ho affermato che le opere di Ugo Attardi  esposte alla Galleria Civica sono due: sbagliato, deliberatamente sbagliato! Era logico aspettarsi da parte di qualcuno, alla maniera di Sgarbi, la legittima accusa: “Capra ignorante, lo vedi che non sai niente! Le opere di Attardi sono tre!”. Nessuno lo fa fatto e, quindi, lo sto facendo io affermando, tra l’altro, che la terza opera di Attardi, dal titolo “Nella stanza” di cm 70×50, non è un acquerello come distrattamente si afferma nel catalogo (il quinto della serie) dato alle stampe nel 2012, la cui impaginazione stratificata come le rocce sedimentarie di Amitaba, un po’ mi ha fatto confondere.

Mi aspettavo che arrivasse un chiarimento, ben argomentato, sulla vicenda delle opere occultate a beneficio degli “usurpatori di visibilità”. E invece niente. Mi è stato chiesto in rete, con perfetta attinenza, se alla preziosa acquaforte di Giorgio Morandi fosse stato rimesso il vetro di cui era stata privata … “perché i riflessi ne ostacolavano la visibilità …”, come è stato sostenuto in passato. Non posso saperlo – ho risposto – finché non saranno rimosse le lugubri pareti predisposte per l’accoglienza degli “usurpatori di visibilità”. Poi ho riflettuto e mi sono detto: ma vuoi vedere che quelle pareti sono state messe a temporanea protezione delle opere prive di vetro, così, almeno ogni tanto, evitano la polvere e non corrono il rischio di essere sfregiate? E così ragionando ho intuito che potrebbe essersi trattato di una geniale trappola, furbamente tesa dai conduttori del museo a un’azienda privata autorizzata ad allestire una di quelle mostre dove la notorietà la si può acquistare, che c’è caduta ingenuamente . Le opere sono state così temporaneamente protette e il Comune non ha sborsato un solo centesimo.

È successo anche a Roma, del resto, che col pretesto di gestire l’accoglienza (ma non di opere d’arte) si sia scatenata la furbizia di tanti profittatori fattisi beccare con le mani nel sacco. Un’analogia da soppesare tenendo conto delle dovute proporzioni e dei relativi contesti. Qui da noi, infatti, tutto è perfettamente legittimato dalle rituali deliberazioni e timbrature, e nessuno rischia di finire “ar gabbio” …, come direbbero a Roma!

E se con la Capitale siamo proporzionalmente simili, Venezia mancu a viremu! Noi di biennali ne organizziamo una decina all’anno e la prossima partirà tra qualche giorno.

Ma, a proposito, che fine ha fatto il “Monreale Film Festival” di cui, nell’Agosto 2015, si è scritto “Un festival per legare Monreale alle altre città italiane quali Venezia, Taormina, Roma, Torino, per citarne alcune, che ospitano iniziative simili e che hanno consentito una crescita culturale ed economica del contesto territoriale di riferimento non indifferente”? Ma, poi, perché tanta modestia; perché escludere Cannes e Berlino visto che siamo tutti in Europa? Ed è tutto vero o si è trattato di un’altra sparata gigantesca, della serie “prima mondiale”? Ci sarà un seguito? Il futuro e i fatti, almeno loro, una risposta dovranno pur darla.

Mi aspettavo almeno un rimprovero per aver scritto in modo irriverente dell’inno cittadino. Nessuno mi ha risposto, neanche per rimproverarmi, e io mi rispondo da solo! Anche in questo caso tutto potrebbe partire da Roma, da dove il “Premier” indirizza alla nazione inequivocabili direttive: per risalire la china bisogna rottamare e puntare sull’INNOVAZIONE.

A Monreale, equivocando, si è passati istantaneamente all’azione. In quanto a rottamazione hanno rotto e basta e, invece, un ben noto innovatore si è fatto carico di scrivere i versi subito musicati e l’INNO è stato fatto. Per il necessario collaudo è bastata una capatina nei Paesi Arabi e in Tunisia dove all’INNO è stata tributata una vera e propria OVAZIONE! E se la matematica non è un’opinione INNO+OVAZIONE = INNOOVAZIONE: il Premier è stato subito servito e addirittura con una O in più!

Peccato però che Monreale sia rimasta “china” degli stessi problemi di prima che la Giunta adottasse l’Inno e che la Città normanna fosse adottata dall’UNESCO.

