ANTONINO NACCI, l’artista che si è espresso in “fuorigioco”

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Monreale, 22 marzo – Alla fine degli anni ’60, a Monreale, chi praticava il calcio doveva farlo sul pericolosissimo campo della Ranteria (oggi ex campi da tennis) adagiato sul precipizio. Stefano, un mio giovane vicino di casa, dovette ringraziare il Padreterno se, essendo volato oltre il muretto di recinzione, perse soltanto l’uso di un braccio.

 In quel luogo Antonino Nacci (Monreale, 1938) coltivava la sua seconda passione: quella per il pallone. Ho assistito (con disinteresse per l’aspetto agonistico) a una partita nella quale Antonino, indossando una divisa giallo-rossa e con il bell’aspetto da credibile oriundo brasiliano, correva zigzagando con i suoi compagni in verso opposto a quello di altre divise, sulle quali prevaleva il verde. Mi divertivo (quasi da spettatore neo-futurista) a immaginare le forme che quei colori in corsa disegnavano e percepivo quelle “disegnate” da Tonino come le più belle, probabilmente perché ne conoscevo il talento d’artista. A lui, militante nel “campo” dell’arte, il calcio ha regalato un’intuizione fondamentale: l’importanza del “fuorigioco”.

 Negli anni ’60, a Monreale, per chi voleva coltivare il proprio talento artistico, il luogo di riferimento era uno soltanto: lo studio del Prof. Benedetto Messina che, come scriveva Albano Rossi, “si esprimeva con una maniera «antica», … troppo avvertito, consapevole e vigile sulle esigenze della pittura, per lasciarsi irretire dalla sua stessa apprezzabile «bravura».” Il primo impatto, perciò, con un’opera di Antonino Nacci, in occasione di una mostra organizzata in quegli anni dal “Centro studentesco”, animato da Don Gino Bommarito (oggi Sua Eccellenza, già Arcivescovo di Agrigento e di Catania), è stato un vero shock: come assistere a uno straordinario “fuorigioco”, appunto, oppure a un salto triplo combinato con un salto con l’asta!

 Mentre io e altri ci esercitavamo sui percorsi da imporre a matite e pennelli (nel tentativo di fare convivere la “fisica” con la creatività e l’ispirazione) rappresentando paesaggi e nature morte, Antonino Nacci (un po’ più adulto) aveva già percorso quella strada e imboccato traverse inesplorate, era uscito “fuori campo”. Le sue tele, allora, erano di iuta e i colori quelli delle scritte rinvenute sui sacchi e il nero del catrame; disegnava con il fil di ferro e incastonava frammenti colorati di ceramica e scaglie di legno.

Il suo talento da vero Artista è stato subito intercettato da Albano Rossi (il critico d’arte venuto a Palermo dal Nord con una visione dell’arte di respiro europeo) che nel 1965, in occasione di una personale alla galleria “El Harka” di Palermo, così scriveva: “… Talvolta questi innesti materici fanno sbocco nel quadro, ne sommuovono la trama del fondo e vi determinano musicali contrappunti: un continuum di musica visiva pura, intensa e serrata in una sua organicità introversa, commista all’occasionalità delle materie al flusso e riflusso del reale e la cui semanticità vale solo come documento della nostra vita di tutti i giorni. Questo credo sia il messaggio poetico, e morale, dell’opera di Nacci.”

 La Monreale di quegli anni, grazie all’operosa intesa tra il Prof. Pino Giacopelli e il critico Albano Rossi, riservava agli artisti diversa attenzione. Antonino Nacci allestì mostre personali, nella sua città e in spazi diversi, nel 1963, ‘64 e ’65. Dello stesso periodo la conquista di ambìti riconoscimenti, in occasione delle annuali rassegne del “Paesaggio monrealese”. Dal 1966 il naturale divenire della ricerca lo portò a puntare sul dettaglio e sul segno: dalla juta ricavava quadratini e da essi piccoli cerchi che tagliava in due parti, per poi riaccostarle incollandole sulla tela. Così come i residui esterni ai quali, magari a margine, non negava il nobile utilizzo. Nello stesso periodo i segni, a volte, scaturivano dai profondi tagli, che sembravano voler distruggere l’opera appena compiuta.

 In quegli anni, per esigenze connesse all’insegnamento nell’istruzione artistica, si trasferì a Sciacca dove entrò a far parte del gruppo degli artisti emergenti e politicamente impegnati, come testimonia la preziosa nota di Leonardo Sciascia del 1968, scritta per il catalogo della mostra “Giovani pittori di Sciacca”, che in parte trascrivo: […] “È una mostra, insomma, che si costituisce al di qua del giudizio: una rassegna non competitiva dei giovani pittori saccensi più o meno dotati, più o meno ricchi di esperienza, ma certamente tutti di buona fede nel loro lavoro, carichi di fervore e di passione. Perché non bisogna dimenticare che siamo in una delle zone più depresse d’Italia, delle più “difficili” socialmente, politicamente, umanamente; e quasi dentro quella Valle del Belice in cui migliaia di persone vivono, ormai da un anno, in condizioni indegne di un popolo che si dice civile, di uno Stato che si dice democratico.”