Nessuno, per distrazione suppongo, ha pensato di fornire aggiornamenti sul realizzando sito Internet dedicato alla Galleria “Sciortino”. È vero che più portali istituzionali forniscono sintetiche indicazioni sul nostro museo, ma è pur vero che telefonando ai numeri in essi riportati un’operatrice, con modi molto gentili (questo devo riconoscerlo!), risponde: “Siamo spiacenti, il numero selezionato non è attivo”. Almeno per questo, spero, che chi deve farlo si attivi al più presto.

Alfonso Avanessian, “Paesaggio, olio su tela, cm. 35x50”

Alfonso Avanessian, “Paesaggio, olio su tela, cm. 35×50”

Ma la distrazione ha origini antiche; ho constatato, infatti, che il cognome dell’artista a cui dedico la nota odierna, ALFONSO AVANESSIAN, è stato storpiato (in Avenassian) nei primi tre cataloghi delle opere esposte alla Civica Galleria (editi tra gli anni 1986 e 2000), è letteralmente scomparso nel quarto (edito nel 2010) ed è ricomparso ancora storpiato nel quinto (edito nel 2012).

ALFONSO AVANESSIAN (Teheran, 31 gennaio 1932 – Roma, agosto 2009) giunse in Italia nel 1948 da migrante di alto rango e spinto dalla passione per l’arte, per studiare e dipingere, riuscendo ad essere ammesso all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove diventò allievo prediletto di Amerigo Bartoli.

Quasi involontariamente, entrò a far parte, marginalmente, della “Scuola Romana” nella fase finale della corrente pittorica, tra gli anni ’50 e ’60.

Suoi temi preferiti le nature morte, i paesaggi urbani della Capitale, il verde delle campagne e delle colline umbre e le marine.

Fu docente di Tecnica del Nudo presso l’Accademia di Belle Arti di via di Ripetta, a Roma e, successivamente, titolare della Cattedra di “Pittura”.

Nel 1958 partecipò alla Biennale di Venezia.

Le biografie sottolineano la grande attenzione di Alfonso Avanessian verso la pittura di Corot  del quale, da giovane, copiò incessantemente le opere. Un’attività destinata a segnare definitivamente il suo codice pittorico insieme ai vaghi ricordi del suo lontano paese. Molto rappresentativa del mondo pittorico dell’artista è la tela “Paesaggio” olio su tela, cm. 35×50 esposta presso la Galleria “G. Sciortino”.

Nel 1955, in occasione della personale presso la Galleria L’Aureliana di Roma, è stato presentato in catalogo da Renato Guttuso, il quale ne sottolinea in particolare, osservandone i paesaggi, quell’«amore del mondo, delle cose, del colore di un cielo, del chinarsi di un albero, dell’intersecarsi di due tetti; amore di pittura non in sé per sé […] ma connesso alla visione».

È Mino Maccari ad introdurre nel 1961 la personale presso la Galleria Il Vantaggio. Ancora una volta è la brillante padronanza dei mezzi espressivi del giovane artista ad essere evidenziata, il «disegno sicuro, preciso, sintetico; la franca stesura degli impasti; l’armonia tonale dei paesaggi, che sono il pezzo forte dell’esposizione». È proprio frequentando la Galleria diretta da Giuseppe Sciortino che Avanessian viene a contatto con Casorati, Soffici, Tomea, Rosai, Ciardo, Ceracchini, De Pisis, Guttuso, Menzio, Paulucci, Sironi, Spacal, Maccari ed altri.

Dobbiamo essere infinitamente grati, come non mi stancherò mai di scrivere, ad Eleonora Posabella che, donandoci l’opera di Alfonso Avanessian e tutte le altre, ha fatto migrare nella nostra Città un segmento molto rappresentativo della storia artistica della Capitale di quegli anni. Chi sarà capace di percorrere le sale del Complesso Guglielmo con spontaneo interesse e molta predisposizione all’ascolto riuscirà a percepire, persino, quello che si dicevano Guttuso e Maccari, ad esempio, ritrovandosi alla Galleria Il Vantaggio.

Ci è stata regalata l’opportunità di sentirsi un po’ cittadini della Capitale senza spostarci da qui. Massimo rispetto, quindi, e tanto impegno nell’onorare l’eredità ponendo al bando gli occultamenti e la disinformazione! Lo dico soprattutto a chi quelle sale, troppo distrattamente, le percorre ogni giorno. Tutti gli altri, ne sono certo, si adegueranno.

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