 Nella nuova città di residenza, ricca di fermenti culturali e patria della ceramica d’arte, Nacci trovò il definitivo connotarsi del proprio linguaggio espressivo. La sabbia del litorale saccense era divenuta materia prima per i suoi attraenti impasti cromatici. La pittura assumeva lo spessore necessario per accogliere fantastici ed essenziali graffiti: figure umane, donne a quattro gambe, barche, case, volatili, scarafaggi, cavalieri su destrieri allungati come lombrichi, pesci, lucertole filiformi, etc. Una sorta di scrittura ideografica inventata da Antonino Nacci alla maniera dei popoli più antichi o, forse, ritrovata (a frammenti) tra i granelli di quella sabbia resa umida dalle acque che bagnano tutti i Paesi del Mediterraneo.

 Con quel singolare alfabeto, più o meno arricchito da funzionali inserti geometrici, e con il variare cromatico degli impasti (dettato dal modo di avvertire le circostanze) Antonino Nacci ha “scritto” le sue singolari visioni, fino alle ultime, quelle che raccontano la percezione dell’approssimarsi del tramonto.

 Un corso abilitante relativo alla comune materia d’insegnamento, svoltosi nei primi anni ’70, ci offrì occasioni per frequenti incontri: durante il lavoro di gruppo si parlava di didattica delle discipline geometriche all’epoca del “Bauhaus”, nei momenti di pausa mi aggiornava sul suo lavoro d’artista e su certe esperienze da marinaio, nato alle falde del Monte Caputo.

 Ero presente, nel marzo 2012, all’inaugurazione della splendida mostra “Antonino Nacci – Antologica di opere dal 1962 al 1989”, tenutasi a Palermo a Palazzo Sant’Elia per volere della Regione Sicilia, della Provincia di Palermo, del Comune di Sciacca e, anche, del Comune di Monreale. Di quell’evento rimane il ricco e prestigioso catalogo curato da Nicolò D’Alessandro, nel quale così si conclude la nota biografica redatta dal figlio dell’artista, Andrea: “Il racconto, ahimè, volge al termine. Ci rimane da porci una domanda che purtroppo non troverà risposta: cosa sarebbe stato dopo? Antonino Nacci muore a Sciacca nel luglio del 1989. Aveva cinquant’anni.

 L’avvocato Filippo Di Matteo, allora Sindaco di Monreale, durante l’intervento inaugurale assumeva l’impegno di adoperarsi affinché la stessa mostra fosse trasferita nella nostra Città. Quel ciclo amministrativo si è concluso e l’impegno è purtroppo svanito: mi rivolgo da qui, ancora una volta, alla nuova Amministrazione per chiedere che quel progetto sia al più presto realizzato. Ha ragione Andrea, non sapremo mai “cosa sarebbe stato dopo”; anche i suoi concittadini, però, reclamano il diritto di conoscere lo straordinario racconto che Antonino Nacci aveva scritto prima, fino all’estate del 1989 .

 RETTIFICA. Nella nota pubblicata domenica scorsa, a proposito del parziale e apprezzabile riassetto di un settore della Galleria Civica dedicato ai “Tesori dell’Arte” e ad alcuni pittori monrealesi, ho fatto dei nomi (annotati sotto dettatura durante la breve visita). Già lunedì chi mi aveva dettato i nomi mi contattava chiedendo che a quelli ne fossero aggiunti altri. Un altro dipendente (da me graziato in occasione di una sua recente esibizione da vero asso del protagonismo) pur essendo in possesso del mio numero telefonico si è rivolto direttamente al Direttore di questa testata per protestare. L’ho contatto (essendosi il mio buonumore protratto oltre la giornata festiva) e mi ha detto che “il danno ormai era fatto” poiché avevo attribuito merito a chi non lo aveva, negandolo ai veri aventi diritto. Per rimediare, quindi, ritiro quei nomi e ridistribuisco, equamente, tra tutti i dipendenti della Galleria civica quei modesti elogi. Non mi astengo però dall’augurare a tutti buon lavoro perché, per voltare pagina, c’è tanto da fare. Se quel luogo ha funzionato male, se è stato teatro di tante discutibili iniziative, se non riesce ad attrarre visitatori, anche la colpa è di tutti.

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